Home Aneddoti NBAChi Buss(a) al futuro?
lakers Jerry Buss showtime
Jerry Buss

In this June 18, 1981 file photo, Jerry Buss holds a Los Angeles Lakers shirt in Los Angeles. Buss died Monday, Feb. 18, 2013.(AP Photo/File)

Ai giornalisti e scrittori di sport piace molto parlare di un qualcosa molto più vicino all’emozione che alla tecnica. Un elemento che aleggia nell’aria, spesso inafferrabile. Un qualcosa che definisce non solo giocatori ma intere franchigie.

Legacy

Non tutte le franchigie ce l’hanno, vuoi per la relativa giovinezza della lega, il cui allargamento fino al numero attuale di squadre è fatto piuttosto recente. O perché non è facile realizzare qualcosa di così aleatorio e quasi magico.

La legacy non nasce da un momento all’altro e, solitamente, nemmeno per la sola volontà di un singolo attore. Se così fosse, basterebbe un singolo illuminato per infonderla in una squadra e trasformarne i connotati.

Continuo ad usare il termine inglese perché è difficilmente traducibile. Letteralmente starebbe per eredità, ma è più simile ad un’aura che circonda di leggenda il nome di una squadra, i giocatori, una singola cavalcata verso la vittoria.

Oggi, in NBA, ci sono diverse legacy, alcune antiche, legate a cronache, appunto, leggendarie. Altre ben più recenti e vive.

Come non citare i San Antonio Spurs? Chiunque abbia indossato la maglia argento degli Speroni non può che concordare su quello che la squadra dona e riceve ai suoi giocatori. A partire dai capostipiti di questa dinastia, quel Popovich e quel Duncan che l’hanno resa la più vincente, o quasi, degli ultimi 20 anni.

Oppure la leggenda dei Boston Celtics. John Havlicek ebbe a raccontare che, mentre festaggiavano il (suo primo) titolo, lui corse dall’allenatore, Auerbach, solo per potergli dire:

Ora ho capito che cos’è la mistica dei Celtics

Havlicek stesso è diventato l’icona di una squadra che impregna della propria legacy persino il parquet a listelli incrociati del TD Garden.

Ed in un’epoca più recente, quel lampo cattivo e controverso che prende il nome di Bad Boys, i Detroit Pistons capaci di diventare da covo di ignoranti a re della lega sulle note di Lose Yourself.

Underdog

Anche i Lakers hanno una legacy, ma molto meno mistica di quella di Boston e molto meno tecnica di quella degli Spurs. Ma molto più raffinata di quella dei Pistons. Ed ha pure un nome tutto suo.

Nel 1979 i Lakers avevano un solo anello conquistato da quando si erano trasferiti a Los Angeles. I vecchi fasti erano legati ad un’altra città, ad un’altra lega, ad un’altro gioco. E perdevano, nonostante potessero vantare tra le proprie fila alcuni dei giocatori più forti non solo dell’epoca, ma di sempre: Elgin Baylor, Jerry West, Wilt Chamberlain, Kareem Abdul-Jabbar. Una sorta di Brooklyn Nets d’antan, in pratica.

Quell’anno successe qualcosa. Non sto parlando della rebuilding del roster e nemmeno dell’arrivo sulla pino dell’ennesimo allenatore. Successe qualcosa molto più lontano dal parquet eppure molto più rivoluzionario non solo per i Lakers ma per l’intera lega. Che da quel giorno, non fu più la stessa.

Come ogni autore che si rispetti, anch’io tirerò in ballo le famose slinding doors che rendono il potenziale reale. Penso a quando, più di quarant’anni prima, Jerry Buss attendeva assieme alla madre sulla bread line, la fila del pane, attendendo il suo turno per ricevere qualcosa da mangiare che avrebbe, forse, mantenuto la sua famiglia in vita almeno un altro giorno.

Buss aveva quattro anni. Trent’anni dopo aveva incassato il suo primo milione di $ con il mercato immobiliare. Con la sua sola forza di volontà, con il lavoro e, ovviamente, con la fortuna che aiuta gli audaci.

La classica storia dell’underdog, il sogno americano che si avvera per l’ennesima volta, un passato di estrema sofferenza, di sacrificio nello studio e di intuito negli affari.

Ma quello che poteva sembrare un enorme successo si sarebbe trasformato in un trionfo: passare dalla fame alla fama.

Jerry Buss

Jerry Buss

Nel 1979, dicevamo, Jerry Buss, fino ad allora semi-sconosciuto milionario, completò l’acquisizione dei Los Angeles Lakers, nonché della squadra di hockey Kings e dell’arena Forum.

Inutile sottolineare come, al suo primo anno da proprietario della franchigia, vinse il suo primo titolo.

Buss, per sua stessa ammissione, sapeva poco di basket: gli piaceva gustarsi le partite, vedere le magie dei suoi giocatori, magari tra l’abbraccio dolce di un wiskye&cola e la compagnia di attrici prorompenti. Ma mai si sarebbe permesso di insegnare il mestiere a gente come Jerry West, diventato nel frattempo GM. La sua rivoluzione, infatti, non fu tecnica, ma spettacolare.

Buss fu uno dei pionieri dell’entertainment, capì con decenni di anticipo che lo sport è si agonismo e tattica, ma dev’essere soprattutto un grande spettacolo.

Se ad ogni partita anche di serie minori potete ammirare donzelle sommariamente vestite, il merito lo dovete a lui. Per non parlare dell’intrattenimento musicale prima durante e dopo i match.

Invitò tutta Hollywood alle partite dei Lakers e, da palestra sudaticcia, il Forum (poi trasferitosi allo Staples) divenne il red carpet tutto lustrini e fondotinta del più scintillante jet-set del mondo. Ancora oggi ad ogni partita casalinga, una sedia in prima fila è riservata ad un certo attore che di nome fa Jack.

Jack Nicholson

Ovviamente era presente anche al sessantello finale di Kobe

La lega e le altre squadre ben presto compresero il potenziale fin lì inespresso da questo sport e nel giro di pochi anni le sue intuizioni, i suoi spettacoli negli spettacoli, divennero il pane quotidiano di ogni partita NBA.

Showtime

Poi la rivoluzione scese in campo.

Buss definì le regole fuori dal parquet, ma la sua squadra le importò sotto le plance. Se qualcuno, piuttosto distratto negli ultimi 30 anni, si chiedesse cos’è lo showtime, questo è il bignami:

Showtime

Buss costruì dal nulla la legacy dei Lakers, lo spettacolo in campo e fuori, la vittoria come conseguenza del talento e dell’applicazione. Gran parte del merito fu, naturalmente, di quel play atipico che nacque Johnson, ma divenne Magic.

Quell’eredità era sotto gli occhi di tutti, il basket fatto non solo di gioco e fisico, ma di gesti forse talvolta inutili ma pur sempre spettacolari.

Jerry seppe negli anni rinnovare quello spirito, con la dinastia di Shaq e Kobe, poi con quella di Kobe e Gasol. 10 titoli in 33 stagioni, il proprietario con il maggior numero di vittorie.

Negli anni i Lakers sono diventati sinonimo di titoli e spettacolo. Bastava il nome per attirare i più grandi giocatori della Lega. Ed anche quando la squadra non raggiungeva i risultati sperati, anche nella più normale e insipida partita, la leggende dei Lakers ogni tanto si arricchiva di un nuovo tassello.

 

Ipnotico

Ma il tempo è un animale feroce, puoi scappare finché vuoi, ma alla fine seguirà le tue tracce, attenderà che tu sia stanco e ti azzannerà.

La legacy, lo showtime, la necessità di vincere sempre, a tutti i costi. Tutto questo è diventato un peso, un fardello, una zavorra che ha impedito ai Lakers di continuare ad essere se stessi, come l’anello tolkeniano del potere che logora e rende debole anche il più meritevole.

Con Jerry c’era un solo obiettivo, vincere e divertire. Ma sapeva anche che l’ultima cosa che doveva fare, prima di lasciare questa vita, era costruire una nuova dinastia come ultimo lascito. Nonostante i tentativi, forse un po’ goffi ma di sicuro sfortunati, la squadra ha subito un costante declino, di appeal e di risultati. Forse l’unico suo grande fallimento.

Jerry Buss morì nel 2013 ed i suoi Lakers uscirono al primo turno con secco 4-0 dai rivali Spurs. Fu l’ultima apparizione ai Playoff.

Eredità

Stavolta il senso è letterale: Jerry volle che la squadra rimanesse un affare di famiglia, con tutti i suoi numerosi figli in ruoli di comando, indicando in Jim il responsabile delle operazioni legate al basket. Ma come spesso accade, il talento non è nei geni ed il giovane Buss è sembrato vagare senza meta nei suoi primi tempi al timone, in parte per la scarsa fiducia ricevuta dal resto della famiglia, in (gran) parte per i risultati sul mercato piuttosto rivedibili: dei potenziali arrivi importanti (James, Anthony, Paul, Westbrook, giusto per fare qualche nome) non è arrivato nessuno. Per non parlare del “tradimento” di Phil Jackson, finito a New York. E con l’ultimo smacco di Durant che, come ormai sanno anche i sassi, non ha voluto nemmeno incontrare la delegazione dei Lakers, nell’ultima free-agency.

Eppure, a ben guardare, si può scorgere un piano, seppur rischioso, in questa fitta nebbia.

Mitch Kupchak;Jim Buss;Jerry Buss

Mitch Kupchak, Jim Buss e Jerry Buss

Kupchak e Jim Buss avevamo le mani legate dal filo d’oro dello showtime, dallo spirito di Jerry che premeava ogni singolo posto dello Staples, con l’ingombrante quanto romantica presenza dell’ultimo esemplare dell’era gloriosa rimasto sul parquet. Ma ora Jerry non c’è più, il Mamba ha appeso il dente avvelenato al chiodo ed il piano di rinascita deve ricominciare.

Il lavoro di Jesse nello scounting pre-draft ha dato ottimi frutti, con le steal di Clarkson e Nance, oltre alle buone (e funzionali) prime scelte Randle, Russell e Ingram. L’arrivo di Walton, invece, è quasi tutto merito di Jim, grande amico di Luke fin da quando quest’ultimo vestiva ancora la casacca gialloviola. Kupchak ha invece avuto meno difficoltà a convincere gente di esperienza come Deng e Mozgov: è bastato aprire il (grande) portafoglio del salary cap e scucire decine di milioni per convincerli. Il lavoro, sulla carta, è stato buono. Sarà necessario capire se tutti questi elementi si amalgameranno nelle giuste proporzioni.

Il trait d’union è evidente: i Lakers devono liberarsi dei fantasmi che ancora li vorrebbero dominare la lega e, ricostruendo il roster su giovani affamati, hanno intrapreso l’unica strada al momento percorribile. I freni che hanno impedito di prendere le giuste decisioni sono spariti e con essi le scusanti per non compiere le azioni, seppur dolorose, per far tornare lo Showtime là dov’è nato.

The Buss Family

In questi anni la vita privata si è intrecciata con i risultati sul campo. La morte di Jerry ha privato la squadra e la famiglia Buss di un faro, una guida visionaria che quasi mai ha sbagliato un tiro. Jesse ha perso il suo amato cane e, molto più tragicamente, Mitch Kupchak ha visto morire giorno dopo giorno la figlia 15enne. Il rapporto mai decollato tra Jesse e Jim e la conseguente scarsa considerazione di quest’ultimo da parte del resto della famiglia non hanno permesso a tutto lo staff di lavorare efficacemente nella stessa direzione.

E’ vero, parliamo di sport, ma sarebbe anche ingiusto non dare a certi elementi extra-cestistici il giusto valore, anche solo per tracciare il contesto di una situazione pesante.

Jerry e Jim Buss

Jerry e Jim Buss

Tutto lascia presagire che questa stagione sia l’ultima chance per Jim, da alcuni indicato come poco adatto (e forse poco interessato) alla guida dei Lakers. Se le cose non dovessero andare per il verso giusto, con ogni probabilità sarà la sua la prima poltrona a saltare. Al suo posto potrebbe arrivare Joey, cresciuto a San Diego assieme a Jesse, che già fa parte del settore basket della società. Oppure un’altro che, nonostante non faccia Buss di cognome, è in pratica parte della famiglia, Phil Jackson.

Il cuore desiderebbe vedere pure Bryant in quel ruolo, ma la testa dice che non è il momento (e forse l’uomo) più opportuno. Discorso analogo, in parte, per Magic Johnson, proprio colui che dello Showtime è stato anima e fondatore.

Chiunque prenda le redini del gioco, però, non potrà prescindere dalla famiglia Buss, che per direttive societarie non può vendere, se non in blocco, il controllo della franchigia.

Resta da capire se questo sarà un bene o un male.

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