Ad inizio anno mi sarei giocato sicuramente qualche euro sui Wildcats campioni NCAA. Si, ma gli altri. Kentucky, infatti, era piazzata al numero 2 del Ranking AP di Preseason. Labissiere sembrava colui che poteva giocarsi la posizione numero 1 all’NBA Draft 2016, e Calipari sembrava pronto per un’altra lunga corsa verso la Final Four di fine anno. Invece no, ha deluso quasi tutto in quel di Lexington ed è bastato un secondo turno contro la difesa organizzata e i punti facili degli Indiana Hoosiers per far dissolvere ciò che restava del percorso da compiere della Big Blue Nation, che, fino a sirena suonata, non viene mai dimenticato dai tifosi.
Alla fine i Wildcats hanno vinto, quelli di Villanova però. C’era da aspettarselo? Magari qualcuno avrà anche buttato lì l’opzione a inizio stagione, ma non penso sinceramente che ci fosse qualcuno sicuro di affermare la superiorità di ‘Nova su squadre più pronte e decisamente più inclini alla vittoria come North Carolina, Virginia, Kentucky e Michigan State. La squadra di Jay Wright si presentava alle porte del nuovo anno come un roster solido ma senza quel qualcosa in più, non arrivato dal recruiting, come al solito mediocre che presentava soltanto Jalen Brunson tra i primi 100 della speciale classifica di ESPN. La stagione è iniziata, ‘Nova ha iniziato a vincere tante partite e dal numero 11 del ranking prestazionale, si è ritrovata più di una settimana al numero 1, dopo le varie bagarre tra MSU, Kansas e Oklahoma. Al momento decisivo, in fiducia, la squadra arriva in finale della Big East, ma proprio lì arriva la sopresona: Seton Hall. I Pirates vincono il torneo di conference dopo anni di astinenza, e visto il 42% al tiro e il 34% da dietro l’arco dei Wildcats in quella partita, media e tifosi hanno iniziato a vedere segni di debolezza in Villanova. Invece no, perché quello sarebbe stato soltanto l’inizio di ciò che oggi possiamo iniziare a raccontare come uno dei titoli nazionali più incredibili della storia del College Basketball.
Con ordine, partiamo dall’allenatore. Jay Wright è stato da poco nominato Naismith Coach Of The Year. Noi non vogliamo salire sul carro dei vincitori, ma far notare il grande lavoro svolto dal primo allenatore di ‘Nova sembra il minimo. Oltre a un gioco molto solido che getta le proprie basi su una solidissima difesa a uomo, piena di aiuti e di raddoppi nei momenti complicati della partita, Wright è riuscito a trasformare l’attacco della squadra in una macchina ben oliata. Il mantra è tirare da tre punti, cercando di costruire il tiro, andare dentro da Ochefu, e tornare fuori dai vari Brunson, Hart, Booth e, manco a dirlo Ryan Arcidiacono. Ah, si tira da fuori anche Kris Jenkins, se non si fosse notato nel torneo di marzo.

Jay Wright
In ogni caso nessuna squadra nella storia era arrivata alla Final Four con percentuali dal campo superiori a quelle dei Wildcats quest’anno. La partita più equilibrata tra le due semifinali avrebbe dovuto essere proprio tra la squadra vincitrice e gli Oklahoma Sooners, invece no. 44 punti di distacco a fine partita e record per “blowout win”, così la chiamano al di là dell’oceano, contro la squadra di Buddy Hield, sconsolato dalle proprie basse percentuali e dall’impotenza di fronte a un sistema di gioco organizzato così bene. In tutto questo, Jay Wright ha una grande parte di merito, ma la sua grandezza sta nel non farlo notare, se possibile (come se ce ne fosse bisogno). Cerca così ossessivamente di essere sicuro di sé stesso e dei propri giocatori che anche in quell’incredibile momento dopo una rimonta di UNC da dieci punti di svantaggio con un tiro incredibile di Paige si sente ancora in potere di poter vincere la partita. Così tanto da chiamare il tiro. Perfino quando la palla è in aria, tutti gli occhi del mondo sono puntati su Jenkins, dopo un anno di preview, brackets e speranze dei tifosi si risolverà tutto in un unico tiro, Jay Wright, colto dalle mille telecamere dello stadio di football da 71mila posti di Houston, guarda la palla come tutti, ma nel mentre apre la bocca per dire una parola, prima che la palla entri: “Bang”. E poi, come se nulla fosse, mentre scoppia il delirio totale sul parquet e fuori, lui si gira e va a salutare Roy Williams, con una calma innaturale, con i vari assistant coach che continuano a saltare intorno a lui. Jay Wright glaciale, ma perfetto per questa squadra.
Per quanto riguarda Arcidiacono non mi sento neanche di dover riportare le cifre, non sono necessarie e non spiegherebbero abbastanza bene tutto ciò che ha fatto sul campo il numero 15, d’altronde come non riusciranno a fare le mie parole. L’italo-americano è più di un Go-To-Guy, è un vero e proprio leader, che significa molto di più, in campo e fuori, significa metterci la faccia comunque vada, significa assumersi le responsabilità dopo la partita persa contro Seton Hall o Providence, come vincere il Most Outstanding Player di queste Final Four. Arcidiacono probabilmente non arriverà in NBA, ma ciò che ha significato lui per Villanova, è qualcosa di difficile da spiegare. Lui è la comunità, il vero cuore, l’orgoglio di un intera Università che butta la propria voglia di vincere dell’intero ateneo sul campo insieme al proprio corpo, trovando l’equilibrio giusto tra pressione personale e gioco di squadra. Sul palco l’altro giocatore chiaramente osannato insieme a Jenkins e Ryan “The Arch”, si chiamava Josh Hart, in quel di Houston. Si, perché il miglior swing man, lo chiamiamo così per la versatilità dai, e perché alla fine è una guardia che gioca da tre per la presenza di Arcidiacono e Brunson, appunto, il miglior swing man rimbalzista della nazione è colui che ha cambiato le sorti della stagione. Quando prima parlavo delle aspettative superate parlavo di ‘Nova si, ma anche degli individui. E se ce n’è uno in questa squadra che ha completamente ribaltato ciò che ci si aspettava da lui, quello è proprio Josh Hart. Canestri difficili lungo tutto il torneo e non solo, una solidità difensiva incredibile e la capacità di togliere la pressione dalle spalle di Arcidiacono in un modo magistrale sul parquet, sia con il tiro da fuori che con le abilità difensive. Hart, probabilmente con un grande aiuto di Jay Wright, è riuscito a trasformare la propria carriera da sophomore non realizzato in una da junior campione nazionale.
Abbiamo parlato tanto, ho cercato di mettere poche cifre, solo le essenziali, perché alla fine ciò che succede in una partita del genere è a sé, difficilmente verrà dimenticato o ricordato per delle cifre. Jenkins ha messo quel tiro, incredibile, assurdo, e sul quale potremmo sprecare un’infinità di aggettivi che non saprebbero spiegare l’emozione che chiunque ha sentito quando ha visto entrare quel tiro. Kris Jenkins è l’eroe di Villanova, ed è proprio lui che rappresenta l’emblema di quella frase che continua a ripetere..
“Ice in my veins, Ice in my veins.”
E ‘Nova è la regina della Big Dance, che lascia una delle più belle fotografie della storia a questo sport.
Per NBAPassion.com,
Giulio Scopacasa
















