Forse neanche lui pensava di essere lì a questo punto della stagione. O meglio, magari nella stessa posizione, ma quasi certamente non distante un passo e mezzo dalla locomotiva Warriors. O forse sì, perché certe cose gli addetti ai lavori le vedono prima di chi esprime pareri da fuori. E se sei coach Pop, non figuri certo tra gli addetti ai lavori qualsiasi.
Gregg Popovich, un nome, una garanzia. Non di basket-champagne, ma di rendimento, continuità, solidità. La sua mano invisibile ma concreta, ha indirizzato verso un ciclo vincente Duncan e Robinson prima, e poi Parker, Ginobili, Leonard e tutti i compagni che di volta in volta vestivano la maglia Spurs.
Sigla.
Pop store
Non è simpatico, Pop. Non fuori e, a quanto dicono, nemmeno dentro. Ma è un vincente, non nel senso cialtrone e pressapochista di “uno che ha vinto titoli”, che quello in fondo sono buoni tutti,bensì nell’accezione di “uno che ha chiaro cosa serve per poter vincere”. Incluso saper fare un passo indietro e lasciare l’autodeterminazione ai suoi uomini.
Oh, non che cascasse male, in quanto a responsabilizzazione e coscienza critica degli atleti. Ogni anno dall’arrivo di Big Fundamental in qua il coach di origini slave ha avuto a disposizione giocatori di valore tecnico ineccepibile. Qualche volta è riuscito a trasformarli in una squadra da titolo, qualche volta si è fermato vicino, qualche volta ha toppato.
Questo non per sminuirne le doti, ma semplicemente per dimostrare che, per quanto competente un allenatore capace è anzitutto uno che sa quando fermarsi, quando lasciare spazio ai suoi evitando l’overcoaching. Dote che finora hanno palesato molti che hanno studiato alla sua accademia: Doc Rivers, Monty Williams, Mike Brown, Mike Budenholzer. E Steve Kerr, ovviamente.
E qui torniamo all’inseguimento ai Warriors. molto più che virtuale. Perché la panchina è piena, ma sostanzialmente di giocatori che per questi livelli non possono che essere chiamati mestieranti: Clark, McGee, Speights, West e lo stesso Pachulia sono complementi ma non figure principali, ottimi, certo, ma pur sempre complementi, e Livingston e Iguodala sono carrozze che a mezzanotte ritornano zucche. E Durant… beh, Durant è stato un fattore, fino all’infortunio.
Senza soffermarci troppo sulle sfortune dei californiani, che comunque restano squadra virtualmente inarrestabile quando il motore gira a piena potenza, Popovich potrebbe farsi ingolosire dal raggiungere e superare Golden State. Ne avrebbe tutte le ragioni, e chissà se in fondo già non stia progettando il colpaccio. Partendo dalla specialità della casa.
Difesa del fortino
La vicinanza di Fort Alamo offre un parallelo notevole per descrivere la retroguardia neroargento, che proprio questo sembra: una difesa del fortino.
Primo comandamento: proteggere la zona che va dallo smile al ferro, meglio se in maniera asfissiante. La difesa infatti sta addosso sul lato forte quando l’azione si svolge nei pressi del plexiglass, decidendo di battezzare i tiratori in punta e sul lato debole. Gli occhi in quei momenti sono tutti sulla palla, ma l’uomo viene “sentito” con le braccia e con il fisico.
Ad ogni tiro, ogni movimento, si cerca sempre cerca di mettere un ostacolo: un braccio, un fianco, una mano che rendano meno agevole lo svolgimento dell’azione avversaria. O magari di coprire lungo la linea di fondo, dove uno dei lunghi scalerà per coprire la penetrazione.
Le spaziature in questo senso sono decisive, e Pop ha predisposto un sistema in cui ogni difensore, in qualunque zona, è in grado di schermare almeno due uomini, anche quello che viene ancorato nella zona tra il ferro e lo smile e il guardiacaccia che pattugliala linea dei liberi o il relativo cerchio.

Così facendo diventa più facile anche murare il pick&roll con l’aiuto-e-recupero o semplicemente seguendo, raddoppiare gli isolamenti sul lato forte e in casi particolari (per esempio eccellenti realizzatori) la scelta sui giochi a due è cambiare per togliere la visuale ottimale.
Una difesa senza difetti? No, se non staremmo parlando della certezza matematica che l’anello si accasi al Riverwalk. In generale, tutti questi concetti sono buoni in linea teorica, ma poi devono essere tradotti nella pratica. E lì sorgono i problemi.
Malgrado un sistema difensivo costruito mirabilmente il problema dei San Antonio è che spesso, forse causa età avanzata, manca la rapidità, per realizzarlo, con il risultato che, pur contrastando bene, alla fine gli avversari il fondo della rete lo raggiungono. Lacuna evidente nei casi di blocco e giro nella corsia centrale: dove, anche a causa dell’ingorgo che gli Spurs stessi portano in mezzo all’area (classico caso di arma a doppio taglio), la rapidità dell’aiuto-e-recupero non è ottimale a impedire il passaggio di ritorno.
Può succedere che, proprio per ovviare a questa lacuna, gli Spurs adottino una zona 2-1-2 che si chiude a ostrica su chi riceve in mezzo.
Pop art
Quello che è un limite in difesa, ovvero l’età avanzata e la mancanza di rapidità, si trasforma nell’elemento su cui fa leva l’attacco, in termini però di esperienza e flemma. L’offensiva impostata da Popovich potrebbe essere descritta con le parole con cui San Paolo descrive l’amore nella lettera ai Corinzi: paziente, non si insuperbisce, non persegue il proprio interesse.
O meglio, l’attacco lo persegue, ma l’individuo no. Conta chi è nella condizione migliore per tirare, non chi è il miglior tiratore. C’è collaborazione, e disponibilità a passarsi la palla. Anche questo, marchio di fabbrica di Pop.
Una delle partenze dell’attacco a metà campo richiama gli Utah Jazz di Jerry Sloan, peraltro ulteriore esempio di condivisione di palla a spicchi: due blocchi in post basso dei lunghi per le uscite degli esterni, che sfruttano le schermature e salgono per ricevere o per lasciare spazio se il play vuole penetrare. In questo caso i lunghi restano sotto le plance per l’eventuale rimbalzo offensivo.
Se invece il play serve uno degli esterni, se questo a sua volta opta per l’incursione il suo bloccante si apre dalla media, e ça va sans dire ciò crea ulteriore pericolo quando si tratta di Aldridge o Gasol. Quest’ultimo è anche in grado di creare dal post basso mentre il sodale rimane sotto il ferro, e può scegliere l’azione personale o il passaggio fuori, dove sul lato debole play e guardia saranno appostati oltre l’arco e il 3 sarà rimasto nel mid range per eventualmente aiutare a rimbalzo offensivo.
Caratteristica tutt’altro che di secondaria importanza, l’azione del lungo viene seguita dal compagno di reparto. L’agilità di Lee e la presenza fisica di Dedmon sono, per motivazioni opposte ma complementari, due agevolazioni in queste occasioni.
Un’altra delle opzioni iniziali per l’attacco prevede invece che ci siano due bloccanti alti e larghi e due esterni negli angoli.Facile, avendo lunghi che sanno mettere palla per terra (Gasol e lo stesso Aldridge), che se questi ricevono palla dopo avere effettuato lo screen poi procedano con la zingarata in prima persona, accompagnata da un taglio lungo la linea di fondo sia durante la penetrazione in sé sia nel caso l’attaccante si fermi sulle tacche per restare più vicino possibile all’area quando è intasata. Sempre che non ci sia uno scarico prima oltre l’arco, altra opzione attuabile.
La bidimensionalità del frontcourt fa sì, poi, che nella stessa situazione di partenza una volta ricevuta palla il lungo che non tenti l’azione personale (tiro o attacco al ferro) blocchi per l’esterno che eventualmente sale, e da lì segua l’azione in pick&roll o si apra in pick&pop. E diventa ancora più agevole, se uno dei piccoli coinvolti è Kawhi Leonard.
Non avere finora approfondito l’argomento riguardante l’MVP delle Finals 2014 è chiaro sintomo di quante siano state, finora, le frecce all’arco di Pop. Leonard sta disputando un campionato finora sublime. Fa sorridere ripensare ai suoi esordi come specialista difensivo, fisico, con fondamentali sbozzati ma rivedibili. In cinque stagioni e mezzo nella Lega ha fatto passi in avanti enormi, tant’è che è diventato una cesellata point forward.
Sì, perché non è raro che Parker, una volta varcata la linea di metà campo, passi la palla a KL in punta o in ala e poi tagli per andare ad agire da guardia, mentre quest’ultimo organizza il gioco portando all’azione nei modi sopra descritti.
L’imprinting da specialista difensivo però è ancora lì (vorremmo anche vedere) ed emerge nelle situazioni in cui è coinvolto l’uomo di Kawhi. Il quale, se riesce a recuperare anticipando le linee di passaggio, o parte in volata verso il tabellone o si preoccupa di condurre il contropiede primario.
Che in linea teorica (bisogna sempre vedere la disposizione degli uomini in campo in quel momento) si sviluppa così: recupero, pick&roll, penetrazione o passaggio in ala per il tiro, con lo scopo di creare punti rapidi se la difesa ancora non si è ancora schierata.
Nel caso invece le forze dell’ordine avversarie siano riuscite a riorganizzarsi velocemente si passa al contropiede secondario per far muovere la difesa stessa: in tal caso si ha una prima incursione al ferro, uno scarico sul lato debole, un extra-pass e una conclusione a discrezione del tiratore.
Pop alert
Fino a qui gli Spurs visti in questa stagione, che però da questo weekend in avanti saranno diversi, causa assenza di Aldridge per i noti problemi al cuore. Difficile pronosticare come sarà la nuova San Antonio, ma è presumibile che Pop chieda a Gasol e Lee di smezzarsi le responsabilità di LMA, e che ridisegni qualche gioco per far sì che Dedmon abbia modo di sfruttare la sua fisicità in modo proficuo.
Il tutto per provare a giocare uno tiro mancino all’ex allievo Steve Kerr, alla ricerca delle Finals. Uno che potrebbe riuscire a sorprendere Oakland di certo è lui.



