A guardare l’elenco dei diplomati, uno penserebbe che alla Abraham Lincoln High School di Brooklyn lo sport sia figlio di un dio minore. Anzi, forse addirittura nipote o bisnipote.
Per dire, nell’elenco sono presenti Paul Berg e Jerome Karl, due Nobel per la chimica rispettivamente nel 1980 e nel 1985. O lo scrittore Joseph Heller, autore di Comma 22. O l’attore Harvey Keitel, e lo sceneggiatore Arthur Miller che fu per breve tempo marito di Marilyn Monroe.
Potremmo continuare a lungo, ma il lettore attento avrà già intuito che parliamo di una scuola superiore che di “superiore” in senso stretto ha anche uno status. O meglio, aveva, perché questo angolo di Coney Island, rispetto a quando è stato fondato nel 1929, ha conosciuto un degrado sociale non irrilevante.
La scuola ha fisiologicamente seguito il medesimo percorso del contesto che la circonda. Il livello dei corsi si dunque è abbassato insieme a quello degli studenti, al punto che anche qui qualche anno fa è giunto il famigerato metal detector.
Si spiega così il fatto che l’attenzione dei dirigenti si sia progressivamente delocalizzata dalle prestazioni scolastiche a quelle sportive. Con una particolare predilezione, visto che siamo a New York, per la pallacanestro.
Da qui ad esempio è uscito ad esempio Lance Stephenson. Guizzante tiratore ancora in attività selezionato dai Pacers nel draft 2010, l’anno prima vinse il prestigioso Mr. New York Basketball, assegnato ad atleti senior.
Stesso riconoscimento lo ottene Sebastian Telfair, brillante fosforo che il pallone quasi lo seduceva. E che dire del fratellastro di quest’ultimo, quel Jamel Thomas visto in Italia a Biella (due volte), Teramo, Siena e Napoli?
Ma se ci sono Telfair e Thomas, per forza da qualche parte troveremo anche i loro cugini, che di questo racconto sono la vera ciliegina sulla torta. Uno in particolare.
Il padre dei cinque protagonisti si chiamava Donald, ma pur essendo newyorchese era soprannominato “The Major” e non “Mr. President”. Deceduto nel 2007 a causa di un infarto, era un uomo di personalità, rispettato, la cui progenie intratteneva con la palla a spicchi una corrispondenza d’amorosi sensi.
Il primogenito, Eric detto “Spoon”, è stato anche il primo a provocare estasi sul parquet della Lincoln. Il passo successivo fu il college, Georgia, ma la sua ingordigia di minuti, tiri, statistiche lo portò ad incollerirsi con coach Hugh Durham al punto che nelle Final Four del NIT commise un’infrazione di passi che aveva i sospetti tratti della volontarietà.
Eric poi lasciò università e squadra, e tornò a casa sua, a costruire non gioco ma muri. E a quel punto la palla, metaforicamente e letteralmente, passò al fratello Don.
Il soprannome di quest’ultimo era invece “Sky”. Con lui la Lincoln vinse un titolo, ma il suo rendimento accademico era lacunoso a tal punto che i college di Division I, di per sé mai timidi quando si tratta di truccare i voti di un atleta prodigio per mantenere almeno l’apparenza dell’ipocrita sistema sportivo a stelle e strisce, decisero di soprassedere.
Dopo due anni in due junior college diversi si aprirono le porte di Texas A&M. Ne divenne top scorer, ma non attirò le attenzioni della NBA, e dunque si diresse verso lo Utah dove ottenne una laurea e divenne maestro di scuola elementare.
E poi fu il turno di Norman, “Jou Jou”. Veloce, tiratore affidabile, come nel caso di Don il problema per lui fu il rendimento scolastico, a causa del quale Tennessee, che pure si era fatta avanti, non poté garantirgli la borsa di studio promessa.
Norman toccò dunque le sponde del Texas e dello Utah, e si guadagnò da vivere grazie ad ingaggi in leghe pittoresche. Anche per lui le porte della pallacanestro NBA, o dei campionati comunque più seri, resteranno sempre ben sigillate.
Il quinto dei figli era Zack. Come Don e Norman, il suo superficiale approccio alla scuola lo obbligò a recuperare terreno durante il primo anno a Rhode Island, dove uno dei suoi compagni era lo scapestrato ma ben più concreto Lamar Odom.
La conclusione è stata dunque la stessa di quattro dei suoi cinque fratelli. L’unica eccezione, e che eccezione, è stata Steph.
Steph è stato impostato sin da piccolo per diventare il giocatore che poi è effettivamente riuscito ad essere, un po’ come Max Verstappen molti anni dopo di lui. Negli intervalli delle partite della Lincoln, quando era ancora fuori età per giocarci, con abilità da giocoliere si esibiva in palleggi in serie che strappavano il favore del pubblico.
Poi in squadra ci è entrato, ha fatto tutta la trafila, ha speso un anno a Georgia Tech ed è volato nella NBA. La differenza con i fratelli è che lui il sogno della lega lo ha coltivato, invece di aspettare che piovesse dal cielo per grazia ricevuta.
Ah, naturalmente il lettore avrà intuito, anche solo dall’accostamento con i cugini, che Steph all’anagrafe di nome fa Stephon Marbury. Lui sì degno di stare tra i grandi della sua high school.




