L’uomo dietro al “Triangolo”

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Il vecchio coach non parla molto. Saranno o nervi doloranti oppure i persistenti effetti dell’infarto avuto anni fa durante la cerimonia per i cinquant’anni delle sue prime final four NCAA, che ha lasciato la parte destra del suo corpo non cooperativa. Ma Morice Frederick Tex Winter, anni 94, non è entrato nella Hall of fame stando a guardare.

È seduto nell’arca della gloria perché è un incredibile stratega, fine dicitore e maggior esperto al mondo dell’ “attacco Triangolo”, scudiero di Phil Jackson in 10 dei suoi 11 anelli; insegnando le geometrie offensive a gente come Michael Jordan o Kobe Bryant senza aver la minima esitazione a rimproverarli se l’esecuzione non fosse stata perfetta.

Per esempio, ai Bulls, accadde che Jordan avesse forzato in solitaria un paio di volte di troppo per i gusti di Winter, il cui schema è basato su tagli, spaziature e movimenti in cui tutti e cinque i pezzi si devono muovere insieme senza soluzione di continuità.

“Phil tiralo fuori! Butta dentro Steve (Kerr) al suo posto!” Abbaiò Tex Winter, o almeno è quello che racconta Steve Kerr in una vecchia intervista. “Già ero fortunato a giocare in NBA ed ecco lì Tex che vuole sostituire il più grande giocatore del pianeta con me perché non riesce a far funzionare bene il suo schema” – ricorda l’allenatore di Golden State – “ma questo è Tex, a lui non importa chi ha davanti ma che le soluzioni siano eseguite correttamente. Crede che ci siano solo due soluzioni: una giusta ed una sbagliata non importa chi tu sia”.

Phil Jackson, mentre è alle prese con la più ardua esperienza della sua carriera alle prese con la presidenza dei New York Knicks, non potrà contare sui consigli e l’esperienza di un uomo, che comunque chiama ogni giorno e a cui lui si riferisce come un genio del basket.

Tex Winter: la storia dietro al personaggio

Tex Winter nasce e trascorre i primi anni della sua vita a Wellington, Texas, prima che suo padre morisse prematuramente e la madre spostasse la famiglia in California. Winter divenne presto conosciuto come Tex e si trasformò in un talento sportivo che eccelleva nel salto con l’asta ( il suo personale era molto vicino al record del mondo dell’epoca) ma rimase profondamente colpito dal basket. Dopo aver servito come pilota della marina durante la seconda guerra mondiale, si iscrisse a USC dove giocò per Sam Barry che con i suoi movimenti offensivi getto le basi di quello che noi oggi conosciamo come “Attacco triangolo”.

Si diplomò nel ’47, divenne assistente sotto Jack Gardener, un altro alunno di USC e di Barry e dopo un breve stop a Marquette divenne capo allenatore a KSU per ben 15 anni incominciando nel 1953. Coach NCAA dell’anno nel 1958 portando KSU alle final four, nel 1962 pubblica un libro chiamato “The Triple-post offense” un must per qualunque coach. Forse una delle sue doti principali come allenatore era proprio quella di leggere le partite e scuotere la squadra durante l’intervallo. Tutto il suo modus operandi in carriera è sempre stato quello di scovare le debolezze difensive della squadra avversaria e il miglior modo era quello di sfruttare passaggi e tagli a canestro in un sistema in cui tutti e cinque I giocatori rimangono sempre in movimento.

Dopo KSU, Washington University e una breve ma esasperante esperienza come head Coach degli Houston Rockets, mentre pensava al ritiro accetta all’età di 62 anni la proposta del GM di Chicago Jerry Krause. Krause e Winter si erano già incontrati negli anni’50 quando il primo era scout per i Baltimore Bullets, rimanendo impressionato dalla sua preparazione. L’unico problema era che ne Stan Albeck ne il suo successore Doug Collins avevano molti utilizzi per il triple-post offense, relegando quindi Tex al rango di “spia” di Krause. Le cose cambiano decisamente quando Krause decide di assumere come assistente allenatore, dagli Albany Patroons in CBA, Phil Jackson.

I due non si erano mai incontrati ma Tex conosceva il futuro coach zen come un giocatore inebriante, un grande agonista è un uomo intelligente. Jackson era intrigato dalla filosofia di Winter in cui due guardie lavorano in tandem ( meglio che un solo playmaker), per scaricare meglio la palla alle ali e iniziare in movimento l’azione. Jackson divenne Head Coach dei Bulls nel 1989 ed una nuova legacy era pronta ad iniziare. Prima dell’arrivo di Phil e Tex, Michael Jordan era un luminoso talento in un team monodimensionale che aveva ottenuto qualche successo ma non era mai arrivato alle NBA finals. MJ inizialmente era restio ad accettare il cambio di rotta tecnico cedendo così il suo ruolo di stella. Quello che successe è storia.

Jordan che non solo raggiunge l’agognato titolo ma prolunga anche la sua supremazia in quanto non più costretto a fare tutto da solo. “Tex amava le abilità di Michael, ma era troppo purista sul triangolo per non rimproverarlo a dovere quando usciva dallo schema.” Scrive Jackson nel suo Eleven Rings “E allo stesso tempo Michael non era timido nel creare variazioni alla bellissima macchina di Tex. Pensava che lo schema fosse perfetto per circa tre quarti dell’azione, poi la squadra doveva improvvisare e leggere al meglio le situazioni per vincere le partite.

Era uno scontro di visioni. Per Tex era folle per una squadra dare tutta questa responsabilità ad una sola persona, per quanto immensamente talentuosa ella fosse. Michael obbiettava che la sua visione potesse aprire a nuove possibilità lo schema.” Tex sembra abbia detto a Jordan la famosa frase “There’s no ‘I’ in the word team.” Ricevendo la più celebre risposta “But there is in the world victory.”

Jordan, e Bryant dopo di lui, apprezzavano l’umiltà degli insegnamenti di Winter, ma anche la schiettezza delle sue affermazioni e il fatto di non proteggere ne coprire nessuno -nemmeno Jackson. Negli ultimi anni il suo titolo ai Lakers era quello di “consulente” “, ma lui preferiva riferirsi a se stesso come “Insolente”.Arrivando alle Finals 2001, contro i Sixers, i Lakers vantavano una striscia di 11 vittorie consecutive. Quando Larry Brown/Allen Iverson arrivarono a gara 1, Tex si avvicinò a Coach Jackson sussurrandoli “Sarai portato a scuola da Brown stasera”. Ma Jackson si sedette in panchina e diede la risposta che Winter si aspettava da lui quella sera, “Ho apprezzato quello che mi ha detto perché sapevo che cercava di motivarmi in quel momento” disse Jackson a un cronista più tardi.

Winter è stato “insolente” dei Lakers nel 2008 e 2009, anno in cui ritornò a Kansas state per il 50 anniversario del team del ’58, quando venne colto da un infarto mentre stava impacchettando le sue cose pronto a volare indietro in California. Ha continuato la sua riabilitazione nella privacy di Kansas City e adesso guarda le partite del gioco che ama sulla sua poltrona con accanto i pop-corn. Magari presto andrà anche a vedere una delle partite dei Knicks del suo allievo.
Un paio di anni fa, in occasione del suo novantaduesimo compleanno che cade il 25 Febbraio, un suo vecchio giocatore di KSU Larry Weigel gli ha portato in dono, come ogni anno, la sua classica torta gelato di compleanno a forma di triangolo.

“È il regalo perfetto per lui” dice Weigel e, chissà perché, ne siamo convinti anche noi.

Niccolò Arenella