Matt Barnes non ha dubbi: l’ego smisurato dei principali protagonisti costò a “lob city” il titolo NBA. Barnes, veterano di mille battaglie (14 stagioni NBA tra Golden State, Phoenix, Memphis, Sacramento, LA Lakers ed LA Clippers) fu un membro importante dei Los Angeles Clippers di Chris Paul, Blake Griffin, DeAndre Jordan e di coach Doc Rivers tra 2012 e 2015.
In un intervento radiofonico all’emittente losangelina AM 570 LA Sports (la vecchia KLAC, per i clipperologi), Matt Barnes spiega le ragioni per cui, secondo lui, quei Los Angeles Clippers non raggiunsero mai le finali NBA, nonostante il talento e le stagioni vincenti.
Queste le parole di Barnes, ritiratosi nel 2017:
“Ad LA abbiamo avuto una delle squadre più forti e di talento a non aver mai vinto un titolo. Ed io credo sia stata colpa nostra. Ci siamo fregati da soli. Troppo grande l’ego dei giocatori di talento, troppi atteggiamenti. Pensavamo di essere come i Golden State Warriors (di oggi, ndr) finché loro non hanno vinto il loro primo titolo. Li avevamo eliminati ai playoffs l’anno prima, e l’anno successivo si sono ripresentati e hanno vinto. Questo significa che di talento noi ne avevamo da vendere. Semplicemente, in campo non siamo mai riusciti ad esprimerlo completamente. Pazzesco. Fuori dal campo andava tutto bene tra noi, ed io mi chiedevo: ‘com’è possibile che siamo così “cool” fuori dal campo, ed in campo niente?’. Una certa rigidità mentale da parte nostra ci ha impedito di vincere.
– Matt Barnes sugli anni ai Clippers –
Matt Barnes e le differenze tra Clippers e Warriors

Matt Barnes in maglia Clippers
Matt Barnes lascia i Clippers nel 2016. Dopo un breve esilio a Sacramento, l’ala ex UCLA firma un contratto annuale coi Golden State Warriors nell’estate del 2017. Un ritorno, per Barnes, che aveva già giocato per la franchigia della Baia nel biennio 2006-2008.
Per Barnes, la differenza tra i Clippers di allora ed i Golden State Warriors di Steph Curry, Kevin Durant e dei 3 titoli in 4 anni risiede nella capacità delle stelle di adattare il proprio ego al perseguimento di un obiettivo più grande e comune:
“L’ego, l’ego. Guardando indietro al mio anno a Golden State, e dal punto di vista di un comprimario in un gruppo di superstar, non c’era spazio per personalismi (…) l’unica cosa che importava era vincere. Vincere e ri-vincere. Se avessimo avuto la stessa mentalità ai Clippers, un titolo l’avremmo vinto”
– Matt Barnes sulle differenze tra Clippers e Warriors –
I Los Angeles Clippers di “lob city” (la città dei “lob” lanciati in aria da Chris Paul per le schiacciate di Griffin e Jordan) sono ormai un ricordo. L’ultimo pezzo di quella squadra, De Andre Jordan, ha lasciato LA in estate per accasarsi a Dallas. Tra 2012 e 2017, i Clippers non vinsero mai meno di 51 partite in stagione regolare, ma non superarono mai il secondo turno dei playoffs.
Infortuni, controversie, incredibili rimonte subite (nel 2015 gli Houston Rockets rimontarono uno svantaggio di 1-3 nelle semifinali della Western Conference per vincere la serie in 7 partite), tensioni crescenti soprattutto tra Chris Paul e Blake Griffin caratterizzarono in negativo l’epoca di “lob city”. Una squadra, nelle parole di Matt Barnes, “tra le più forti a non aver mai vinto un titolo”.







l cambio più importante è avvenuto sicuramente ai piani alti, dove Donald Sterling è stato costretto a lasciare il ruolo ricoperto a causa delle frasi razziste che hanno riempito le pagine dei giornali per mesi. I dirigenti, sotto l’aspetto tecnico, sembrano aver cambiato la strategia riguardante la gestione del roster. Via molti volti che riducono a pochi elementi il roster e alleggeriscono soprattutto il monte ingaggi. Fra i tanti partenti troviamo nomi importanti come Jackson, Collison, Dudley, Vujacic, Green, Jamison e Granger, sostituiti da giocatori considerati evidentemente più congeniali alle esigenze di coach Rivers quali Farmar, arrivato dai tanto odiati rivali cittadini dei Lakers, Wilcox via draft, Udoh, Bullock, Douglas-Roberts e Spencer Hawes, l’uomo che forse più degli altri può dare qualcosa in più dalla panca a questo team. Il quintetto iniziale, invece, rimane invariato, con il genio di Chris Paul, uomo immagine della franchigia, ad inventare ed assistere specialmente i due lunghi Blake Griffin,
che alza i suoi standard di stagione in stagione, e DeAndre Jordan, che ha dato sicuramente un ottimo contributo in ambedue le fasi di gioco l’annata precedente. A completare il tutto ci pensano la determinazione e la costanza di J.J. Reddick con un Matt Barnes in rampa di lancio, pronto a meritarsi un maggior minutaggio. Da non dimenticare mai, il talento dalla panca che apporta uno dei migliori Sixth Men della lega, Jamal Crawford, le cui mani sempre bollenti mandano a terra i difensori avversari.