Il suo nome circola ormai da qualche anno sulle nome degli scout e dei GM NBA. Lui però da qualche stagione rinuncia al grande salto, preferendo terminare la crescita a UK. Willie Cauley-Stein è una delle anime de Kentucky Wildcats. Lo scorso anno saltò le Final4, rimanendo seduto a guardare Randle e compagni sfidare Wisconsin prima e UConn poi. Ora invece il centro blu viaggia a 24 minuti, 10.1 punti e 6.6 rimbalzi. Se negli anni passati veniva inserito a metà-fine del primo giro, ora viene proposto tra le primissime scelte. Draftexpress.com lo inserisce nella posizione numero 4 dietro a Okafor, Mudiay e Towns (scelta appartenente ai Pistons). NBAdraft.net lo posiziona alla dodicesima (Chicago), mentre NBAdraftroom.com lo piazza ottavo (Utah).
Kentucky Wildcats
Per la prima volta nella sua storia l’università di Kentucky ha tenuto una “NBA combine” a cui hanno partecipato novanta tra dirigenti del front-office e scout. Assieme all’aiuto di uno scout, Adam Himmelsbach, di “The Courier Journal” ( di Louisville), ha scritto un’opinione sulla squadra. Per iniziare il giornalista ha chiesto allo scout quali fossero per lui i migliori prospetti e quest’ultimo ha risposto Karl Towns, Trey Lyles e Willie Cauley-Stein. Dopo hanno parlato della squadra ma lo scout ha mantenuto l’anonimato perché non era autorizzato a parlarne.
C Willie Couley-Stein, junior: super-atletico. Le sue doti gli permettono di essere un fattore su entrambi i lati del campo e questo lo rende molto atteso nell’ambiente.
PG Andrew Harrison, sophomore: tira meglio dell’anno scorso ma gioca meglio da point-guard e quando la squadra raggiungerà una buona chimica, lui avrà tante opzioni offensive. Dovrà essere bravo a gestire le varie soluzioni offensive.
F Aaron Harrison, sophomore:offensivamente sa fare tutto, tiri aperti, gioco in “pull-up” e alf ferro. Non mostra significativi miglioramenti dalla scorsa stagione.
F Alex Poytress, junior: molto forte e molto atletico e con ampi margini di miglioramento
C Dakari Johnson, sophomore: super-atletico. Dal punto di vista tecnico non è ancora al top ma fisicamente è impressionante
PF/C Karl Towns, freshman: ha molto talento ed è in grado di essere molto versatile su entrambi i lati del campo. Si muove molto bene e potrebbe diventare la prima opzione offensiva dei Wildcats quest’anno.
PF Trey Lyles, freshman: giocatore molto bravo. Fisicamente sembra già pronto anche se viene da un infortunio. Sa fare tante cose e possiede una seria di abilità bbastanza uniche
SG Devin Booker, freshman: giocatore con tanto talento e con una grande mano. Durante l’anno sarà in grado di migliorare e di diventare un giocatore sia in attacco che in difesa.
PG Tyler Ulis, freshman: Non è un giocatore da “One and done”. E’ un ottimo difensore ed è un “fearless”. ha una buona mano ma in attacco ha molto da migliorare.
PF/C Marcus Lee, sophomore: buon atletismo. Fisicamente può ancora crescere e tecnicamente è tutto da fare.
Alessandro Maritato
Video – Clamoroso “autocanestro” di James Young, 17a scelta di casa Boston Celtics
Scritto da Virginia Sanfilippo
NBA Draft 2014 – Julius Randle, la stella di Kentucky che piace ai Lakers
di dunknba
Scritto da dunknba
Prima i Prestonwood Christian Lions, dove in 4 anni ha conquistato ben 3 titoli statali (University Interscholastic League, in Texas, nella 5A Conference), 1 Under Armour Elite 24 Dunk Contest e 1 titolo MVP nella gara Elite 24, mettendo a segno 27 punti; una volta concluso il suo periodo nella high school, si è trasferito nella University of Kentucky, casa dei Wildcats allenati da John Calipari, dove nel suo unico anno ha trascinato i suoi fino alla National Championship, cedendo però il trono ai Connecticut Huskies di Shabazz Napier (uno che bisognerà tenere sott’occhio in futuro); ora, ha dichiarato il suo ingresso nell’NBA Draft 2014. Julius Randle è sicuramente un giocatore di cui si è discusso molto in questa annata NCAA, capace fin da subito di guadagnarsi un posto nell’All-SEC First Team e nell’All-American Third Team, ai quali si aggiunge il Rookie of the Year della propria conference (la SEC, appunto). Per molti critici, analisti ed esperti del variegato mondo collegiale, è un ragazzo “born ready”, nato pronto. Talmente pronto che, per alcuni, non dovrebbe faticare assolutamente far fatica ad ambientarsi nel campionato di pallacanestro più bello del mondo.
Se è arrivato ad un soffio dal trofeo della NCAA, strappatogli prepotentemente dalle mani dagli allievi di coach Ollie, un motivo ci sarà. Julius Randle è molto affidabile sull’out sinistro, nella sua corsa ha mostrato un motore molto potente ed è abile a smarcarsi sotto l’anello. Sebbene gli manchi qualcosa circa l’esplosività delle sue gambe, è in grado di proteggere la sfera ed evitare di venire stoppato quando tenta il tiro. Le qualità tecniche di Julius Randle sono fuori discussione, non ha l’accelerazione classica delle ali ma è molto equilibrato. Potenzialmente può passare in situazioni di pick and roll grazie ad un paio di dribbling, anche se su questo aspetto c’è molto da lavorare. In ogni caso, Julius Randle rappresenta un mix intenso di potenza, talento e bilanciamento che lo hanno reso uno dei prospetti più interessanti di questa sessione di Draft NBA.
Ahimè, non è tutto oro quel che luccica. È stato uno dei migliori del suo team, ma ai pregi si mescolano anche alcuni difetti. Julius Randle pecca decisamente in fase difensiva, dove le lacune da colmare sono evidenti (nella finale tra Kentucky e Connecticut, uno come Napier lo ha praticamente surclassato a suon di punti e giocate da manuale) e altrettanto evidente è la sua apertura alare inferiore alla media di chi svolge il suo ruolo, pari a 2,13 metri. Può trovarsi facilmente in difficoltà davanti a giocatori atleticamente più preparati e più alti di lui. Si tratta di un mancino puro, talmente puro che la mano destra non la usa neanche per scrivere.
Per NBA Passion,
Valerio Scalabrelli
“D’altronde questa è la NCAA, tutto è possibile”. Focalizzate lì l’attenzione, tenete a mente questa frase, fatela entrare nella vostra testa. Ci siamo lasciati così l’ultima volta. Nessun commento fu più azzeccato di questo. Di solito noi veniamo a conoscenza di fatti e avvenimenti che riguardano il March Madness, la cosiddetta Follia di Marzo, il periodo più caldo della stagione della pallacanestro giovanile negli Stati Uniti, ma pare che questa follia sia perdurata anche oltre i 31 giorni del mese più pazzo dell’anno, nessuno si sarebbe mai aspettato di dover parlare, per forza di cose, di April Madness.
I tifosi dei Gators potranno sicuramente avvalorare la mia tesi. Quegli stessi Florida Gators che nella guida ufficiosa alla NCAA Final Four 2014 avevamo dato come favoriti. Che poi in finale ci sarebbero potuti arrivare, se solo DeAndre Daniels non fosse sceso sul terreno di gioco. E avrebbero potuto incontrare gli altri favoriti del quartetto, ovvero i Wisconsin Badgers. Anche in questo caso, il condizionale è d’obbligo: perché loro, come Florida, avrebbero potuto prendere parte alla sfida più importante della stagione, quella che ogni atleta affiliato alla NCAA sogna di poter giocare, se solo non avessero incontrato due guastafeste come Young e Randle. Ma procediamo con ordine, perché è stata una serata davvero intensa.
Il ruggito degli Huskies
Dovuta precisazione: in realtà i cani abbaiano, specialmente se si tratta di una razza tanto allegra quanto giocherellona come quella degli husky siberiani. Napier e compagni no, si sono solo travestiti da husky, perché il loro ruggito non solo ha manifestato il carattere predatore come quello di un leone ma ha addirittura intimorito gli alligatori della Florida. Eppure la partita era cominciata nel migliore dei modi per i ragazzi di coach Donovan: Michael Frazier II, Patrick Young e Casey Prather avevano costretto Connecticut a chiamare un time-out dopo 3 minuti di gioco sul punteggio di 0 a 7. Timida reazione con una schiacciata del ghanese Brimah ed un layup di Daniels, ma non basta perché alla girandola di punti si aggiungono anche Scottie Wilbekin e Dorian Finney-Smith, entrambi con un jumper. Ma da quei 16 punti nei primi 10 minuti si passerà ad un black-out interminabile. UConn, presa per mano da Shabazz Napier, DeAndre Daniels ed il tedesco Niels Giffey, rimonterà lo svantaggio e chiuderà la prima frazione sul 25 a 22. Nella ripresa, gli Huskies si affideranno ad una difesa che azione dopo azione si è trasformata in un fortino insormontabile, il vero asso nella manica di Kevin Ollie: negli ultimi 20 minuti, UConn non hanno concesso neanche un tiro agli avversari, i quali con molta difficoltà sono arrivati a canestro. Non a caso, Florida ha concluso la serata con il 38.8% dei tiri riusciti totali, dei quali solo 1 su 10 dalla linea dei 3 punti.
La palma del migliore in campo se l’è conquistata sul campo il big junior DeAndre Daniels, non solo per il suo costante supporto: il centro californiano è stato il primo giocatore ad aver messo a segno una doppia-doppia (20 punti e 10 rimbalzi) in una Final Four dal 2003 ad oggi. Prima di lui, un certo Carmelo Anthony che padroneggiava nei Syracuse Orange. La sfida si conclude sul 63 a 53 per Connecticut, con una prova magistrale anche dell’uomo più atteso, Shabazz Napier (6 assist e 4 turnover per lui). I Gators dal canto loro hanno registrato il minor numero di assist (3) in una Final Four dal 1984 ad oggi, quando gli assist entrarono a far parte ufficialmente delle statistiche. Ogni pronostico è stato azzerato. E gli husky vogliono continuare a ruggire.
L’ultimo maledetto secondo
Finito un incontro, se ne fa un altro. Si pulisce il parquet, le due squadre si riscaldano, i rispettivi quintetti si preparano a scendere in campo, e si ricomincia. Faccia a faccia ci sono i Kentucky Wildcats, quella che nella preview delle Final Four definimmo come ammazza grandi per eccellenza (Wichita State e Louisville, per citarne due), e i Wisconsin Badgers che, sulla carta, avrebbero dovuto risolvere la pratica senza enormi difficoltà. L’obiettivo dei biancorossi era quello di neutralizzare Julius Randle, il quale però si è neutralizzato da solo, facendosi male a metà prima frazione conseguentemente ad un atterraggio errato dopo un tiro in sospensione, tornando poi sul rettangolo di gioco ma al 50% del suo reale stato di forma. A questo punto il team guidato da John Calipari sembrava non avesse più speranze di poter almeno impensierire i propri oppositori. In effetti il primo tempo si è concluso con la coppia Dekker-Brust che ha portato i Badgers sul 36-40.
Al rientro dagli spogliatoi, coach Calipari decide di affidare il destino della sua squadra interamente ad un uomo: James Young. La guardia tiratrice diventa la chiave di volta della gara dei Wildcats: al suo primo anno con la casacca blu, il freshman proveniente dal Michigan ha portato a termine la sua serata con 17 punti, 5 su 11 dentro l’area e 6 su 7 dal tiro libero, ai quali si aggiungono ben 5 rimbalzi. Sono stati proprio i rimbalzi, infatti, ad aver deciso la prestazione di Kentucky: Randle e compagni hanno sovrastato Wisconsin con 32 rimbalzi rispetto ai 27 dei propri rivali, tra i quali si contano ben 11 rimbalzi in fase offensiva, 5 in più dei Badgers. Nonostante Young e nonostante i rimbalzi, la banda Ryan si trovava ancora su, con un piede nella finalissima di questa sera. E se non fosse stato per Aaron Harrison, ora staremmo parlando d’altro. È lui il buzzer-beater in persona, è lui il guastafeste che non vorresti mai conoscere ma che prima o poi ti ritrovi sulla tua strada a bloccarti il transito. Terzo tiro all’ultimo secondo riuscito in questo torneo NCAA che equivale al terzo sorpasso completato: dopo Wichita State e Michigan, ora anche Wisconsin. L’incredulità e lo sconforto si stampano sui volti di giocatori, staff tecnico e tifosi biancorossi. Kentucky è in finale, i gemelli Harrison sono stati ancora una volta gli ultimi ad arrendersi. Perché finché la sirena non suona, loro stessi ci hanno insegnato (e dimostrato) che può accadere di tutto.
Quattro motivi per seguire il National Championship Game
Insomma, comunque vada sarà un successo. Per la prima volta nella storia della NCAA, nella finale per il titolo del torneo collegiale si affronteranno due università che non appartengono ai primi tre posti nel ranking delle rispettive zone. East contro Midwest, Connecticut contro Kentucky, due formazioni che nella scorsa edizione neanche avevano partecipato alla Big Dance, come la chiamano nel Nord America, ovvero la massima competizione collegiale in assoluto (non solo della pallacanestro), rendendo questo National Championship Game unico, il primo a presentare due squadre che nella passata stagione non avevano partecipato al torneo, ripetendo quanto è accaduto nel 1966 quando Texas Western batté Kentucky in una storica, rocambolesca, impressionante gara. E ci sono quattro motivi per cui il paragone tra il ’66 ed il 2014 non è poi così banale.
– Le difese faranno la differenza, da entrambe le parti. Per quanto riguarda UConn, Ryan Boatright e Shabazz Napier hanno mietuto un’altra vittima sabato scorso, surclassando Wilbekin e le guardie di Florida tanto in difesa quanto in attacco. Sono riusciti a domare uno dei migliori team in quanto ad efficienza realizzativa, quello che per molti è stato considerato come il miglior pacchetto offensivo delle Final Four, concedendo loro solo tre assist in tutto l’arco del match e riservando così lo stesso trattamento che è stato adottano con i Michigan Wolverines. Kentucky, invece, può contare sui gemelli nativi di San Antonio, Aaron e Andrew Harrison, capaci di tirare fuori la giocata più importante nel momento meno atteso. In finale sono approdati proprio grazie ad una loro giocata, assist di Andrew e tiro da tre di Aaron. Dunque, impostare nel migliore dei modi la fase difensiva potrebbe risultare utile per la conquista del titolo.
– DeAndre Daniels e Julius Randle, due stili diversi, due percorsi diversi. Il centro in maglia blu è l’attaccante più atteso, specialmente per quanto ha dimostrato durante le varie fasi del NCAA Tournament, fatto sta che la doppia-doppia di Daniels è bastata per vietare a Florida l’ingresso nel National Championship Game. Il #2 californiano si presenterà questa notte con una media di 17 punti e 7 rimbalzi a partita, statistiche da non sottovalutare poiché parzialmente simili a quelli registrati dal freshman Randle, autore di 16 punti e 11 rimbalzi a partita. Paradossalmente, il pivot dei Wildcats potrebbe compiere il grande passo verso i palcoscenici NBA già dalla prossima stagione, mentre per Daniels ci sono molte meno chance di entrare a far parte dell’NBA Draft di questa estate. Ma questo non influirà di certo nella performance di questa sera. E solo uno di loro due vedremo gioire a fine partita.
– Chi sfrutterà maggiormente la linea dei tre punti? Dopo quanto abbiamo assistito nelle scorse occasioni, buona parte della gara si deciderà da lì. UConn ha avuto la meglio su Florida anche dai 3 punti: Napier e Boatright hanno centrato 5 dei 12 tentativi totali, contro un solo tiro su 10 tentati dai Gators, merito soprattutto di un fortino invalicabile. Anche se i Wildcats hanno messo a segno solo 2 su 5 tiri da fuori area, stessa percentuale dei Badgers con 8 su 20 dietro la linea, gli Huskies non possono sottovalutare James Young e Aaron Harrison. Chiedete a Bo Ryan.
– In panchina i due allenatori, John Calipari e Kevin Ollie, dovranno unire tutti gli ingredienti ideali per poter salire sul gradino più alto del podio. Tutte e due, inoltre, hanno risposto a suon di successi a tutte le critiche piovute durante la regular season nei confronti delle rispettive selezioni. Da una parte, John Calipari è ad un passo dalla conquista del suo secondo titolo NCAA negli ultimi tre anni, con giocatori diversi in tutto e per tutto da quelli che nel 2012 alzarono al cielo il loro ottavo trofeo nella storia di questa università, e difficilmente gli si potrà contestare qualcosa sul modo in cui si crescono dei ragazzi in una squadra giovanile. Qualche metro più distante da Calipari c’è Kevin Ollie, che fino a quattro anni orsono continuava a giocare come playmaker nella NBA (non nei campetti di periferia, per dire). Lui, a 41 anni, ha ottenuto con le unghie e con i denti la sua prima finale NCAA da allenatore, al secondo anno sulla panchina degli Huskies, un college che conosce molto bene, avendoci militato per quattro anni, dal ’91 al ‘95. Magari sarà troppo presto per definirlo un allenatore già pronto, ma di certo il suo carisma e la sua grinta sono caratteristiche che nel Connecticut mancavano dai tempi di Jim Clahoun. E chissà se coach Ollie non seguirà i suoi passi.
Valerio Scalabrelli – @Scalabro92
(fonte: Tribuna Italia)
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