Avanti, ammettetelo. Chi avrebbe pronosticato di vedere i Boston Celtics ‘accasati’ in seconda posizione nella Eastern Conference a sole 2.5 vittorie dai Cleveland Cavaliers, campioni NBA in carica?
Ad oggi, la situazione è proprio questa: i Verdi che mettono la freccia di sorpasso ai Toronto Raptors e imbastiscono l’inseguimento a LeBron James e co. (protagonisti di un mese di gennaio orribile).
Il Maestro Yoda, verde per antonomasia (un caso?), in “Guerre Stellari – L’impero colpisce ancora“, conferiva a Luke Skywalker la profetica frase “Fare o non fare. Non c’è provare!“; ed è proprio da questo mantra che Boston deve continuare la sua cavalcata.
È ottima finora la stagione dei Celtics. Le sensazioni durante la pre-season era buone ma non così tanto.
Gran parte del merito va all’impostazione di Brad Stevens (ad una sola vittoria dal diventare il coach della conference est per l’All Star Game 2017) e alla leadership acquisita da Isaiah Thomas.
Thomas, al momento secondo miglior marcatore della lega dietro a Russell Westbrook, quando decide di voler vincere le partite nei finali, non lascia speranze agli avversari. Per questo motivo si è guadagnato l’investitura di “King in the fourth“.
Ne sanno qualcosa i Toronto Raptors, che nell’ultima sfida al TD Garden, dopo tre quarti di dominio, si sono visti portar via la possibilità di vittoria dal ‘piccoletto’ di Tacoma: 19 punti dei suoi 44 finali li ha realizzati nell’ultimo e decisivo periodo. Colpi di genio che spesso gli capitano quest’anno; ormai non è più una sorpresa, ma una piacevole usanza.

Thomas e Stevens a colloquio
Certo, tanti elogi vanno al ‘folletto celtico‘ formato MVP (l’ultimo riconoscimento portato a Boston fu di un certo Larry Bird nel 1986), ma attorno a lui è stato costruito (chiariamo, il cantiere è ancora aperto) un cast di co-protagonisti niente male.
Marcus Smart, che sta momentaneamente sostituendo l’infortunato Avery Bradley, riesce sempre a dare il suo ottimo contributo con grinta, Jae Crowder nei momenti decisivi non si tira mai indietro, Al Horford centro affidabile con una certa esperienza ed infine la second-unit che dà massimo supporto, ossia i vari Olynik, Jerebko (ultimamente ha calcato il parquet sin dalla prima palla a due), Rozier, Brown e Johnson.
Tutto sommato i Celtics sono una squadra verde (colore che ritorna svariate volte, chissà perché) e questo porta, quasi inevitabilmente, a commettere dei peccati di gioventù.
Durante le partite, i ragazzi del Massachusetts, alternano momenti di grande basket a momenti di confusione totale: riescono con una facilità disarmante a farsi recuperare (o a recuperare) grandi vantaggi (o svantaggi).
La situazione sfugge di mano quando la brutta difesa e la scarsa cattiveria a rimbalzo sono accompagnate da attacchi sciagurati con palle in tribuna e scelte di tiro discutibili.
Viceversa, quando i Celtics stringono le maglie difensive portando gli avversari a forzare qualche tiro, diventano davvero pericolosi.
Arrivano così, cinque vittorie consecutive per la banda di Brad Stevens, ottimo ruolino di marcia.
La più ‘rumorosa’ è sicuramente quella ottenuta al fotofinish contro Toronto, diretti rivali per la seconda posizione nella Eastern Conference. Il periodo negativo dei canadesi corrisponde con quello positivo dei Celtics: quindi quale migliore occasione per provare ad allungare e provare l’assalto ai Cavs?
Siamo ancora a metà stagione, è ancora presto per azzardare pronostici, ma questa squadra non deve assolutamente tirarsi indietro a nessun impresa.
Non devono esserci limiti per ottenere qualcosa di tanto straordinario quanto impensato. D’altronde vale sempre il famoso mantra: “Fare o non fare. Non c’è pensare!”

Tutto un popolo sulle sue (piccole) spalle


