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Chauncey Billups a Milano – L’intervista

Ospite della NBA Fan Zone di Milano, Chauncey Billups si racconta, tra passato e futuro.

Per un intero weekend, a Milano c’è stato profumo di NBA. Sabato 8 e domenica 9 settembre l’ormai tradizionale appuntamento con la NBA Fan Zone ha riempito Piazza Duomo di appassionati i quali, circondati dalle gigantografie delle superstar del basket americano, hanno potuto godersi una serie di esibizioni (dalla danza alle gare di tiro, passando per le schiacciate dei Dunking Devils) sul campo da basket allestito per l’occasione.
L’edizione 2018 dell’evento è stata impreziosita dalla presenza di Chauncey Billups, cinque volte All-Star, campione NBA e MVP delle Finals nel 2004 con i Detroit Pistons di Larry Brown e capace di raggiungere le finali di Conference per sette stagioni consecutive (tra Detroit e Denver). Dopo essersi intrattenuto per un clinic con una selezione di ragazzi tra i 13 e i 14 anni e aver interagito con il pubblico presente, ‘Mr. Big Shot’ si è concesso ai media per una bella intervista sulla sua lunga e pluridecorata carriera (mandando anche un saluto a NBA Passion).

Chauncey Billups alla NBA Fan Zone di Milano (foto di Diego Alto)
Chauncey Billups alla NBA Fan Zone di Milano (foto di Diego Alto)

Cos’è scattato quando sei arrivato nel Minnesota, dove hai vissuto la stagione della tua esplosione?
“Bè, la stagione precedente era stata molto dura. Sei la terza scelta assoluta al draft, ti aspetti di essere subito ‘caldo’, ma non succede. Ma probabilmente la fatica iniziale è stata la cosa migliore che potesse capitare nella mia carriera. Poi sono arrivato nel Minnesota e ho incontrato un ottimo maestro, Terrell Brandon, che giocava titolare davanti a me. C’era Flip Saunders, che è l’allenatore dei sogni per ogni playmaker, poi c’era Kevin Garnett… E’ stato lì che la mia carriera è cambiata, che ho capito di poter avere un posto nella lega.”

Hai qualche ricordo in particolare su quella esperienza?
“Sono stato lì per due anni e, onestamente, non avrei voluto andarmene. Lì ho iniziato a trovare me stesso. Ho amato giocare per Flip Saunders, è stato uno dei miei allenatori preferiti. KG è uno dei miei migliori amici, per cui c’era un amalgama perfetto. Terrell Brandon ha significato tanto per me. Mi ha insegnato come diventare una point guard, era il veterano della squadra all’epoca e mi ha insegnato come essere un professionista: come vestirmi, come lavorare ogni giorno… tante cose che mi sono servite. Poi la città era bellissima, i tifosi erano fantastici.”

Dopo le difficoltà iniziali, a Detroit hai trovato il posto giusto, la squadra giusta e sei diventato un All-Star e un MVP delle Finals. Più o meno, la stessa trasformazione sta avvenendo con Victor Oladipo a Indianapolis. Vedi qualche giocatore, nella NBA attuale, che nel giusto contesto potrebbe diventare il prossimo Chauncey Billups?
“Ce ne sarebbero tanti, ma ti nomino un ragazzo che ho seguito molto da vicino l’anno scorso, che ha fatto enormi progressi e che può ancora migliorare: il giovane Kris Dunn, a Chicago. E’ stato scelto in alto al draft e ha molto faticato all’inizio, ma una volta trovata la sua strada sono sicuro che possa diventare speciale.”

Qual è il fattore più sottovalutato per diventare una squadra da titolo?
“Credo che la leadership sia l’aspetto più sottovalutato, in ogni sport. Non puoi raggiungere grandi risultati se non hai un leader sul campo. Spesso vorresti che fosse il tuo miglior giocatore, magari invece è qualche altro compagno. Poi ci sono anche altre cose, come l’attenzione ai dettagli, che sono molto importanti.”

I tuoi Detroit Pistons hanno vinto il titolo senza avere una grande superstar, uno del calibro di Kobe Bryant o Lebron James, ma grazie a un grande gruppo e un grande allenatore. Vedi qualche squadra, nella lega di oggi, che potrebbe raggiungere gli stessi risultati, nello stesso modo?
“Impossibile. Non succederà mai più una cosa simile. Se guardi com’è la NBA adesso, vedi che ci vogliono due o tre superstar anche solo per competere, per avere la minima possibilità. Direi che la squadra che più mi ricorda la nostra sono gli Utah Jazz. Ma dopo l’anno scorso non si può più dire, perchè adesso Donovan Mitchell è una vera star, per cui dovremmo toglierli dalla lista. Loro difendono bene, muovono il pallone, sono bellissimi da vedere. Penso però che quello che abbiamo fatto noi non si ripeterà più: mettere quei cinque ragazzi insieme, con quella grande panchina, tutti a giocare l’uno per l’altro, spingendo ogni compagno a dare il massimo e vincere così… non penso possa succedere ancora.”

Due anni fa abbiamo incontrato Rip Hamilton, qui a Milano. Ci ha detto che il momento in cui avete realmente capito di poter vincere il titolo è stato quando Rasheed Wallace si è unito alla squadra. Sei d’accordo, o credi che ci siano stati altri momenti chiave?
“Assolutamente d’accordo. Quello per noi è stato l’ultimo pezzo del puzzle. Eravamo già una buonissima squadra, che giocava ad alto livello, ma quando abbiamo aggiunto un pezzo come Rasheed è cambiato tutto. ‘Sheed era uno dei migliori giocatori di quell’epoca e inoltre era molto altruista, un grande compagno di squadra. Era molto intelligente e molto vocale, soprattutto in difesa. Per noi ha cambiato tutto.”

Non pensi che Rasheed Wallace abbia vinto meno di quello che avrebbe potuto vincere giocando in altre squadre, o se avesse avuto la mentalità di Kobe Bryant o Michael Jordan?
“Sì, forse se fosse stato più egoista avrebbe avuto cifre più altisonanti, ma per me Rasheed era il compagno perfetto. Avrebbe potuto pretendere di tirare sempre, invece approfittava dei continui raddoppi su di lui per servire i compagni liberi. Non credo gli siano mai interessate le statistiche individuali.”

Chi è stato il tuo compagno di squadra preferito?
“Ho risposto molte volte a questa domanda. Prendo chiunque tra quei Pistons: Rip Hamilton, Ben, ‘Sheed, Tayshaun… sono loro i miei preferiti. Se parliamo di compagni al di fuori dei Pistons, direi che in cima alla mia lista ci sono Kevin Garnett, Chris Paul e Kenyon Martin.”

Cosa pensi che serva ai Detroit Pistons per essere di nuovo una contender?
“Innanzitutto dovrebbero restare in salute. Penso che Blake Griffin sia stato un grande affare. Con Andre Drummond forma una coppia di All-Star di grande valore. Però la lega è molto competitiva ora, per cui hanno bisogno di rimanere sani. Reggie Jackson non è ancora nel suo prime, può diventare un grande playmaker, ma deve rimanere in salute. Se lui fa una grande stagione, anche Detroit la farà.”

Chauncey Billups in Piazza Duomo (foto di Diego Alto)
Chauncey Billups in Piazza Duomo (foto di Diego Alto)

A Denver, al fianco di Carmelo Anthony, hai raggiunto le finali di Conference. L’anno scorso, ‘Melo’ ha avuto qualche difficoltà a OKC. Come lo vedi ora a Houston, con Paul e Harden?
“Credo che sia nelle condizioni di poter fare bene. Ha di fianco due grandissimi playmaker, e Carmelo è un realizzatore d’eccezione. Credo che possa fare una grande stagione. Lui è quello di cui i Rockets avevano bisogno, e i Rockets sono ciò di cui aveva bisogno lui. Guardo con molto ottimismo al suo lavoro, sono un grande fan di Carmelo, sta avendo una carriera da Hall Of Fame e vorrei vederlo vincere un titolo.”

Sapresti dire qual è stato il peggior compagno, o comunque la peggiore esperienza della tua carriera?
“Non ho mai avuto un compagno peggiore, ma la mia esperienza peggiore è stata probabilmente a Boston, nel mio anno da rookie. Giocavo per Rick Pitino allora, e avevo grandi aspirazioni. In quanto terza scelta assoluta al draft volevo avere il pallone, avere spazio per crescere e poter fare i miei errori, ma non è andata così; anzi, tutto all’opposto. E’ stato umiliante, è stata molto dura all’epoca, ma alla fine penso che fosse quello di cui avevo bisogno. E’ stata comunque un’esperienza istruttiva, che oggi accetto e ricordo con gratitudine, ma di certo è stata quella più dura.”

Nella parte finale della tua carriera hai giocato per due squadre molto talentuose, ovvero i Denver Nuggets e i Los Angeles Clippers di ‘Lob City’, ma non siete mai riusciti ad arrivare in finale. Cosa pensi sia mancato a quelle squadre per fare l’ultimo passo?
“Bè, a Denver ci sarebbe servito semplicemente del tempo. Prima che arrivassi io. la squadra era andata ai playoff, ma aveva vinto solo una partita. Io sono arrivato due settimane dopo l’inizio della stagione, e subito abbiamo raggiunto le finali di Conference. Se avessimo potuto restare insieme ancora per due o tre anni, avremmo potuto raggiungere quel livello. Ci sarebbero serviti solo tempo ed esperienza. Ai Clippers, la squadra era molto giovane. Blake Griffin e DeAndre Jordan erano forse al secondo e terzo anno, Chris Paul è arrivato in corsa e la squadra era molto buona, ma il primo anno io mi sono infortunato, mi sono rotto il tendine d’Achille. Promettevamo bene, ma io ero uno dei leader della squadra e mi sono infortunato, danneggiando tutti. Quella squadra aveva grande talento, forse le servivano più veterani, più leadership.”

A Los Angeles hai giocato con Grant Hill, che è appena diventato un hall of famer. Hai qualche ricordo su di lui che vuoi condividere?
“Grant è un ragazzo che ho sempre preso come esempio. L’opportunità di giocare un anno con lui è stata fantastica. E’ stato un grande professionista, si è infortunato spesso ma ha lavorato tanto, aiutando la squadra in modi che non si possono quantificare. Era un leader anche fuori dal campo, spesso parlava con i giocatori per insegnar loro come essere un vincente, come essere un professionista. Grant merita di essere nella Hall Of Fame, sono davvero contento per lui.”

La NBA sta pensando di cambiare le regole sugli one-and-done. Vediamo spesso molti giocatori faticare nei primi anni. Pensi che serva qualche cambiamento?
“E’ difficile da dire, perchè parliamo di ragazzi di diciotto anni. Per me tutto sta nello sviluppo di questi ragazzi, magari potenziando la G-League. Devi farli giocare in partite di medio livello per farli crescere, di fianco ad allenatori preparati e a persone che possano favorirne lo sviluppo, in modo che siano pronti ad avere un impatto nella lega. Sai, molti non sono pronti a diciotto anni. E’ una questione delicata, va gestita con cura.”

La lega è cambiata molto da quando ci hai giocato tu, e continua a cambiare. Quale pensi sia stato il principale cambiamento, e perchè pensi sia avvenuto?
“Penso che il maggiore cambiamento siano state le regole difensive. Prima le difese erano più fisiche, poi la NBA ha deciso di cambiare le regole per velocizzare il gioco, per innalzare i punteggi. E sta funzionando! Vedo alcune partite che finiscono 120-115, mentre ai tempi di Detroit finivano 95-92. Il gioco è cambiato, ma è in ottime mani e attraversa un gran momento.”

Come si troverebbe un Chauncey Billups nel suo prime in questa NBA, in cui il tiro da tre punti è così importante?
“Perfettamente! Mi divertirei un sacco e dovrei concentrarmi meno sull’attacco e più sulla difesa. Oggi le point guard tengono sempre palla, giocano un pick’n’roll dopo l’altro e sparano triple. Sarebbe facile per me, farei delle grandi cifre!”

Chauncey Billups ospite alla NBA Fan Zone di Milano (foto di Diego Alto)
Chauncey Billups ospite alla NBA Fan Zone di Milano (foto di Diego Alto)

Qual è il segreto per segnare i tiri decisivi?
“Credo che il principale segreto sia arrivare ad un buon tiro. Uno può prendersi un tiro in acrobazia, o affrettato a causa della difesa. Ma per mettere un canestro decisivo devi essere calmo, sentire il momento e prendere un tiro comodo. Non importa cosa dica il cronometro, devi pensare che è solo un tiro, un tiro per cui ti alleni tutti i giorni. Molti giocatori non riescono a sostenere la pressione, magari dopo aver sbagliato un tiro mentre sono in svantaggio di due punti. Ma non devi pensarci, devi pensare solo al tiro, al giocatore che ti sta marcando. Se fai queste cose e sei un buon tiratore, è molto probabile che tu la metta dentro.”

Prima hai vissuto la NBA da giocatore, ora da commentatore e forse, un giorno, da allenatore. Quali sono le differenze fra i diversi ruoli, nella percezione della lega?
“Ci sono molte differenze. Da giocatore cerchi di competere ogni giorno, di lavorare duramente per arrivare al top. Io sono stato benedetto dall’opportunità di farlo. Come commentatore, io vivo la NBA davanti a un televisore, cercando di spiegare agli spettatori come vedo io una partita, quello che vedo in un particolare giocatore. E’ molto diverso, ma io cerco di portare la mia esperienza come giocatore in televisione, di spiegare perchè, con il duro lavoro, sono diventato quello che sono.”

Come vedi il tuo futuro? In un’intervista hai detto che ti piacerebbe gestire una squadra.
“C’è molto lavoro da fare per avere la possibilità di gestire una squadra, è ancora un mio desiderio. Qualcuno dice che dovrei allenare, e non lo escludo, anche quella è una possibilità. Sento di aver dato tanto al gioco, e il gioco ha portato tanto a me. Sono ad un punto in cui, sia nel front office che da allenatore, mi piacerebbe tornare parte del gioco, tornare con i giocatori; è un ambiente che amo molto.”

E’ da poco arrivato in Italia coach Larry Brown. Non accade spesso che un allenatore americano venga a lavorare in Europa. Al contrario, sempre più allenatori europei stanno trovando posto come assistenti, o addirittura come head coach, nella NBA. Quale pensi sia il loro valore aggiunto per la lega?
“Penso che portino un grande valore, ho tanto rispetto per il basket internazionale. E’ molto incentrato sui fondamentali, sul movimento di palla e di giocatori. Gli allenatori sono di altissimo livello e di grandissima intelligenza. Amano tanto il gioco, per cui il fatto che si mischino con gli allenatori americani fa sì che gli uni imparino molto dagli altri, ma anche viceversa. E’ una cosa che credo continuerà a succedere più si andrà avanti.”

Parlando di Europa, nell’ultimo draft è stato scelto Luka Doncic, che ha seguito le orme di altri grandi giocatori del passato, come Drazen Petrovic, arrivati dal vecchio continente. Cosa ne pensi?
“Credo che Doncic possa avere una grande carriera NBA. E’ molto bravo, sa passare il pallone, segnare… Ci sono poche cose che non sappia fare. Se riuscirà a inserirsi bene nella NBA sarebbe una cosa ottima per i giocatori europei, se invece non dovesse riuscirci rischierebbe di scoraggiarli, dopo tutte quelle aspettative. Io spero che faccia bene. Giocherà per Rick Carlisle, che ho avuto come allenatore, e sono sicuro che si troverà alla grande.”

Pensi che la prossima stagione possa riservare qualche sorpresa?
“No, penso che gli Warriors vinceranno un altro titolo, non ci saranno sorprese. Credo comunque che Houston lotterà duramente, sarà un avversario tosto per loro. Anche i Lakers faranno paura, e sono molto curioso di vedere come Kawhi Leonard cambierà le cose a Est. Se rimarrà sano abbastanza, la Eastern Conference avrà due o tre squadre molto interessanti. Anche Boston, in salute, può essere un’ottima squadra, mentre Milwaukee potrebbe essere la sorpresa, con coach Bud, ‘The Greek Freak’ e un buon supporting cast. Sarà una stagione molto entusiasmante.”

Cosa ne pensi dei Lakers di LeBron James? Possono puntare al titolo?
“Quando hai LeBron in squadra hai sempre una possibilità. Magari faticheranno all’inizio, perderanno qualche partita cercando il modo giusto per giocare insieme, per giocare con LeBron. Ma quando arriverà l’ora dei playoff, saranno molto temibili, potrebbero davvero avere una chance. Certo, se dovessero incontrare subito gli Warriors verrebbero probabilmente sconfitti, ma incontrando qualsiasi altra squadra avrebbero la possibilità di fare strada.”

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