Archiviata la pausa per l’All Star Weekend e sistemati i roster (con le ultime, significative aggiunte di Deron Williams e Andrew Bogut a quello dei Cleveland Cavaliers), parte ufficialmente lo sprint finale in vista dei playoff. Da qui a metà aprile, ogni partita potrebbe definire con chiarezza i realistici obiettivi delle trenta squadre NBA. Come ogni venerdì, andiamo ad analizzare tre argomenti ‘caldi’ della settimana appena conclusa. E’ il momento di una nuova edizione di ‘Three Points’!
1 – Bring the Magic back!

Magic Johnson e D’Angelo Russell, passato e futuro dei Lakers
Se c’è una caratteristica che è sempre mancata nella gloriosa storia dei Los Angeles Lakers, quella è sicuramente la pazienza. L’addio di Kobe Bryant (ma anche gli ultimi anni di un Black Mamba martoriato dagli infortuni) aveva dato il via libera ad una ricostruzione che, in quanto tale, non poteva che richiedere il tempo necessario.
Evidentemente l’ottimo inizio di regular season, con la squadra di coach Luke Walton addirittura in zona playoff i primi di dicembre, aveva illuso la proprietà che questo rebuilding potesse rivelarsi più veloce del previsto. Una volta che i risultati sono tornati nella norma (ovvero, sconfitte a ripetizione) e la posizione in classifica è tornata quella delle ultime, malinconiche stagioni (bassifondi della Western Conference), la furia di Jeanie Buss, figlia del leggendario owner Jerry, si è abbattuta sulla dirigenza, scatenando un vero e proprio ciclone. L’ex fidanzata di Phil Jackson, nel pieno del delicato periodo che anticipava la trade deadline, ha deciso di ‘silurare’ il general manager Mitch Kupchak, di casa a L.A. dal lontano 1981 (prima come giocatore, poi dietro la scrivania) e il responsabile per i rapporti con la stampa John Black. Non solo: con un ‘colpo di teatro’ degno della migliore Stephanie McMahon, ha dato il benservito nientemeno che al fratello Jim, sollevandolo dall’incarico di Vice President Of Basketball Operations.
La signora Buss ha affidato il timone della franchigia a colui che, negli Anni ’80, la fece entrare definitivamente nel mito, ovvero Mr. Earvin ‘Magic’ Johnson. Il playmaker dello ‘Showtime’ è stato assunto nelle vesti di President Of Basketball Operations e a breve dovrebbe essere raggiunto da un nuovo GM. Per quest’ultima posizione, il favorito assoluto sembra essere Rob Pelinka, personalità piuttosto influente a L.A. in quanto agente del già citato Kobe Bryant.
Più che al solo andamento di quest’ultima stagione, la decisione di Jeanie può essere attribuibile all’evidente insuccesso nella creazione di una nuova ‘cultura Lakers’. Sono lontanissimi (non solo cronologicamente) i tempi in cui Kareem Abdul-Jabbar diceva ai Milwaukee Bucks (e alla stampa): “Il mio desiderio è quello di giocare in una grande città, vorrei essere ceduto ai Lakers”. Le ultime free-agency hanno dimostrato come ormai i grandi nomi non siano più affascinati dall’importanza di una piazza (nell’era dei social network, la stessa visibilità che hai a New York la puoi avere anche a Cleveland), bensì dalla concretezza di un progetto.
Nel 2014 Carmelo Anthony inserì la Los Angeles gialloviola tra le possibili destinazioni, salvo lasciar perdere dopo l’incontro con Kupchak e soci. L’anno seguente fu la volta di LaMarcus Aldridge, il quale arrivò persino a dichiarare ai giornalisti: “Mah, sarebbe stato anche un incontro interessante, se solo si fosse parlato di basket…”, prima di accasarsi ai San Antonio Spurs. La ciliegina sulla torta è arrivata la scorsa estate, con Kevin Durant (da anni al centro di ‘fantasie bagnate’ su un suo possibile approdo in California) che nemmeno prese in considerazione l’ipotesi di un colloquio con il front office losangelino. Per consolarsi dal mancato ingaggio di KD, Jimmy Buss e compagnia pensarono bene di offrire un paio di contratti ‘mostruosi’ (persino per le folli somme attuali) a Timofey Mozgov e Luol Deng, non certo due stelle in grado di portarti al titolo.
Ora, che la dirigenza dei Lakers stesse procedendo a tentoni era più che evidente. Detto questo, che prospettive offrono l’arrivo (certo) di Magic e quello (probabile) di Pelinka?
Le prime parole dell’Uomo Magico (“ho detto ai ragazzi che la mia porta sarà sempre aperta per loro”) preannunciano un tentativo di avvicinamento tra giocatori e dirigenza. Senza alcun dubbio, il supporto e i consigli di uno dei più grandi sportivi di sempre non potranno che essere di grosso aiuto per i giovani talenti su cui si intende costruire la squadra, da D’Angelo Russell a Brandon Ingram. E’ altrettanto vero che la presenza di un personaggio di tale calibro aumenta notevolmente l’‘appeal’ della società verso l’esterno. Come abbiamo gia visto, però, gli Anthony, gli Aldridge e i Durant del caso vogliono giocare in squadre vincenti, non simpatiche.
I dietrologi (specie mai a rischio di estinzione), poi, vedono in Pelinka nient’altro che una ‘marionetta’ dello stesso Kobe, intenzionato (secondo le loro congetture) a mantenere il controllo sulla franchigia anche dopo aver appeso al chiodo l’immortale maglia numero 24. Anche alla luce della fin qui poco esaltante (si avvicina Pasqua, siamo tutti più buoni) esperienza di Phil Jackson alla guida dei New York Knicks, possiamo tranquillamente affermare che non sempre accentrare il potere nelle mani di una personalità così ‘ingombrante’ si rivela un bene per una squadra da ricostruire.
Probabilmente, per riportare la ‘magia’ dei vecchi tempi allo Staples Center, ci vorrebbe semplicemente quella virtù così poco nota da quelle parti: la pazienza…
2 – Il fattore ‘I’

Kevin Durant è costretto ad abbandonare la sfida con Washington: per lui almeno un mese di stop
Per analizzare in modo approfondito le reali possibilità di una squadra ci si concentra su diversi fattori. Il primo è chiaramente quello tecnico, ovvero la qualità del materiale umano a disposizione dell’allenatore. Poi c’è quello tattico, ossia la capacità o meno dei vari interpreti di poter formare un ‘coro’ intonato e fornire al suddetto allenatore un repertorio più o meno vasto di soluzioni. Ci potrebbe essere anche quello strutturale, cioè l’organizzazione e la solidità dello staff dirigenziale, che spesso e volentieri fa la differenza (San Antonio è un esempio fin troppo scontato). C’è però un altro fattore che nessuno osa mai considerare, ma che spesso e volentieri decide le sorti di una stagione, se non addirittura i destini di giocatori e franchigie. Si tratta del temutissimo fattore ‘I’, quello relativo agli infortuni.
Il fatto della settimana, almeno per quello che riguarda strettamente il campo, è il guaio al ginocchio occorso a Kevin Durant nei primissimi minuti della sfida contro i Washington Wizards. La dinamica dell’accaduto farebbe felici i sostenitori della teoria del ‘butterfly effect’: Marcin Gortat, per avere la meglio a rimbalzo su Zaza Pachulia (non certo un duello tra pianisti…), lo scaraventa al suolo. Il georgiano cade nel peggior punto di parquet possibile: quello in cui è poggiata la gamba destra di KD. Ipertensione, distorsione e almeno un mese di stop.
Stendendo un velo pietoso su quelli che hanno espresso soddisfazione per l’incidente (al quale tutto dovrebbe essere concesso, tranne due cose: una tastiera e la possibilità di seguire lo sport), è brutto considerare come un evento del genere, così fortuito, sia potenzialmente in grado di stravolgere gli equilibri dell’intera lega. Vero, i Golden State Warriors possono benissimo arrivare fino ai playoff con il miglior record anche senza l’MVP 2014. E’ altresì vero, però, che la stagione degli uomini di Steve Kerr è stata fin qui una continua evoluzione, atta ad inserire al meglio il numero 35 in un meccanismo più che oliato. Oltre alle ripercussioni sul suo stato di forma, anche l’interruzione di tale processo potrebbe rivelarsi un problema da non sottovalutare.
L’infortunio di Durant non è purtroppo l’unico ad aver intaccato questa stagione NBA. Un problema fisico, stavolta al menisco, ci ha privato della gioia di ammirare le gesta di Joel Embiid, fino a questo momento indiscusso favorito al premio di Rookie Of The Year. Il centro camerunese, che aveva già saltato due intere stagioni per una frattura al piede destro, dovrà star fermo fino al termine della regular season (e quindi della stagione di Phila, salvo sorprese). Embiid andrà a fare compagnia al lungodegente Ben Simmons, prima scelta assoluta allo scorso draft, anch’egli ‘out for the season’ per un problema ad un piede (anche se i maligni sostengono che il rinvio del suo debutto sia stato ‘caldeggiato’ dal suo entourage, con evidenti ambizioni per il Rookie Of The Year Award 2018). Ad ogni modo, pochi drammi in casa Sixers. Questa stagione serviva esclusivamente per dare una prima forma alla squadra del futuro. Visto il debutto di Embiid, quello di Dario Saric (che ora entra prepotentemente in corsa per il premio di matricola dell’anno) e il cosiddetto asset (insieme di scelte future e giovani di talento da poter scambiare, come fatto ad esempio con Nerlens Noel) accumulato dalla franchigia, gli immarcescibili fan di Philly hanno senz’altro di che essere ottimisti.
Decisamente più complicazioni hanno comportato altri infortuni stagionali. Se quello di Kevin Love (ginocchio) rende più impegnativo il tragitto dei Cleveland Cavaliers verso il primato ad Est, quelli di Kyle Lowry (polso) e Chris Paul (appena rientrato dopo un problema al pollice) rischiano di compromettere il fattore campo nella post-season per Toronto Raptors e Los Angeles Clippers.
C’è anche chi, per via degli infortuni, rischia di compromettersi la carriera. Alcuni di questi sono veterani, vedi Chris Bosh (non si sa ancora se rimetterà mai piede in campo, dopo la ricomparsa di coaguli nei polmoni), Joakim Noah (ginocchio) e Nikola Pekovic (tormentato dalla caviglia; per lui la miseria di 97 partite disputate nelle ultime quattro stagioni), altri sono invece giovani promesse. Justise Winslow (spalla), Zach LaVine (ginocchio), Jabari Parker (nuovo infortunio allo stesso ginocchio che ne interruppe la stagione da rookie)… Tutti giocatori a cui ogni appassionato di sport che si voglia definire tale non può che fare il più classico degli auguri: come back stronger!
3 – Il mio nome è Curry. SETH Curry

Seth Curry celebra l’ennesima tripla, marchio di fabbrica della famiglia
Uno dei più validi motivi per seguire una stagione NBA è scoprire protagonisti inattesi, qualcuno su cui nessuno era pronto a scommettere. Il giocatore di cui parliamo oggi è assolutamente uno di questi ‘eroi per caso’.
Tutte le franchigie NBA farebbero carte false per avere Curry in squadra. Per Curry intendiamo però Steph, il due volte MVP, non certo il ‘fratellino’ Seth!
La storia dell’ ’altro’ Curry è simile a quella di moltissimi altri giocatori entrati nella lega dalla porta di servizio. Non scelto da nessuno al draft 2013 (quello che seguiva i primi lampi di grandezza del fratello Steph), inizia ad essere ‘sballottato’ come un pacco postale da una parte all’altra degli States. Messo inizialmente sotto contratto dagli stessi Warriors, viene subito tagliato con l’arrivo della regular season. Passato ai Santa Cruz Warriors, affiliata di D-League di GSW, è successivamente ingaggiato dai Memphis Grizzlies, per poi essere nuovamente tagliato il giorno stesso del suo debutto NBA (non certo dei migliori; zero punti in quattro minuti). Eccolo quindi rientrare nella soleggiata Santa Cruz per godersi altri due mesetti di D-League. Nel marzo del 2014, Seth viene ingaggiato da una squadra situata non proprio dietro casa: i Cleveland Cavaliers (ebbene sì, c’è stato un Curry ai Cavs!). Tempo dieci giorni e una sola apparizione in campo, ed eccolo riattraversare di nuovo gli USA: contratto decadale non rinnovato, si torna in California a formare con Mychel Thompson (fratello del più celebre Klay) gli ‘Splash Brothers di serie B’.
Nella stagione successiva la solfa non cambia. Curry jr. passa il 2014/15 tra Orlando Magic (mai sceso in campo) e Phoenix Suns (zero punti in otto minuti, suddivisi in due partite), giocando soprattutto in D-League con gli Erie Bayhawks. L’estate seguente, i New Orleans Pelicans lo schierano nella Summer League di Las Vegas, decidendo però di non confermarlo per il training camp nonostante le buone prestazioni.
Quando la sua carriera sembra ormai destinata al naufragio, ecco finalmente la prima, vera occasione. Seth entra a far parte dell’organico degli sventurati Sacramento Kings e, complici anche i diversi infortuni del playmaker titolare Rajon Rondo, riesce a conquistare sempre più spazio nelle rotazioni di coach George Karl. Chiuderà la stagione con 6.8 punti in 15.7 minuti di media, giocando ben 44 incontri, di cui nove da titolare. Niente male, per uno che ha cambiato SEI squadre (senza contare quelle di NBADL) in poco più di due anni.
Ed eccoci giunti a questo magico 2016/17. Scappato (come molti altri) dalle follie di Sacramento, Seth si accasa ai Dallas Mavericks, altra squadra in grande difficoltà. L’inizio di stagione dei Mavs è da incubo: sconfitte a non finire e ultimo posto nella Western Conference. Tutto ciò anche a causa dei molteplici infortuni, che costringono coach Rick Carlisle a scelte ‘di ripiego’. Con Deron Williams e J.J. Barea spesso ai box, uno di questi ripieghi è proprio Seth Curry, che coglie la palla al balzo e si prende finalmente il proscenio.
Schierato in quintetto in 28 delle 56 partite disputate finora, Seth ha letteralmente conquistato Dallas. A novembre arrivano due gare da 23 punti (contro Lakers e Spurs), poi una da 24 a gennaio (sempre contro San Antonio) e una da 22 il primo di febbraio contro i Sixers. Nell’ultima settimana, però, ecco il vero exploit. Contro Minnesota arriva il career high di 31 punti, poi, lunedì notte, i suoi 29 punti (con cinque triple) sono decisivi per battere i Miami Heat di fronte ad un American Airlines Center completamente ai suoi piedi. Quasi si trattasse del ‘vero’ Curry, non del fratello scarso e giramondo. Dopo tanta, troppa gavetta, la sua favola trova così un lieto fine. Roba da NBA, “Where amazing happens”…









