Appunti di lavagnetta: 1 vs 1 con Paolo Galbiati
Da dove può cominciare una bella favola? Da un “c’era una volta…” e dalla memoria che ritorna a Carlo Collodi, da quella bella storia del burattino che sognava di diventare adulto ma senza riuscirci. Eppure, come in tutte le più belle storie, tante e tormentare vicissitudini scuotono la vita del protagonista. Si sa che la Fiaba, così come la raccontava Esopo, è fatta di quella magica sostanza tormentata che in genere appare poco prima della “risoluzione dei problemi”, prima del lieto fine e che deve scuotere in un certo qual modo la vita del protagonista.
Ed eccoci al principale artefice di una delle pagine più belle del basket italiano degli ultimi vent’anni, perché il nostro protagonista è un ragazzo venuto dalla semplicità, una persona Perbene, che ha scritto la propria favola sportiva sulla base delle sue idee e della sua passione, con la naturalezza dei predestinati. Oggi parliamo di Paolo Galbiati, capo allenatore della FIAT Torino.
Hai cominciato quasi subito facendo l’allenatore. Come mai hai deciso di intraprendere questo percorso? Quando è scatta la scintilla che ti ha fatto dire “forse è questo ciò che dovrei fare”?
Paolo Galbiati: Beh ero un buon giocatore a livello giovanile. Poi ho fatto alcuni errori. Qualche scelta sbagliata, qualche comportamento sbagliato che però mi ha maturato tanto. Già quando giocavo qualche allenatore mi diceva: “Parli tanto” e mi faceva capire che probabilmente potevo farlo questo mestiere. Giocavo nelle Minors. Poi ho iniziato coi bimbi, portando avanti le mie squadre e pian piano ho cominciato con le categorie superiori. Mi piaceva allenare, mi è sempre piaciuto. Mi piaceva il rapporto coi ragazzi… Poi mi hanno detto che potevo provare a farlo e ci ho provato.
Ma le pagine della storia vanno sfogliate e bisogna tornare indietro: è il 5 febbraio, è un cupo e gelido lunedì mattina e la Torino del basket si è risvegliata da una traumatica serata sportiva in cui la Sidigas Avellino ha impartito una sonora lezione all’Auxilium di coach Recalcati. Il morale è a terra, la squadra non gira più dalle dimissioni roboanti di Luca Banchi e tra i tifosi serpeggia il malumore che si mischia alla sensazione di una stagione già da archiviare. La Torino del basket si sveglia apprendendo delle dimissioni di Carlo “Charlie” Recalcati e con un nebbioso futuro tanto sfuggente da sembrare irreale. Con la velocità d’un battito di ciglia il giovane Paolo Galbiati passa dall’essere un assistente a divenire capo allenatore in Serie A, con l’arduo compito di tenere sulla linea di galleggiamento la zattera e traghettarla fino alla terra ferma.
Dopo due allenatori dimissionari avevi un compito molto arduo. Che tipo di lavoro tattico e psicologico hai dovuto fare sui giocatori?
Paolo Galbiati: Guarda, io sono molto fortunato. Quando fai l’assistente in una squadra che gioca anche le coppe, stai talmente tanto assieme a questi ragazzi tra allenamenti e viaggi e le sere negli hotel che si crea un rapporto bello stretto. Io so, più o meno con tutti,
come relazionarmi; a chi piace un insulto, a chi invece è necessario far notare le cose parlando o chi invece preferisce essere “massacrato” in un luogo isolato… Quindi so come rapportarmi. Sono stato fortunato da questo punto di vista. Tecnicamente e tatticamente invece abbiamo ripreso un filo conduttore che ci eravamo imposti ad inizio stagione. C’era grande condivisone con Luca Banchi, che è una persona eccezionale ed io non finirò mai di ringraziarlo. Lui aveva dettato le linee guida. Noi abbiamo cercato di riprendere dei concetti, cercando di chiedere alla squadra di giocare in transizione, di passarsi la palla molto di più, di limitare il numero dei palleggi, di giocare di più assieme e con più fisicità. Difensivamente credo che siamo riusciti ad entrargli un po’ più in mente anche con la nuova fisionomia della squadra perché chiaramente Boungou Colo ci dà delle armi in più, così come Vander Blue che è un grande attaccante ma ha delle gambe per difendere ed un fisico per cambiare. Queste sono le cose su cui abbiamo lavorato tatticamente e tecnicamente.
Quanto ci hai messo per sviluppare il tuo “credo cestistico”? Pensi di doverlo ancora sviluppare o è già arrivato al suo compimento massimo?
Paolo Galbiati: No, è da affinare ogni giorno. Ma è una cosa che mi piace, come tutta la pallacanestro. Io guardo di tutto: giovanile, NBA, NCAA, Eurolega, campionati europei… mi piace. Per quanto riguarda il “credo” ho una mia filosofia: mi piacciono le squadre che difendono, i giocatori che “menano”, sono un ammiratore della “scuola slava”. Credo però che ogni volta tu debba adattarti ai giocatori che hai. Non sono loro che fanno quello che voglio io… Non posso chiedere a Mazzola di giocare playmaker o a Peppe (Poeta, ndr) di fare 50 punti… Io devo tarare la squadra sulle loro caratteristiche mettendo ognuno di loro nelle migliori condizioni possibili. Quello è il percorso che dobbiamo fare ed è stimolante perché ogni giorno pensi a Cosa fare per far rendere meglio questo giocatore o quest’altro.
Questo può essere influenzato anche dall’avversario che si affronta? Adattare quindi quella filosofia alla partita che si prepara?
Paolo Galbiati: No, la filosofia deve essere una. Tu devi seguire un tuo percorso poi in base all’avversario puoi adattarti a qualche situazione, lavorare di più su determinate letture o spacing ma la filosofia non deve cambiare. Quello che tu imposti giorno dopo giorno non può essere adattato ogni settimana. Il lavoro di ogni giorno va implementato sempre di più.
Ma Coach Galbiati non è solo un prospetto di Grandissimo allenatore, è un Insegnante e lo si vede da come partecipa in prima persona agli schemi durante l’allenamento. Figlio di un papà innamorato del proprio figlio. Innamorato tanto da accompagnarlo al suo primo provino per trasmettergli la carica giusta, quella più importante. Paolo è il primo ad arrivare e probabilmente l’ultimo ad andarsene. Coi suoi ragazzi si diverte. Urla ma sa scherzare. Per loro è una vera guida. Nel 2010 arriva all’Olimpia Milano come allenatore della giovanile. Ai suoi ragazzi non impartisce soltanto schemi finalizzati alla vittoria, insegna il Basket. È una guida, un punto di riferimento per i giovani giocatori. Quelle “scelte sbagliate” che lo hanno maturato lo fanno ora essere il Maestro a cui tutti
vogliono bene, un fratello maggiore, prima che un allenatore. E questo si vede perché nel 2013 conquista il suo primo grande trionfo da coach, vincendo lo scudetto Under17.
Senti più tuo quel titolo o questa Coppa Italia?
Paolo Galbiati: Mi piace molto come domanda (sorride, ndr). Sono completamente diverse… Uno scudetto coi giovani è un percorso. Di quella squadra mi piace tantissimo, quando ci ripenso, il pensiero di quanti di loro ora giochino in giro per l’Italia, anche ad un buon livello ma giocano. Mi piace anche aver formato dei bravissimi ragazzi. Ogni tanto li sento, loro si vedono e ci siamo incontrati qualche volta. Più che il ricordo di uno scudetto, che rimane una cosa bellissima, mi resta il gran bel rapporto che c’era con loro. Questa Coppa Italia… la sento mia sì… Sono a Torino dall’11 agosto, sono tornato a casa quattro volte e dietro c’è davvero tantissimo lavoro. Lavoriamo tutti i giorni per loro. Sono due cose completamente diverse perché vincere lo scudetto con i ragazzi ti dà delle emozioni…però son bimbi… Vincere con dei professionisti è un altro tipo di soddisfazione…
Immaginavi di arrivare così in alto e così presto o era solo una speranza?
Paolo Galbiati: No, non lo immaginavo. Fino a qualche anno fa pensavo che avrei allenato i giovani tutta la vita perché mi piace tanto stare in palestra coi ragazzi e vederli crescere tecnicamente e umanamente. Poi quando piano piano tocchi il mondo dei Senior, che io ho iniziato a fare a Milano con chi non viaggiava o gli infortunati che riprendevano, davo una mano in quelle occasioni in cui magari ci voleva un allenatore in più in campo. Inizia a piacerti… Gli ultimi anni poi sono stati molto più intensi; avevo già rinunciato a qualche opportunità per andare via e fare questo perché non mi sembrava mai la situazione “ideale” e avevo forse anche quel senso di timore di lasciare Milano, anche perché sono nato e cresciuto lì. Quest’estate però, quando si è presentata l’occasione per venire qua, con Banchi, non ci ho pensato mezzo secondo.
Quanto c’è di Banchi e di Recalcati nelle tue idee e nel tuo lavoro?
Paolo Galbiati: Io mi definisco un ladro di pallacanestro; mi piace guardare di tutto. Ogni volta che potevo andavo a vedere allenamenti, anche di allenatori delle giovanili. Se si giocava una partita infrasettimanale io arrivavo molto prima per guardare gli altri. Ho sempre cercato di “rubare” qualcosa, nel modo di spiegare o di dimostrare concetti. Di Banchi c’è tanto perché con lui sono stati mesi importanti, dove si stava tanto in ufficio a lavorare dopo gli allenamenti. C’era stata molta condivisione anche in estate sia nella costruzione della squadra, sia sull’impostazione delle linee guida dei primi mesi. Con Carlo invece c’è stato meno tempo per stare insieme. A lui ho rubato qualcosa soprattutto nel modo di parlare e relazionarsi ai giocatori e allo staff. Poi ti ripeto, sono stato fortunato perché negli anni di Milano ho potuto vedere Bucchi, Dan Peterson, Scariolo, Banchi, Repesa, più tutti gli assistenti che ci sono stati e da tutti ho cercato di rubare ciò che secondo me poteva servirmi per la mia idea di pallacanestro. Sono molto curioso, non in tutto ma nella pallacanestro sì, tanto.
Quali sono i 3 aspetti tattici fondamentali del tuo gioco? Quindi cosa chiedi innanzitutto alla tua squadra?
Paolo Galbiati Imprescindibili sono: il contropiede primario e la transizione, dove insistiamo veramente tanto e a questo ci aggiungiamo il non giocare “random”. A loro diciamo questa parola. Quindi o contropiede primario, o transizione organizzata altrimenti fermarci e camminare. La seconda cosa tattica fondamentale è il passarsi la palla, che viene fuori dalle situazioni che abbiamo e in ognuna sappiamo come e dove dobbiamo muoverci affinché tutti siano coinvolti, tutti abbiano il piacere di avere una responsabilità in attacco. Il terzo, riguarda la difesa ed è il cercare di essere il più possibile connessi in 5 difensori: comunicare tra tutti, adeguare la posizione a ciò che sta succedendo e tutti operativi e disponibili a ciò che sta avvenendo.
Il miglioramento che Paolo Galbiati ha dato a questa squadra è sensazionale, come un capolavoro cinematografico.
C’è un film, del 1994, intitolato “Angels”, diretto da William Dear, in cui una squadra di baseball disastrata raschia il fondo della classifica. Il ragazzino protagonista, tifoso della squadra, con l’aiuto di veri angeli custodi, spinge i giocatori degli Angels (da qui il titolo) a scalare la vetta del campionato fino a conquistare il titolo, quando fino a pochi mesi prima sembrava impossibile. La vittoria della Coppa Italia dell’Auxilium mi ha fatto tornare in mente questo bellissimo film e l’appoggio a canestro di Sasha Vujacic nella finale contro Brescia ricordava una delle scene celebri in cui uno dei gocatori viene letteralmente sollevato e trasportato in base da un angelo per il punto decisivo che regala il titolo alla squadra.
All’inizio della Coppa Italia, puntavate al successo finale o all’arrivare il più avanti possibile? C’era la recondita speranza di compiere una impresa?
Paolo Galbiati: Peppe era molto fiducioso… Già da qualche giorno mi diceva: “Se arriviamo bene… se i risultati delle altre si accoppiano bene…”. Io sono più scaramantico, mettevo le mani avanti. Volevo giocare una partita alla volta sapendo che, nonostante non fossimo in un buon momento, stavamo uscendo dalla tempesta. Già dalla partita con lo Zenit e con Pesaro si erano visti dei bei segnali. Sapevamo di dover giocare contro Venezia che è fortissima ma che allo stesso tempo ti lascia giocare e noi avevamo qualche miss-match da sfruttare. Io pensavo di giocarmela. Mi dicevo: stiamo attaccati, arriviamo all’ultimo quarto e possiamo giocarcela. Poi nell’ultimo periodo… i miei sono abbastanza matti ma giocano…Poi è andata in maniera diversissima. (sorride, ndr). Poi prima della semifinale, dopo aver visto uscire avversarie come Avellino e Milano, ho iniziato a ricevere messaggi con scritto: “Non succede ma se succede…” ed ho iniziato a crederci un po’ di più, sapendo però che Cremona fosse in un momento di forma clamoroso. Non ho mai pensato di vincerla… Forse quando stavo uscendo dalla doccia prima di andare al palazzetto per la finale; mi è venuto questo flash ed ho pensato “Se stiamo attaccati alla partita la vinciamo”. Non so perché. Prima no. La sera prima non c’era neanche tempo di pensare al vinco o non vinco. Ma lì… Di solito non mi capita ma starò invecchiando. Sono andato al palazzetto e avevo visto le facce dei miei ragazzi e mi
sembravano sereni. Da qua a dirti, come fanno loro che sono sbruffoni, che sentivo avremmo vinto decisamente no.
Hai qualche squadra “modello” a cui ti ispiri? Alla quale vorresti assomigliasse la tua?
Paolo Galbiati: La prendo alla lontana. A me da piccolino, e forse quella era la mia vocazione giovanile, piacevano i giocatori più che le squadre. Io sono dell’84 e quando da ragazzino vedevo Pozzecco giocare playmaker, fai presto ad innamorarti, soprattutto se sei un play come lo ero io. Mio padre era anche tifoso della Varese di Pozzecco per cui… Danilovic mi ha sempre fatto impazzire, poi Carlton Myers. In NBA Jason Kidd, Kobe, che poi è diventata una ossessione. Le squadre ho cominciato a guardarle di più quando ho iniziato a crescere; mi sono innamorato del basket per i giocatori, anche cercando di imitarne il taglio dei capelli, le scarpe, il modo di giocare. Mi sono poi sempre piaciute le squadre slave, su tutte il Partizan che lanciava giovani su giovani ma ho iniziato ad apprezzarle davvero quando ho cominciato a fare questo mestiere e a capirle di più. Tifavo Pesaro perché c’era Alphonso Ford.
L’8 aprile sarai al Forum contro l’Olimpia, Cosa significa per te questa partita? Sarai accolto molto calorosamente…
Paolo Galbiati: Sfidare l’Olimpia significa tornare a casa. Significa rivedere tanti amici e persone con cui ho condiviso momenti bellissimi. Li sento tutt’ora ma rivederli sul campo sarà un’emozione ancora più grande.
Ti è capitato di pensare di tornare all’Olimpia?
Paolo Galbiati: Non so cosa accadrà un domani… Mi piacerebbe un giorno ritornare e lo dissi a Flavio Portaluppi quando gli comunicai che venivo qui a Torino e il mio obiettivo era lavorare per tornare migliorato un giorno a Milano, se sarà possibile.
Ci credi ai playoff?
Paolo Galbiati: Beh, se non ci vado mi incazzo come una bestia. Vogliamo andarci e se possibile con la migliore posizione possibile. Viviamo per queste emozioni qui.
E così, esattamente come Pinocchio cresce e diventa un bambino vero, Paolo Galbiati è cresciuto ed è diventato un allenatore vero, un allenatore adulto. Con gli stessi occhi e gli stessi sogni. Quelli che fanno grandi gli Uomini e speciali le favole.

mo troppo.
Arriviamo così alla stagione 2008-09, la prima in cui Aldridge e i suoi arriveranno ai Playoffs. La squadra finalmente inizia a giocare un’ottima pallacanestro, facendo perno sul talento di Roy e Aldridge, ottimi anche il giovane Batum e Travis Outlaw che portano la squadra a ben 54 vittorie stagionali. Aldridge chiuderà la stagione a 18.1 punti a partita, 7.5 rimbalzi e 1 stoppata.
Dopo l’addio al basket di Brandon Roy (talento sopraffino) e la delusione con l’ottima squadra dello scorso anno che poteva vantare talenti come Damian Lillard e Nicolas Batum, Aldridge decide, come del resto metà della squadra, di abbandonare Portland per cercare fortuna altrove.
Reduci da un’estate movimentata nella quale sono stati messi sotto contratto diversi giocatori importanti, tra cui appunto proprio Aldridge e l’altro lungo David West (ex Indiana Pacers) la squadra sembra decisa ad arrivare fino in fondo. Pochi giorni fa, inoltre, sono arrivati alla corte di Coach Popovich anche i due puntelli Andrè Miller e Kevin Martin: che sia la stagione giusta per LaMarcus di agguantare il tanto agognato Titolo di Campione NBA?



