I Cleveland Cavaliers sono tornati a vincere due partite in fila, in casa contro Philadelphia ed Indiana. Lasciatisi alle spalle un marzo difficilissimo, i Cavs paiono in ripresa, almeno dal punto di vista dei risultati. Avete presente invece quando si dice che la difesa fa vincere le partite? Ecco, non ditelo a James e soci, che paiono non volerlo sapere. Cleveland negli ultimi due match ha segnato 128.5 punti, ma in entrambe le occasioni ne ha concessi più di 100. Ecco perché la rinascita in vista dei playoff passa da tre punti (offensivi) fondamentali.

I Cleveland Cavaliers hanno ancora difficoltà in difesa e, per questo, devono ripartire dall’attacco
1) Tiro da tre punti e panchina
La percentuale al tiro da tre punti, soprattutto in questa stagione, è indice della qualità di gioco dei Cleveland Cavaliers. Più è alta, più la palla si è mossa bene e rapidamente; più è alta e più i Big Three sono riusciti a coinvolgere i loro compagni. Sì, perché i due elementi sono strettamente legati. La dirigenza di Cleveland ha deciso di circondare le tre stelle con una fornitissima batteria di tiratori da tre punti, in modo da costringere la difese a fare delle scelte nette e, in ogni caso, poco efficaci. E quando i Cavs tirano oltre il 40% dall’arco non perdono praticamente mai. Ora, è chiaro che chi esce dalla panchina deve assolutamente mettere in campo una certa pericolosità offensiva. A fronte di una difesa di basso livello, i Cavaliers hanno bisogno di un attacco imprevedibile, di una panchina che sappia sfruttare gli spazi che le vengono lasciati dalla difesa avversaria. Dall’All Star Game in poi questo non è più avvenuto e i risultati li conosciamo bene. Stiamo parlando della squadra con la panchina più lunga della lega, almeno sulla carta, perché una panchina è veramente profonda solo se chi ne esce dà un effettivo contributo. E il Re ha bisogno dell’aiuto di tutti i suoi soldati.

Jr Smith è il primo a dover dare una mano ai Cleveland Cavaliers col suo tiro da tre punti
2) Kyrie Irving: è ora di studiare da leader…
Kyrie Irving continua quella che fin qui è la miglior stagione della sua carriera (25.2 punti e 5.7 assist), dimostrandosi punto di riferimento in campo, almeno in attacco, per i Cleveland Cavaliers. C’è però un dato inquietante: nelle sette partite saltate da LeBron James Cleveland ha perso sette volte e in cinque di questi casi Kyrie era in campo. Ma come? Una squadra di tanto talento non riesce mai a vincere senza il suo leader? Ecco la parola chiave: leader. Kyrie Irving lo sa essere solo in campo, quando ha la palla in mano, anche quando bisogna prendere dei tiri decisivi, ma qualcosa gli manca ancora. Non ha quel quid che ha LeBron, quella capacità di caricare i compagni, di essere un esempio in campo ma anche fuori, di essere una guida coi fatti ma anche con le parole, soprattutto nei momenti difficili. Questo deve ancora imparare Kyrie Irving, perché arriverà il giorno della successione al trono dei Cleveland Cavaliers, e lui è il principale candidato a prendere lo scettro. Intanto, ha provato a dare l’esempio ai compagni dopo l’orrenda sconfitta a San Antonio.
https://youtu.be/HA7u2Y5ZPuI
3)…ma il Re è e deve essere ancora LeBron James
Possiamo parlare di quello che vogliamo, ma alla fine le sorti dei Cleveland Cavaliers dipendono sempre da lui, dal Re, da LeBron James. Ormai leader consolidato di questa squadra, alla quattordicesima stagione nella lega sa come si esce dai momenti di difficoltà. E ce ne ha dato prova con le ultime due mostruose prestazioni: 34 punti, 9 rimbalzi e 6 assist contro i Sixers, 41 punti, 16 rimbalzi, 11 assist contro i Pacers, risultato? Due vittorie. Quando James gioca in questa maniera rende migliori anche i compagni di squadra ed è proprio quello di cui Cleveland ha bisogno per riprendersi la vetta della Eastern Conference. Vero che i gregari devono dare il loro contributo, vero che Irving deve essere un leader migliore, ma quando hai a roster il miglior giocatore del pianeta, tanto dipende da lui. Può segnare e far segnare e ai playoff difenderà anche, non dimenticando di dover essere esempio per i compagni e di dover inseguire il mito di quel “fantasma” che ha giocato a Chicago.

Il Re è ancora lui e da lui dipendono i destini dei Cleveland Cavaliers

