Avrebbe dovuto essere una parata di stelle, si sta trasformando in un meeting di reduci. E l’Eurozona soffre, non solo monetariamente.
Eurozona franca?
Potremmo comporre un paragrafo di tre righe solo elencando di chi non prenderà parte all’Eurobasket turco (sì, sarà itinerante, ma sostanzialmente è targato Turchia). Non ci credete?
Gallinari, Batum, Gobert, Causeur, Parker, Fernandez, Mirotic, Llull, Jokic, Nemanja Bjelica, Raduljica, Teodosic, Zipser, Kleber, Giannis Antetokoumpo, Dorsey, Ilyasova, Asik, Kanter, Vesely, Balvin, Gortat, Len, Fesenko, Zizic, Zubac, Hezonja, Zoran Dragic, Karasev, Sabonis, Jankunas.
Non male, per quella che dovrebbe essere la kermesse più importante a livello di nazionali dopo Olimpiadi e Mondiali.
Questo non per sminuire i tornei delle Americhe o anche quelli asiatici, che stanno salendo di colpi.
È che, banalmente, il livello medio di FIBA Europe resta un gradino sopra agli altri.
Le ultime due Olimpiadi lo hanno dimostrato, con quattro medaglie per le tre europee (Spagna, Serbia, Russia) che sono arrivate dietro gli imbattibili Stati Uniti.
Eurozona locale
Ognuna di quelle assenze pesa, tanto da un punto di vista tecnico quanto di immagine, ed emerge dalle nebbie della memoria un ricordo di un Superbasket vecchio di dieci anni o forse più.
“Se un per giocatore deve scegliere, Olimpiadi sì, Mondiali nì, Europeo no”. Chiaro: non tutti dicono no, ma insomma questo era il criterio con cui, nell’indecisione, un cestista iscrive (o meno) la propria partecipazione.
Altrettanto chiaro: molti di questi infortuni sono stati gravi e di questo bisogna dolersene, ma molte rinunce a prescindere (e anche qualcuna in corso d’opera) qualche indicazione in questo senso la lasciano.
Partendo sempre da un presupposto: il cestista è un atleta, e con il fisico ci lavora, ci mangia e ci paga le tasse.
Però, a questo punto, diventano risibili anche certe lamentazioni sulle finestre autunnali per le nazionali.
Quando poi qualcuno salta anche Eurobasket.






















