“Another day for all the suits and ties, another war to fight”
Good Charlotte; We Believe
L’introduzione è facile, facilissima, banale, persino scontata e ovvia: la Carolina, tra Nord e Sud, non ha grande tradizione a livello di palla a spicchi professionistica. Universitaria di sicuro, tra North Carolina, North Carolina State e Wake Forest. Ma non professionistica. Peraltro sempre con sede a Charlotte.
Ci hanno provato gli Hornets una prima volta, e sappiamo come sono finiti. Anzi, dove: a New Orleans. Ci hanno provato i Bobcats: primo canestro della loro breve vita segnato da uno che come nome di battesimo fa, le coincidenze, Primoz (Brezec) e un solo viaggio ai playoff, nel 2010 sotto coach Bobby Brown e guidati in campo da Stephen Jackson e Gerald Wallace. Nel giro di un annetto o giù di lì, giubilati tutti e tre.
Poi di nuovo Hornets, e stavolta pare stia andando meglio. E allora, bene Charlotte, noi ci crediamo. Tradotto: Good Charlotte, We Believe.
Difesa da ufficio
Ci perdonerete il malsano gioco di parole di prima, legato al nome di una band punk rock i cui membri provenivano da una zona non molto distante da questa (il Maryland, per essere precisi). Riferimenti musicali a parte, gli Hornets sono partiti veramente forte in questa stagione, e trovare un modo per arrestarne la corsa sta diventando un rebus per molti. Il terzo posto nella graduatoria orientale è sostanzialmente meritato, e mentre le avversarie dirette sono parecchio ondivaghe, la continuità di risultati al momento sorride agli uomini di Michael Jordan.
Che (iniziamo con le note dolenti) soffrono una certa difesa d’ufficio, nel senso che nella propria metà campo sembrano quei dipendenti che si limitano a sedersi al proprio posto, fare il minimo sindacale e aspettare che giunga il rompete le righe.
Intendiamoci, non è una difesa completamente colabrodo, se no staremmo parlando di tutt’altro record. Si basa sull’essere attiva sempre e statica mai, sul cercare l’anticipo e contestare il tiro al proprio avversario da parte di ogni difensore e sulla necessità di chiudere il pitturato, di ingorgarlo, da parte di tutti e cinque gli uomini in retroguardia. Il problema è che molto spesso e molto volentieri un simile atteggiamento non è accompagnato dalla cattiveria agonistica, dal tremendismo, dalla fame necessaria per far sì che l’avversario non spanieri quando gli garbi.
Il risultato è che la difesa di Charlotte spesso viene aggirata tramite backdoor, ricezione sui tagli, o ancora peggio passaggi nel cuore dell’area su cui i difensori non reagiscono prontamente perché concentrati nel ricercare la palla, più che nel coprire l’attaccante per impedire il passaggio assassino stesso. Un sistema come questo aiuta moltissimo a coprire le lacune dei singoli… a patto che venga orchestrato correttamente, altrimenti si arriva a quei momenti in cui i difensori si ingorgano tra loro e gli attaccanti pasteggiano.
Sky… Walker?
Per restare in tema di Star Wars. Kemba non sarà Luke perché gli manca quel “Sky-” nel cognome, ma da quanto sembra passeggiate nel cielo non ne disdegna, anzi. Fosse solo quello, il problema (per gli altri).
Sì, perché il meneur titolare degli Hornets non si sa proprio come fermarlo. Organizza l’attacco, detta i ritmi, si crea il tiro da solo e lo segna pure, non importa la posizione. Ah, e quando non ha modo di concludere, pesca l’uomo libero.
Talvolta quell’uomo libero è Cody Zeller il cui pick&roll con il buon Kemba è la conditio sine qua non per l’offensiva dei Calabroni. Zeller è il tipico prodotto da Indiana University: fondamentali adamantini, dai piedi educati e mani parimenti, sa muoversi orizzontalmente e verticalmente lungo il parquet, e sui cambi di marcatura è in grado di stare con il piccolo. Unico neo, la discontinuità ma siccome i lunghi crescono più tardi e lui di anni ne conta solo ventiquattro possiamo andare sul sicuro.
Un attacco costruito su quest’asse, con in più un Batum a portare punti di rottura, improvvisi, e un Kaminsky in grado di mettere palla per terra come farebbe un esterno, non può che essere l’arma principale su cui costruire le proprie fortune. La relazione tra play e centro è proprio la fonte principale: dalla loro danza in blocco e giro Kemba decide se rifinire da solo o se scaricare alla batteria di tiratori appostati sul perimetro.
L’alternativa alla zingarata in area è la circolazione perimetrale per cercare il tiro nella posizione migliore, ma attenzione, sempre di alternativa si tratta: come prima opzione infatti l’azione prevede l’avvicinamento a canestro (quasi sempre nella maniera sopra descritta) previa organizzazione e distribuzione in tutte le zone del parquet. Queste verranno occupate in modo che gli Hornets abbiano una corretta spaziatura per trovarsi tra loro e contemporaneamente impedire alla difesa di stringere e togliere varchi.
Un penetratore avrà a disposizione sempre un cecchino fuori dall’arco e anzi, spesso quest’ultimo sarà chi qualche secondo prima gli ha portato un blocco, così come troverà sempre un tagliante nel cuore dell’area pronto a ricevere l’eventuale passaggio.
Prospettive
Ora come ora è difficile pensare a dove potranno arrivare gli Hornets. Certo la stagione che stanno vivendo è esaltante, fino a questo momento, ma se non saliranno di colpi e non inizieranno a sbucciarsi maggiormente le ginocchia in difesa la bella regular season sarà vanificata da una post season deludente. Fortunatamente, Charlotte ha un capoccia che in merito al tremendismo due o tre dritte può darle. No, MJ?

