I Sacramento Kings ritrovano vittoria, speranze per i Playoff e lo fanno grazie ai soliti noti. Contro i Sixers i californiani vincono 114 a 110 grazie ad un quarto quarto da quasi 40 punti (oltre a Cousins, molto bene Darren Collison) ed una prestazione super di DeMarcus Cousins e Rajon Rondo. Il lungo classe Kentucky ha chiuso con 28 punti e 12 rimbalzi, mentre il playmaker è arrivato a quota 14 punti, 15 assist e 8 rimbalzi (una tripla doppia ad honorem insomma). Questa è la settima partita in cui la coppia chiude con almeno 25 punti e 10 rimbalzi (uno, Cousins) e almeno 15 assist (l’altro, Rondo). Solo in altri cinque casi è successo in questa stagione lo stesso e solo uno ove vi sono stati giocatori superiori (trattasi di Karl-Anthony Towns e Ricky Rubio). I Kings ora possono lottare, insieme ad altre squadre, per quell’ottavo posto nella Western Conference che in tanti ambiscono, anche se fondamentali saranno gli apporti, oltre dei due sopracitati, di tutto il resto del team (troppo sonnecchiante in questo periodo) nelle partite.
Ricky Rubio
Rubio sì, Rubio no. Ancora una volta il dilemma è questo. Il 25enne playmaker spagnolo è da sempre al centro di grandi dibattiti tra coloro i quali credono lui e chi invece preferirebbe farne a meno, potendo.
E, ancora una volta, Rubio pare essere sul banco degli imputati, pronto a fare le valigie verso chissà quale destinazione. Secondo quanto riportato da Brian Windhorst infatti, la PG dei Minnesota Timberwolves potrebbe partire entro la trade deadline. Una scelta che permetterebbe a Zach LaVine, fresco di riconferma nello Slam Dunk Contest, di trovare lo spazio necessario in quintetto per confermassi ai livelli sperati dalla dirigenza dei Twolves.
In realtà, però, è stato lo stesso giocatore a smentire alcun tipo di partenza: “Non lascerei i Timberwolves per tantissime ragioni. La società ha sempre creduto in me, così come io credo in loro” ha dichiarato di recente il giocatore. Un attestato di fiducia che farebbe tramontare ogni ipotesi di addio perciò.
Rubio, che dopo tante stagioni colme di infortuni sta finalmente trovando continuità per quanto riguarda la tenuta fisica, sta mantenendo numeri in linea con le medie in carriera, mettendo a referto 9.7 punti, 8.6 assist e 4.4 rimbalzi a partita alternando come sempre prestazioni più che buone a prestazioni sottotono.
Inutile dire che, ad oggi, Minnesota punta a costruire un roster attorno a Towns e Wiggins ma è fuori questione come il 25enne spagnolo rimanga comunque un elemento fondamentale sul quale i Timberwolves puntano tanto per il presente e il futuro. I dubbi sulla sua permanenza rimangono forti ma difficilmente Minnesota potrà privarsi entro la trade deadline di un suo importante elemento dentro e fuori dal parquet.
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Minnesota-Milwaukee: parlano di Kevin Martin
Scritto da Giacomo Manini
Kevin Martin, guardia dei Minnesota Timberwolves dal 2013, è stato l’argomento di discussione con i Milwaukee Bucks che si sono mostrati interessati al quasi 33enne prodotto di Western Carolina.
La notizia è stata riportata sul profilo twitter di Michael Scotto, giornalista di SheridanHoops, la fonte ha aggiunto che i Bucks hanno delle riserve sulla player option in mano al giocatore. La squadra del Wisconsin vorrebbe prenderlo per aumentare l’esperienza della squadra e migliorare il backcourt che in questo inizio di stagione non ha svolto al meglio il compito richiesto.
I Timberwolves ritengono di non avere più bisogno delle prestazioni dell’ex Oklahoma City Thunder, per gli obiettivi della stagione sia in campo sia a livello di crescita dei giovani del roster come Karl-Anthony Towns, Andrew Wiggins, Shabbaz Muhammad e Zach LaVine. La partenza di Kevin lascerebbe più spazio a LaVine nel ruolo di guardia, e in più Ricky Rubio, molto ben considerato dalla dirigenza e dallo staff, aumenterebbe il suo minutaggio.
Martin in questa stagione sta tenendo una media di 11.3 punti (col 35% da 3 ), 2.1 rimbalzi, 1.3 assist, in 23.5 minuti a partita; certamente non numeri straordinari, ma è indubbio che sia un giocatore che può aiutare a migliorare la difficile situazione attuale di Milwaukee.
Wolves vs Mavs: che partita sarà?
Scritto da Davide Bomben
Questa notte per i Dallas Mavericks vi sarà un’ottima occasione per riuscire a fermare la striscia altalenante di vittorie e sconfitte, portando a casa un’importante W contro i Minnesota Timberwolves.
Dalla scorsa stagione i Wolves hanno inserito i veterani Tayshaun Prince e Andre Miller all’interno di un roster significativamente giovane ma che visto in prospettiva è assai ricco di talento. Purtroppo il processo di ricostruzione non sta ancora ripagando la dirigenza, con un record di 12 – 25 che li porta ad essere in 13esima posizione ad Ovest e con una striscia di cinque sconfitte, coronata dalla brutta prestazione contro i Cleveland Cavaliers (99 – 125 il risultato finale).

Ricky Rubio
Come riportato da Kate Crawford, di mavsmoneyball.com, vi sono anche degli aspetti che permettono di vedere il bicchiere mezzo pieno in quel di Minnesota. Ricky Rubio, seppur abbia delle % al tiro non eccellenti (33.9% dal campo e un 31.3% da tre) é al momento il quinto miglior assist man nella lega, con ben 8.9 assist a partita e con il rookie Karl-Anthony Towns, che sta mostrando a tutti di essere born ready per l’NBA, con medie vicine alla doppia doppia stagionale (16 punti e 9.4 rimbalzi). Nonostante i buoni giocatori, alla squadra allenata dall’head coach Sam Mitchell manca ancora l’alchimia in entrambe le metà campo di gioco, prospettando quindi un altro anno al di fuori dei tanto desiderati playoff.
Per i Mavs la chiave del successo sarà riuscire a fermare l’esplosività di Towns, cercando di accoppiarlo difensivamente con un lungo atletico come JaVale McGee. I texani, dopo esser quasi riusciti ad aver ragione dei giovani Milwaukee Bucks perdendo per un solo punto (95 – 96 il risultato finale), vorranno sicuramente rifarsi sui Wolves per riprendere a vincere con continuità.
Allo Staple Center di Los Angeles i Clippers ottengono la seconda vittoria consecutiva ai danni dei Timberwolves, che sono ancora una volta costretti a fare a meno di Ricky Rubio.
Gli ospiti, che prima di questo match detenevano un record lontano dalle mura amiche di tutto rispetto (6-2), hanno mantenuto un esiguo vantaggio nei primissimi minuti di gioco (15-10), ma hanno poi lasciato troppo presto l’iniziativa ai padroni di casa. Fra la fine del 1° e l’inizio del 2° quarto, i Clippers hanno preso una decina di punti di margine, e i Timberwolves non sono mai più riusciti ad avvicinarsi pericolosamente (48-37 all’intervallo).
Sam Mitchell ha trovato 3 uomini in doppia cifra in uscita dalla panchina (Nemanja Bjelica 10, Andre Miller 11, Gorgui Dieng 14+10), ma lo starting 5 dei Clippers ha fatto il bello e il cattivo tempo dall’inizio, portando in dote 80 punti a fronte dei soli 58 del quintetto T-Wolves.
Andrew Wiggins è comunque riuscito a scollinare oltre quota 20 (21 per la precisione), e anche Karl Anthony Towns (17+8) e Zach LaVine (18+7 assist) hanno dato il loro contributo offensivo. Chi ha deluso è stata la vecchia guardia: Garnett, Martin e Prince hanno chiuso con 2 punti e 1/11 totale, una miseria anche per i loro attuali standard.
Dall’altra parte almeno Paul Pierce si è risvegliato dal torpore di questo inizio stagione con 3 minuti di trance agonistica nel 3° parziale in cui ha segnato tutti e 10 i suoi punti e ha rispedito al mittente uno dei vani tentativi di rimonta degli ospiti.
A dare poi la scossa decisiva negli ultimi minuti di gioco ci ha pensato prima JJ Redick (18, con 7/12 al tiro), e poi il pick&roll Paul – Griffin, al quale i giocatori di Minnesota non hanno saputo trovare adeguate risposte. Chris Paul ha chiuso con 20 punti e 9 assist abbastanza silenziosi, senza mai dare l’impressione di essere in affanno e senza mai aver bisogno di forzare la mano. Blake Griffin ha segnato 12 dei suoi 26 punti totali (conditi da 8 rimbalzi e 8 assist) nell’ultimo quarto, trascinando di peso la squadra alla vittoria (107-99). A nulla è valso il consueto Hack-a-Jordan adottato dai T-Wolves negli ultimi minuti: DeAndre ha comunque flirtato con la doppia doppia (9+9), permettendosi il lusso di sbagliare 9 dei 12 liberi concessi dagli avversari.
I Clippers proveranno a dare un seguito a questa mini striscia di vittorie contro i Blazers, mentre i Timberwolves, attesi dai Magic, sono ancora in attesa di sapere se avranno nuovamente a disposizione Rubio.
Timberwolves, tanto talento e voglia di stupire: i Lupi cominciano ad ululare!
Scritto da Olivio Daniele Maggio
E chissà se Flip Sauders, da lassù, non si stia godendo quel manipolo di ragazzi che aveva messo insieme con l’ausilio del front office, nella speranza di riportare la ‘sua’ franchigia ai vertici della NBA. E questo positivo inizio di stagione non può che confermare gli auspici del coach scomparso prematuramente qualche settimana fa: i Minnesota Timberwolves in prospettiva sono da tenere d’occhio attentamente, almeno stando alle gare disputate finora.
Già, probabilmente il traguardo playoff non è alla portata (anche se non si sa mai), ma la banda guidata da Sam Mitchell rientra tra le note più positive di questo scorcio di regular season. Attualmente il record è di 4 vittorie e 3 sconfitte, frutto di un mix di giovani e veterani che ben si sono amalgamati tra di loro. Attualmente i Lupi sono la decima miglior difesa del campionato per punti subiti e la dodicesima nella graduatoria rimbalzi, mentre per quanto riguarda l’ attacco sono classificati al ventesimo posto con un offensive rating pari a 98.7 punti segnati ogni 100 possessi. Da evidenziare il fatto che i successi sono giunti in trasferta e che i KO invece sono avvenuti esclusivamente a domicilio.
Le attese sul conto di Karl-Anthony Towns, come accade spesso per una prima scelta del draft, erano molto alte, anche se il prodotto di Kentucky non le ha affatto tradite. Già, il lungo sta mostrando quel carattere da giocatore maturo, nonostante l’età. Temibile in attacco e solido in difesa (come le dimostrano le 3 stoppate a partita): praticamente un’arma utile in entrambe le metà campo, capace di mettere a referto una doppia doppia di media da 16 punti e 10.4 rimbalzi conditi da 1.3 assist. Dunque Towns si è presentato subito bene sul palcoscenico dei grandi, andando a formare col compagno di merende Andrew Wiggins una coppia potenzialmente dominante per gli anni avvenire. Il canadese, dopo un avvio un po’ stentato, sta prendendo sempre più confidenza dei propri mezzi, come ha confermato la prova da 33 punti che ha regalato ai suoi la sorprendente vittoria contro gli Atlanta Hawks. Una crescita sempre più costante che non può non proseguire.
Towns e Wiggins, ma non solo. Sta cominciando a convincere anche Ricky Rubio, su cui alcuni critici hanno da tempo espresso dello scetticismo: il play spagnolo sta ormai prendendo definitivamente le chiavi della squadra, con una ritrovata leadership. 13 punti (tirando col 39.3% dal campo), 4.3 rimbalzi e ben 9 assist in 6 match disputati sono un buon biglietto da visita finora, con lo staff tecnico che si augura che questo sia l’anno della sua esplosione definitiva.
E poi ci sono gli altri enfants terribles a far da contorno. I vari Zach Lavine, Gourgi Dieng e Shabazz Muhammad sono i validi scudieri che stanno affiancando le prime donne in questo percorso di ricostruzione, supervisionata ovviamente dai senatori presenti nel roster. Sì, perchè Kevin Garnett in primis ha messo sotto la sua ala protettrice i pischelli del roster (specialmente Towns) per farli filare sulla retta via. A dispensar sempre utili consigli tecnici c’è anche gente navigata come Andre Miller, Tayshaun Prince e Kevin Martin che, nei momenti più delicati, possono risultare in qualche modo decisivi con la loro esperienza, probabilmente più importante del loro apporto a livello tecnico.
Insomma, questi Timberwolves rappresentano uno dei contesti più intriganti di tutta la lega. Di sicuro la squadra è acerba e ha tanti dettagli da affinare (a partire dall’aspetto psicologico) ma, lavorando a testa bassa, tra qualche anno le tanto conclamate soddisfazioni potranno arrivare. Di solito, chi ben comincia…
Per NBA Passion,
Olivio Daniele Maggio ( @daniele_maggio on Twitter)
È stato un inizio di stagione scoppiettante per i due ex compagni, entrambi pupilli del compianto Flip Saunders, Kevin Love e Ricky Rubio. Anche se da un anno a questa parte è inusuale accostare questi nomi, sia l’ex che l’attuale Timberwolves hanno affrontato l’inizio della regular season con la giusta mentalità, mostrando aggressività e sicurezza nei propri mezzi tecnici. Entrambi (seppur con ruoli diversi) sono punti focali degli schemi offensivi delle loro squadre, e sia Cavs che T-Wolves punteranno molto su di loro quest’anno.
Ricky Rubio non poteva cominciare meglio questa stagione 2015-2016. Il giovane playmaker, all’esordio annuale della sua squadra contro i Lakers, ha messo a referto un carrier high da 28 punti con 10/17 dal campo, conditi con ben 14 assist e 2 rimbalzi. Grazie alla sua guida ed all’estrema confidenza con cui ha mandato a segno tiri dalla media con costanza, Minnesota è riuscita a rimontare uno svantaggio di 16 punti nel secondo tempo. Rubio ha mostrato un’insolita sicurezza in fase realizzativa segnando molti punti in “palleggio, arresto e tiro” battendo regolarmente l’avversario di turno, oltre a far salire di giri come sempre i propri compagni con assist chirurgici e illuminanti. Anche se è ancora presto per elargire lodi immeritate, lo spagnolo sembra essere maturato ulteriormente rispetto alla passata stagione, e sembra finalmente essersi preso sulle sue spalle l’onere di dover guidare un attacco talentuoso ma con pochi registi.
Rubio ha mostrato il suo lato da leader anche a fine partita, quando ha ricordato Saunders nelle sue dichiarazioni: “Penso che abbiamo avuto un piccolo aiuto oggi” – ha detto – “È stata una settimana dura, difficile da spiegare. Abbiamo affrontato tutti un grande dolore. Ma anche se Flip è scomparso, resterà con noi per sempre.”
Dal canto suo Love, dopo una prima giornata sotto tono ha ritrovato lo smalto dei giorni migliori nella vittoria per 106-76 di Cleveland contro i Memphis Grizzlies, facendo registrare 17 punti e 13 rimbalzi. Il lungo ha ormai conquistato un ruolo centrale nell’attacco dei Cavs, ricevendo anche la “benedizione” di LeBron James a fine partita: “Faremo giocare Kevin come vuole lui.” – ha dichiarato Il Prescelto – “Ve l’avevo detto che Kevin sarebbe stato molto importante. Farà una grande stagione e riconquisterà il suo stato di All-Star. È il nostro punto di riferimento nella metà campo offensiva. So di poter segnare molto anche io, quando servirà, ma ho bisogno che Kevin sia sempre aggressivo. Se poi andrà a rimbalzo come stasera i suoi tiri entreranno di conseguenza.”
La grande fiducia di King James è giustificata dalla visibile crescita tecnica che Love ha avuto nell’ultimo anno. Nonostante sia sempre stato una macchina da punti e rimbalzi, nella squadra dell’Ohio il numero 0 sta completando il suo percorso di miglioramento, che deve perfezionarsi nella sua fase difensiva ancora un po’ carente.
Sia Wolves che Cavs sono a una stagione di svolta, seppur con diversi obiettivi. La squadra di Minneapolis dovrà continuare la crescita che probabilmente la porterà a diventare una contender nel giro di qualche anno, mentre Cleveland dovrà riconfermare il grande exploit della scorsa stagione sperando di poter far affidamento, quando conterà davvero, su un Kevin Love a questi livelli.
Per NBA Passion,
Andrea Paoloemili
Tra le squadre in fase di ricostruzione non si può negare che i Minnesota Timberwolves occupino una posizione di rilievo. Con la stagione 2015-2016 alle porte, la squadra di Minneapolis sembra aver trovato finalmente la giusta alchimia tra il vecchio e il nuovo, cosa fondamentale per una ricostruzione vincente.
Nel ruolo di mentori infatti sono arrivati Kevin Garnett e Andre Miller, i quali proveranno a dare una mano nella crescita psicologica della squadra. Tuttavia entrambi i giocatori sono reduci da una stagione ben al di sotto delle aspettative, segno che forse le carriere delle due ex stelle sono giunte ormai al capolinea.
Il reparto giovani invece è uno dei più promettenti di tutta l’NBA, secondo solamente a quello dei Milwaukee Bucks. Oltre al Rookie of the Year dello scorso anno Andrew Wiggins infatti si è aggiunta la prima scelta dell’ultimo draft, Karl–Antony Towns. Oltre alle due prime scelte, non si può dimenticare il playmaker Zach LaVine, garanzia di grande spettacolo grazie al suo atletismo e alle sue schiacciate.
Tuttavia non è con i “se” e con i “ma” che si fa strada: per i Twolves è giunto il momento di dimostrare di essere pronti a compiere il definitivo salto di qualità.
La scorsa stagione è stata completamente da dimenticare, anche a causa di un roster giovanissimo e alla prima esperienza in NBA. La squadra ha concluso con la peggior difesa della lega, subendo 109 punti ogni 100 possessi. Proprio da qui che si ricomincerà a costruire: infatti, se è vero che Garnett potrà (seppur con meno di 20 minuti a gara) dare un grosso contributo in questo senso, bisogna anche ammettere che tutti gli altri possibili buoni difensori sono ancora alla ricerca della giusta forma per l’inizio della stagione.
Oltre alla giovane età infatti bisogna aggiungere anche una valanga di infortuni che hanno condizionato la stagione passata, a cominciare da quello di Ricky Rubio che ha costretto il giocatore a saltare 60 partite. La mancanza del playmaker titolare si è fatta molto sentire, soprattutto nei momenti in cui la squadra girava male al tiro e i giocatori si intestardivano in tiri troppo spesso inconsistenti.
Lo spagnolo infatti, per il front office della franchigia, doveva essere quell’elemento che, nei momenti di difficoltà, avrebbe dovuto mettere ordine e tenere la partita su un determinato piano tattico. Invece, a causa della lunga assenza, tutto questo non è potuto succedere.
Oltre a Rubio, anche Nikola Pekovic, Kevin Martin e Shabbaz Muhammad hanno saltato gran parte dello scorso anno: questa stagione sarà necessario tutto il loro contributo per migliorare quello che ad oggi è il quinto peggior attacco della lega.
La più grande incognita per questo nuovo inizio resta l’allenatore Flip Saunders, fermo a causa di un linfoma e per questo sostituito da Sam Michell: la mancanza di un elemento a lungo termine sulla panchina dei Twolves potrebbe a lungo andare essere dannoso per una squadra alla ricerca di un punto di riferimento.
Insomma, ci saranno veramente tanti motivi per seguire i Minnesota Timberwolves nella prossima Regular Season. Sicuramente non risulteranno la miglior difesa della lega e molto probabilmente non giocheranno per i playoff nel far west della Western Conference, ma potranno divertire già da quest’anno con giocate pazzesche.
Per NBA Passion,
Federico Sarchi
Minnesota Timberwolves: record 27-55
Tira un’aria fredda, a tratti tagliente, nella terra dei 10.000 laghi, ma d’altronde il clima è sempre stato rigido nel Minnesota, lo stato più settentrionale degli Stati Uniti dopo l’Alaska. Dal 2007, anno in cui il figliol prodigo ha abbandonato il branco, l’aria si è fatta sempre più gelida, così come la passione dei fan che da troppo tempo non trova esplosione nelle urla e negli schiamazzi da playoff. Da quando i Timberwolves sono entrati nella NBA, nel recente 1989, poche sono state le gioie sportive che si possono contare, e tutte sono da attribuire al giocatore più rappresentativo della storia della franchigia, Kevin Garnett. Adesso, alla veneranda età di 39 anni, The Big Ticket è ritornato in patria. E’ ritornato l’alfa pronto a guidare un nuovo branco di lupi più affamato. Toccherà a lui guidare un gruppo talentuoso, ma inesperto e anche privo del suo coach.
Il mercato dei Wolves si è focalizzato su Karl-Anthony Towns, prima scelta assoluta del draft NBA tenutosi a giugno. Il prodotto di Kentucky è stato il primo pensiero nella mente del front office, che fin da subito, gongolava all’idea del binomio Towns-Wiggins. Sempre dal draft è arrivato Tyus Jones, play dei campioni uscenti di Duke, che in primis era stato selezionato dai Cavs, per poi essere ceduto a Minnesota in cambio delle chiamate numero 31 e 36. Il vecchio continente ha regalato Nemanja Bjelica, star all’Eurobasket con la sua Serbia e Mvp dell’ultima Eurolega. Una trade inattesa con i Pacers ha portato Damjen Rudez, ala specializzata nel tiro da tre dall’angolo, ma ha dirottato Chase Budinger a Indianapolis. Gli ultimi due colpi hanno il nome di Tayshaun Prince e Andre Miller. I due veterani che hanno firmato un contratto di un solo anno sono giunti soprattutto come mentori di un roster troppo giovane e acerbo.
PG: Rubio
SG: LaVine
SF: Wiggins
PF: Towns
C: Garnett
Lo starting five di Minnesota è ancora un cantiere aperto. Oltre Wiggins, Rubio e Towns ancora non si sa di preciso chi sarà arruolato come shooting guard e come centro titolare. Dalle ultime indicazioni, fornite principalmente dalla prima gara di preseason, sembra che coach Mitchell, che siederà in panchina ad interim per sostituire Flip Saunders vittima del linfoma di Hodgkin, sia intenzionato a schierare dei quintetti equilibrati durante il corso della partita, inserendo fin dall’inizio LaVine e Garnett a discapito di Martin e Pekovic. Il quintetto iniziale dovrebbe quindi essere composto da Rubio, LaVine, Wiggins, Towns e Garnett, con Jones, Martin, Pekovic, Bjelica, Dieng, Payne, Miller, Prince e Muhammad che subentreranno a partita in corso.
Parlare di playoff sarebbe come chiedere a Curry di non sganciare mai più triple. Un atto innaturale. L’ottavo posto è un miraggio, una meta, che neanche il più preciso dei binocoli può intravedere. L’improbabilità di tale obbiettivo non è da attribuire alla qualità del roster dei Wolves, ma più che altro alla competitività della Western Conference, che come nel selvaggio west miete vittime senza alcun scampo. Di certo, quest’anno, si può e si deve fare meglio dell’imbarazzante record della scorsa regular season (16-66). Sembrano esserci tutte le carte in regola per poter disputare un’interessante stagione: dalla consacrazione di Wiggins, all’esplosione di Towns, al ritorno di Rubio, fino all’assistenza degli altri. Nel migliore dei casi, ovvero se tutte i tasselli si incastrassero alla perfezione, i Wolves potrebbero avvicinarsi alla soglia dei playoff. Nei peggiori dei casi, Minnesota navigherebbe ancora nei bassifondi melmosi della W. Conference. Nella realtà, a meno di eventi incredibili, i Wolves dovrebbero migliorare il loro bottino di vittorie, scalando una o due posizioni, ma non avvicinandosi mai ai posti che contano.
Anche se tutti gli indizi portano a Wiggins, l’elemento che più di tutti può cambiare il volto della franchigia è Ricky Rubio. Il play spagnolo, alla sua quarta stagione NBA, sembra essersi lasciato alle spalle i vari infortuni che ne hanno rallentato l’ascesa. Giunto in America in pompa magna, ha poi subìto, soprattutto nell’ultimo anno, un involuzione radicale che ha fatto sorgere molti dubbi all’interno del panorama cestistico. Inoltre la completa assenza di segnali di miglioramenti del suo punto debole, il tiro dalla lunga distanza, hanno corroborato ancor di più quei dubbi. Adesso per l’ex Barcellona è il momento di ritornare a quei livelli di un tempo, che lo consacrarono come una delle migliori promesse del basket mondiale. Sarà lui la mente e il motore dei Wolves. Dalle sue mani e dalle sue letture partiranno tutte le azioni e gli schemi. Senza ombra di dubbio il suo ruolo sarà decisivo per le sorti della truppa di Mitchell.
Zach LaVine potrebbe essere la piacevole sorpresa, l’elemento che non ti aspetti. Di certo il prodotto di UCLA non è rimasto all’ombra dei riflettori. La sua vittoria allo Slum Dunk Contest è stata una delle poche note positive di un’annata disastrosa, ma dallo schiacciare per divertimento ad essere decisivo e incisivo durante un match c’è di mezzo un oceano. LaVine ha però tutte le qualità per poter dare, fin dall’inizio, un contributo non di poco conto. Velocità, forza atletica, penetrazione, tiro dalla distanza e una discreta mobilità difensiva. Inoltre il suo ruolo sarà quello di guardia tiratrice e non più di play, come lo era stato in alcune occasioni l’anno scorso e in cui era emersa una notevole difficoltà nella lettura e nella gestione della palla. Il ritorno al suo ruolo naturale gli consentirà di poter esprimere al meglio le sue versatili qualità.
E’ dalla lontana stagione 2003-2004 che i lupi non accedono alla postseason. Undici anni di attesa, di tormenti e di sciagure, come una barca sballottata dalle onde, che non scorge i contorni di una terra agognata. Molto probabilmente bisognerà attendere ancora un altro anno, ma questa volta i semi sono stati piantati. Non resta che raccoglierli.
Per NBA Passion,
Gabriele Timpanaro (@GabrielsanTimpa).
Francia-Spagna, semifinale di questo entusiasmante Europeo 2015, ha visto gli iberici zittire i 27.000 francesi presenti a Lille, con Gasol e soci capaci di un’impresa epica, vincendo eroicamente una partita che non li vedeva di certo favoriti e staccando il pass per la meritatissima finale di domenica.
L’incontro è stato emozionante e tiratissimo, ma la nazionale di coach Scariolo ha ampiamente meritato la vittoria, guidata da un sontuoso Pau Gasol, autore di 40 degli 80 punti finali della propria squadra. Il lungo dei Chicago Bulls ha stravinto il duello a distanza con l’altra stella NBA, quel Tony Parker incapace di mettersi al servizio della Francia, incappando in una delle sue peggiori partite con la maglia dei transalpini. Capita anche ai grandi campioni di sbagliare appuntamenti decisivi come quello di ieri sera e per il popolo francese sarà sicuramente dura digerire una sconfitta di tale portata, considerato anche il fatto che si giocava in casa.
Per la Francia era senza dubbio una grandissima occasione per dare un seguito al trionfo del 2013, tenendo conto che alla Spagna mancavano elementi importanti e di peso nel proprio roster. Proprio uno dei grandi assenti di questo Europeo, il playmaker dei Minnesota Timberwolves Ricky Rubio, ha avuto una polemica a distanza, sfociata via Twitter a match concluso, con il centro dei Jazz Rudy Gobert, protagonista ieri sera sul parquet di Lille.
Come riportato dal sito bleacherreport.com, il centro francese ha dichiarato tramite il suo profilo ufficiale, di come “sia difficile vincere contro chi può toccarti, ma, al contrario, non possa essere toccato”, riferendosi al metro di arbitraggio e ai numerosi viaggi in lunetta del hombre del partido Gasol (16 su 18 ai liberi per il catalano). Pronta è stata la risposta di Rubio, definendo il commento di Gobert fuori luogo ed insensato, accusandolo di “mancanza di classe” di sportività.
Come era prevedibile, la vittoria delle furie rosse ha lasciato non pochi strascichi nelle file transalpine, che, come se non bastasse, ha qualificato di diritto la Spagna alle Olimpiadi di Rio. Ora gli iberici aspetteranno la loro avversaria per il titolo, con la Serbia favorita sulla Lituania, mentre ai francesi non resta che leccarsi le ferite e rammaricarsi per una simile occasione buttata al vento.
Per nbapassion.com
Andrea Cosner
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Mercato NBA di fine estate: 7 illustri giocatori a rischio cessione
Scritto da Claudio Spagnuolo
Il training camp è un momento molto particolare per ogni giocatore NBA.
Se sei un rookie, dovrai dimostrare di meritarti il posto; se sei un veterano, si tratterà di provare a tutti che puoi ancora cavartela contro le nuove ed affamate leve; se sei stato invitato al training camp senza un contratto garantito, sarai costretto a combattere per ogni dollaro, nella speranza che i tuoi sforzi non solo non passino inosservati, ma producano un ingente assegno.
Anche gli atleti con un solido accordo finanziario, tuttavia, possono trovarsi in una situazione d’incertezza; d’altronde, il training camp rappresenta l’occasione per ogni membro del roster di guadagnarsi un posto in squadra di rilievo, minuti preziosi sul parquet di tutte le arene d’America, e conseguente possibilità di dare una svolta alla propria carriera. Nel caso in cui un giocatore non dovesse dimostrarsi all’altezza delle aspettative, quindi, il rischio della cessione è sempre in agguato.
Per alcuni, essere stati free agents in estate può considerarsi una grazia divina, dal momento che non potranno essere ceduti fino al 15 dicembre; per tutti gli altri, invece, le strette esigenze di questo business potrebbero renderne inevitabile la dipartita, voluta o meno che sia.
In ogni caso, questi sette giocatori che andremo ad elencare sono i più interessanti e chiacchierati candidati al cambio di casacca, forse addirittura prima che la stagione 2015-16 abbia inizio, alla fine del prossimo mese.
- Ricky Rubio, PG, Minnesota Timberwolves
C’è un grande movimento di giovani in Minnesota, ma Ricky Rubio, un tempo additato come il potenziale salvatore dei Timberwolves, potrebbe non esserne il condottiero. Secondo Ric Bucher di Bleacher Report, gli Wolves sarebbero pronti a disfarsi di Rubio, i cui ricorrenti infortuni e le difficoltà al tiro ne hanno arrestato lo sviluppo.
Come Bradford Doolittle di ESPN.com ha spiegato:
“Con tutto ciò che fa di buono, Rubio non riesce proprio a trovare un modo per rendersi più produttivo al tiro. Non solo è un inconsistente tiratore, ma è anche stato il sesto peggior esecutore della lega nelle ultime tre stagioni di fila. Nella scorsa stagione, Rubio ha tirato con il 31.7%, mostrando evidenti limiti per un giocatore del suo potenziale, che l’hanno annoverato tra i detentori di alcuni dei record peggiori nei vari rating di efficienza offensiva”.
Dunque, perché mai una squadra dovrebbe volere Rubio? Per qualcuno, forse, con un adeguato allenamento e la necessaria dedizione al lavoro, il metodo di tiro potrebbe essere corretto, al punto da fargli superare la soglia del 40% in partita.
Il giocatore compirà soltanto 25 anni a fine ottobre, per cui c’è almeno una ragione per credere che il suo gioco potrà ancora elevarsi; inoltre, con un’estensione di 55 milioni di dollari per i prossimi quattro anni che diventerà effettiva dal prossimo mese, il suo salario è ben sotto controllo per il prossimo futuro, e sarà considerato ancor più ragionevole quando il nuovo contratto televisivo della NBA permetterà al tanto discusso tetto del salary cap di innalzarsi ulteriormente.
Allo stesso tempo, Rubio è ancora uno dei più magnifici passatori nella NBA, la cui visione di gioco l’ha aiutato a diventare anche un parsimonioso difensore, sull’altro lato del campo.
Lo spagnolo, per quanto lo riguarda, crede che i suoi giorni a Minneapolis non siano ancora contati.
“Sono sicuro che la squadra mi voglia, ma sapete bene che, in questa lega, chiunque può essere ceduto”, ha recentemente detto a Jamie Goodwin del Gulf News. “Non ascolto le voci di corridoio, vivo giorno per giorno, e questo è quanto”.
Con Andre Miller pronto a rilevarne il posto e giovani come Zach LaVine e Tyus Jones in attesa di ricevere istruzioni da un leader, l’espressione “giorno per giorno” potrebbe essere la più azzeccata per descrivere una repressa incertezza di Rubio nei riguardi del suo futuro.
- Anthony Bennett, PF, Minnesota Timberwolves
Con già così tanti cuochi nella cucina installata sotto il canestro di Minnesota, potrebbe non esserci spazio per un altro.
In febbraio, la squadra aveva fatto i movimenti di mercato necessari per assicurarsi l’ex volto della franchigia, Kevin Garnett, ed il rookie di Michigan State Adreian Payne; lo scorso giugno, poi, gli Wolves hanno draftato Karl-Anthony Towns, proveniente da Kentucky, alla prima chiamata assoluta; quest’estate, infine, hanno caricato a bordo la stella serba Nemanja Bjelica, andando ad infoltire ulteriormente il reparto dei lunghi.
Con ognuno di questi nuovi arrivi, le speranze per Anthony Bennett di ottenere un adeguato minutaggio a Minneapolis sono diventate sempre più opache. Due anni fa, i Cleveland Cavaliers avevano scioccato il mondo della pallacanestro mondiale, quando hanno fatto del prodotto di UNLV la loro prima scelta al draft. La sua stagione da rookie è stata una delle peggiori che si siano mai registrate: una tossica combinazione di infortuni, condizione scadente e mancanza di un ruolo definito, all’interno di un team terribile.
Ad agosto 2014, i Cavs hanno usato Bennett come moneta di scambio nella trade che ha portato Kevin Love in Ohio. Mentre molti pensavano che il giocatore avrebbe potuto mettere finalmente in mostra le sue capacità, gli stessi problemi dell’anno precedente hanno continuato a tormentarlo: ancora infortuni ed un ruolo indefinito con indosso la casacca della peggior squadra della lega.
A suo favore, c’è da dire che Bennett ha fatto molto per riabilitare la sua immagine, nel corso di quest’estate: è stato la stella più splendente nella conquista della medaglia d’oro ottenuta dal Canada ai Pan Am Games di Toronto, e si è proposto come ingranaggio portante per la sua nazionale al torneo FIBA Americas, tenutosi a Mexico City.
Forse, la svolta produttiva di Bennett potrà stimolare l’interesse di qualche acquirente, che, fino ad ora, non aveva mai considerato l’ipotesi di trattare con Minnesota. A questo punto, ciò che è certo è che Bennett dovrà almeno dare tutto sé stesso al prossimo training camp, se ha intenzione di guadagnarsi un posto di rilievo nell’affollato spogliatoio dei Timberwolves.
- Taj Gibson, PF, Chicago Bulls
I T-Wolves non sono l’unico team del Midwest con un folto numero di giocatori nel pitturato. Ad essere onesti, i Chicago Bulls potrebbero avere problemi gestionali ancora maggiori.
Pau Gasol e Joakim Noah non si sono trovati bene insieme, specialmente in difesa, ma i Bulls sono abbastanza restii a lasciar andare anche uno solo dei due, dal momento che si tratta di All-Stars. A complicare la situazione, Nikola Mirotic si è guadagnato con forza un posto in rotazione durante la sua stagione da rookie, e l’ex giocatore di Arkansas, Bobby Portis, potrebbe fare la stessa cosa nella prossima stagione.
Tutto ciò rende meno che promettente il futuro di Taj Gibson nella Windy City. Il 30enne, nativo di Brooklyn, è diventato quasi un elemento estraneo ai Bulls negli anni più recenti, non certo per colpa sua.
Quando Carlos Boozer è arrivato a Chicago, nel 2010, Gibson (che aveva fatto parte del quintetto titolare in ben 70 partite, nel suo anno da rookie) è stato confinato in panchina. Lo scorso anno, la decisione dei Bulls di tagliare Boozer era sembrata un’occasione per permettere a Gibson di reclamare il suo posto in posizione di ala grande, ma l’arrivo di Gasol ha scongiurato questa possibilità.
Da allora, il nome di Gibson è stato piuttosto ricorrente nelle varie discussioni legate al mercato di Chicago, anche se non se n’è sentito parlare molto quest’estate – e, probabilmente, per qualche altra settimana – a causa di un’operazione alla caviglia sinistra, che lo terrà fuori dall’azione fino ad ottobre.
I Bulls, sotto il nuovo coach Fred Hoiberg, avranno già verosimilmente affinato le strategie di rotazione, quando Gibson tornerà attivo. Se non ci sarà spazio per lui, Chicago non dovrebbe avere problemi a trovargli una nuova casa, dal momento che si tratta di un’ala versatile con un ingaggio inferiore ai 9 milioni di dollari per i prossimi due anni.
- Jamal Crawford, G, Los Angeles Clippers
Sembra ieri che si parlava di Jamal Crawford come dell’elemento più prezioso della panchina dei Los Angeles Clippers, con fiumi d’inchiostro candidamente spesi a tesserne la meritata gloria. Il nativo di Seattle ha fatto registrare 15.8 punti a partita nell’ultima stagione, mentre nessun altro membro delle seconde linee dei Clippers è stato in grado di andare in doppia cifra con comparabile regolarità.
Tuttavia, sembra che, l’anno prossimo, la storia non si ripeterà. Il coach di L.A., Doc Rivers, ha passato l’estate a ristrutturare il livello di talento delle riserve della sua squadra, alla ricerca di prolifici realizzatori e creatori di gioco, assicurandosi le prestazioni di nomi come Lance Stephenson e Josh Smith.
In effetti, la notizia di un’eventuale disponibilità sul mercato di Crawford, è sempre più spesso riportata dai media in termini di “quando”, più che “se”.
Come osserva Gary Washburn, reporter per il Boston Globe: “I Clippers sarebbero disposti a cedere l’ex sesto uomo dell’anno, Jamal Crawford, ma soltanto per la giusta offerta. Le percentuali al tiro di Crawford si sono abbassate nell’ultima stagione, e ha perso una porzione significante di tempo a causa di un infortunio al polpaccio. Comunque, a 35 anni, il giocatore potrebbe ancora dare un buon contribuito ad una squadra che lotta per il titolo. E’ ancora uno dei realizzatori più prolifici della lega”.
Come dichiarato da Washburn, Crawford potrebbe ancora ragionevolmente attirare l’attenzione di squadre di prima fascia, ma i Clippers non faranno alcun regalo, dal momento che non sarebbero spinti dal bisogno di rinforzare il proprio roster in nessuna posizione.
Se nessuno busserà alla porta, quindi Crawford potrebbe anche accomodarsi in panchina, trovandola semplicemente un po’ più gremita rispetto all’anno scorso.
- Mario Chalmers, G, Miami Heat
Se nella tua squadra hai bisogno di una guardia di riserva con le più ammirevoli credenziali (due titoli in curriculum) ed un contratto a buon mercato, potresti avere difficoltà a trovare un candidato migliore di Mario Chalmers.
Un tempo uomo fidato all’imperiale corte di LeBron James con i Miami Heat, Chalmers – come, del resto, i suoi compagni di squadra – ha avuto la vita difficile dopo la partenza del miglior giocatore della NBA: ha passato buona parte della stagione 2015-16 a pendolare tra l’essere un titolare ed un sesto uomo, prima che Goran Dragic segnasse il suo destino.
Il contratto di Dragic potrebbe condizionare il futuro di Chalmers ben più delle superiori abilità cestistiche dello sloveno. Secondo Barry Jackson del Miami Herald e Zach Lowe di Grantland, gli Heat starebbero cercando di alleggerire il monte stipendi, mettendo sul mercato Chris Andersen e lo stesso Chalmers.
Chalmers, tra i due, è probabilmente quello più facile da muovere: a 29 anni, l’ex gioiello di Kansas è quasi otto anni più giovane di Birdman, guadagna di meno, ha meno problemi fisici ed un repertorio atletico più versatile.
Come ha scritto Jackson, gli Heat non avrebbero alcun problema a spedire Chalmers presso un’altra meta, ma si stanno muovendo con molta cautela, considerando la mancanza di una profondità sufficientemente affidabile nell’attuale gruppo.
Comunque, nel caso in cui qualche giovane dovesse emergere ed una squadra si dovesse mostrare interessata, Chalmers potrebbe velocemente dire addio all’unica squadra NBA con la quale ha giocato fino ad ora.
- Markieff Morris, PF, Phoenix Suns
Tra tutti i giocatori di questa lista, Markieff Morris è stato l’unico a parlare pubblicamente della sua cessione – finendo per essere multato dalla lega per averlo fatto.
Secondo il già citato Zach Lowe di Grantland, Morris avrebbe preso la decisione di lasciare Phoenix da quando suo fratello Marcus è stato mandato a Detroit, nel tentativo di creare spazio salariale per tentare l’acquisizione (fallita) di LaMarcus Aldridge. L’anno scorso, i fratelli Morris avevano accettato il taglio di stipendio offerto dai Suns per far scattare l’estensione, con l’auspicio che avrebbero continuato a giocare nella stessa squadra per lungo tempo.
“Sono un uomo”, ha spiegato Marcus Morris a Keith Pompey, del Philadelphia Enquirer. “Posso farcela da solo, giocare da solo. E’ soltanto una questione di rispetto. Dopo tutto ciò che io e mio fratello abbiamo fatto per i Suns, accettando anche meno soldi pur di continuare le nostre carriere lì, credo che l’avermi ceduto senza il mio consenso sia stato scorretto, mi sento molto deluso e arrabbiato”.
I Suns, dal canto loro, non vorrebbero cedere Markieff, secondo quanto riporta Marc Stein di ESPN.com. Con Aldridge a San Antonio, Phoenix ha bisogno più che mai di Morris. L’head coach Jeff Hornacek sembra capire quanto il ragazzo sia importante per la squadra.
“Conosco Markieff”, ha detto Hornacek a Craig Grialou di Arizona Sports. “So che quando verrà qui ed inizierà a giocare, s’impegnerà e vorrà vincere. Può esternare con noi tutta la sua rabbia, può certamente sfogarsi per la delusione, ma sa che arriverà il momento in cui dovrà tornare agli affari e cercare di vincere per la squadra”.
E se Markieff non supererà questo ostacolo? I Suns non dovrebbero avere problemi a trovargli una squadra, visto che è un’ala molto dotata e relativamente giovane (ha appena compiuto 26 anni), ed il suo più che onesto contratto (quadriennale da 32 milioni di dollari) potrebbe essere facilmente rilevato da una franchigia che gli farà tornare finalmente il sorriso.
- Carmelo Anthony, SF, New York Knicks
E’ ancora Zach Lowe di Grantland a menzionare il nome del settimo giocatore della nostra lista, citandolo a proposito di un’eventuale trade che avrebbe come fulcro Markieff Morris, di cui abbiamo parlato prima:
“I Kings e i Knicks potrebbero dare un occhio alle possibilità di uno scambio, nonostante nessuna delle due squadre sia in grado di offrire qualcosa di interessante a Phoenix… a meno che i Knicks non siano pronti a mettere sul piatto Carmelo Anthony”.
Si tratta di qualcosa di molto difficile, ma non impossibile. Comprensibilmente, però, risulta improbabile che una squadra possa voler farsi carico del pesantissimo contratto di Anthony, senza prima avere almeno la garanzia che il suo ginocchio (operato recentemente) stia bene.
I Knicks hanno le loro buone ragioni per pensare alla cessione di Melo con cautela, soprattutto perché perdere il giocatore più produttivo in roster dopo una stagione da 17-65 potrebbe suonare come un suicidio in pubblica piazza. La partenza del giocatore, inoltre, potrebbe dare un definitivo schiaffo al sogno di portare al Madison Square Garden Kevin Durant, che non lascerebbe mai Oklahoma City per una squadra intrappolata nel fango della mediocrità (e, per di più, senza nemmeno trovare uno dei suoi migliori amici).
“So per certo che Carmelo Anthony continuerà ad insistere affinché Kevin Durant vada a giocare con lui ai Knicks”, ha rivelato recentemente Stephen A. Smith di ESPN. “Ho anche saputo che Durant sta seriamente considerando questa opportunità”.
Detto ciò, non c’è alcuna sicurezza che Durant arriverà ai Knicks, nemmeno se Anthony fosse in grado di riportare NY ad un accettabile livello di decenza entro la prossima estate; per questo motivo, se una franchigia dovesse fare alla dirigenza di New York la famigerata “proposta che non può rifiutare”, non sarebbe assurdo pensare che Melo possa vestire una nuova maglia per la prossima stagione, anche se questo significasse un completo reset nelle strategie e nelle ambizioni della sua attuale squadra.
Claudio Spagnuolo
Twitter: @KlausBundy
Tratto da: Josh Martin, “7 Players on the Trade Bubble Ahead of 2015 NBA Training Camp”, Bleacher Report.
A soli 24 anni Ricky Rubio figura già tra i veterani all’interno del roster dei Minnesota Timberwolves: tra i giovanissimi guidati da Coach Saunders trovano spazio prospetti di importanza cruciale nel panorama NBA, potenziali superstar future quali la freschissima prima scelta assoluta, nonchè macchina da combattimento da pitturato assai versatile, Anthony-Towns, Zach LaVine ed ultimo, ma non per importanza, Andrew Wiggins.
“Credo che Wiggins diventerà MVP un giorno.
Voglio dire, è un ottimo giocatore, capace di ambientarsi nella lega fin dal primo giorno, con il supporto di compagni d’esperienza migliorerà smisuratamente le sue qualità”
Parole al miele per il ROTY da parte di Rubio, riportate da Rappler.com alcune ore fa.
Nonostante l’ultimo posto nella Western Conference rimediato la scorsa stagione dai Timberwolves (record di 16-66), il giovane playmaker spagnolo è fiducioso nel prossimo futuro: difatto gli innesti di Andre Miller, Tayshawn Prince ed il ritorno di “Big Ticket” Garnett aiuteranno notevolmente la crescita esponenziale all’interno del roster, nonchè una migliore chimica ed intesa di squadra.
Per NBAPASSION,
Teto Ceneri















