Stephen Smith, analista di ESPN, si aggiunge alla cospicua fila di detrattori e scettici da sempre concentrati sul gioco di Russell Westbrook. Spesso giudicato fine a sé stesso, non funzionale all’interno di un collettivo per raggiungere la vittoria di un titolo. Un personaggio polarizzante, divisivo e vittima della cultura di giudizio fondata esclusivamente sul numero di trofei in bacheca. Nella stagione 2016-2017, Russell Westbrook concluse la stagione con una tripla doppia di media da 31.6 punti, 10.7 rimbalzi e 10.4 assist. La rara straordinarietà dell’evento gli regalò il premio di MVP. Ed il primo errore fu minimizzare la caratura di quanto compiuto da quel momento in avanti. In quanto seguirono due stagioni consecutive chiuse con lo stesso irraggiungibile impeto. La costanza con cui offre questo genere di prestazioni ha fatto precipitare lo stupore che dovrebbe generare nella monotonia.
L’accusa di non aver mai posto questo feroce impatto a servizio delle dinamiche di squadra in cui è inserito è un bersaglio che appare fisso sulla schiena di Russell Westbrook. Nella sua carriera, ha disputato quattro volte le Conference Finals con gli Oklahoma City Thunder dal 2011 al 2016. Solamente nel 2012 approdati alle NBA Finals, perse contro i Miami Heat di LeBron James. Poi seguono tre uscite al primo turno e l’ultima apparizione con gli Houston Rockets conclusa al secondo turno nella bolla di Orlando, contro i Los Angeles Lakers. Oggi, il suo imponente contratto lo ha inquadrato come unica pedina per comporre una trade con John Wall. In 38 gare con gli Washington Wizards, ha già battuto il record storico di franchigia per numero di triple-doppie, fino a due giorni fa assestato a 15 in 283 partite.
Stephen A. Smith duro contro Russell Westbrook
Persino dopo una gara da 35 punti, 14 rimbalzi e 21 assist, mai registrata nella storia della NBA. La quale rappresenta la sesta gara da almeno 20 punti e 20 assist in carriera e che certificherebbe la quarta stagione conclusa con una tripla-doppia di media, Russell Westbrook ha ricevuto critiche taglienti da parte di Stephen Smith. Durante un episodio dello show First Take, ha espresso la sua indifferenza nel notare l’ennesima prestazione composta da soli numeri di Russell Westbrook contro gli Indiana Pacers.
“Questo è ciò che sa fare, chiunque lo sa. Ha vinto un premio di MVP, è la point-guard più atletica nella storia della NBA, ma guardiamo la realtà dei fatti. Ogni anno fa le stesse cose, e ancora non ha sviluppato un tiro da tre punti affidabile. E questo, quando ti confronti con giocatori come Dame (Damian Lillard, ndr) o Stephen Curry, gioca a tuo sfavore. Negli anni ha avuto dei compagni di squadra di enorme talento e non ha nemmeno un titolo da mettere in mostra. Non mi concentro più sui numeri, ora è il momento di capire se è in grado o meno di salire di livello per vincere un trofeo.”
Ritenere gli attuali Washington Wizards una squadra potenzialmente conducibile alla vittoria del titolo è alquanto utopico. Ma Stephen A. Smith prosegue manifestando la sua incredulità riguardo il fatto che la squadra ha un tale record negativo (17-29) con Russell Westbrook e Bradley Beal. I due hanno disputato 35 gare assieme in campo. Più che mai in questo periodo storico, possedere due All-Star in squadra non è minima garanzia di alcun raggiungimento. Ciò nonostante, la predisposizione del torneo play-in allarga il bacino di potenziali partecipanti alla post-season. Gli Washington Wizards si trovano ora a 2.5 gare dal decimo posto.
La risposta di Westbrook va oltre la pallacanestro
La più peculiare caratteristica, e la più incontestabile, di Russell Westbrook risiede nella sua totale dedizione, sforzo ed impegno nei confronti della sua squadra. Tanto in situazioni di successo, quanto di difficoltà come quella presente. Da tanti colleghi è giudicato come uno dei compagni più fedeli e protettivi, nonché uno dei giocatori con più attenzione alle dinamiche sociali esterne alla pallacanestro. Di tutto questo, il membro degli Washington Wizards ha totale consapevolezza, da lui definita la sua più “grande vittoria”. Fred Katz di The Athletic ha riportato l’ampio pensiero fornito da Russell Westbrook in risposta a Stephen Smith. In particolare, ha sottolineato come la concezione di essere un campione per lui derivi da quanto sia in grado di restituire alla comunità.
“Un titolo non cambia la mia vita. Sono felice, sono un campione dal primo giorno che sono entrato nella NBA, dopo essere cresciuto per la strada. Non devo essere un campione NBA, conosco persone che hanno raggiunto questo traguardo, ma non hanno fatto niente per la propria comunità, per il nostro mondo. Ciò che voglio lasciare in eredità non si fonda su quello che faccio sul campo. Non giocherò a basket per tutta la vita. Quello che conta è ciò che realizzo fuori dal campo, che possa essere di ispirazione per tante persone durante il mio viaggio. Non permetto alla negatività di fare parte della mia vita, perché è stato così per tutta la mia carriera. Perciò la prendo come una cosa positiva. Sento che sto facendo del bene se le persone parlano di me.”
Due posizioni assai distanti atte a generare un forte dibattito e prese di posizione. A fianco del lecito pensiero proposto da Stephen Smith, quello che Russell Westbrook compie con determinazione ogni notte è qualcosa meritevole di riconoscenza, perché non incontra precedenti nella storia della NBA. Se a fianco di questi record combina attenzione e volontà per contribuire alla crescita della collettività, allora si ha la certezza che stia vivendo un periodo colmo di orgoglio e serenità. Ed è già una vittoria, prima come uomo. Nella NBA, Russell Westbrook ha ancora tanto da dare, in ogni contesto di inserimento, lui sarà la personalità più trascinante verso qualunque obiettivo prefissato. Se concluderà la carriera come il one man show a mai aver vinto un titolo NBA, probabilmente sarà stato uno dei più grandi.









