Houston Rockets: Sons of Anarchy

Mike D’Antoni come vate di una filosofia visionaria, fuori dagli schemi. James Harden e il nuovo arrivato Chris Paul sono i suoi aguzzini, o meglio, coloro a cui è affidato il compito di concretizzare il pensiero del coach. Un po’ come Jackson ‘Jax’ Teller, che ad un tratto trova il diario del padre, fondatore della banda di bikers SAMCRO, scoprendo quali siano in realtà gli ideali che il gruppo deve seguire. Un gruppo, quello della serie Sons of Anarchy, che finisce rapidamente in un vortice di violenza, conflitti e vendetta. Un gruppo che deve farsi strada nella città immaginaria di Charming, battendo la concorrenza delle bande rivali per ottenere il controllo del posto. Cercando di uscire dal traffico illegali di armi, indispensabile all’inizio per mantenersi.

Il fine degli Houston Rockets è più o meno lo stesso: ritrovare la via, ritrovare la vittoria, che ormai manca dal lontano 1995. Soverchiare le gerarchie, creare scompiglio, fare mambassa ad Ovest, cercare il rispetto e l’approvazione di tutti. Una missione tutt’altro che semplice, visto che da quelle parti i Golden State Warriors dominano incontrastati.

CP3 ‘costringerà’ di fatto Harden a tornare al vecchio ruolo di guardia, dopo aver giocato una sontuosa stagione nei panni di point guard. Un problema? No, almeno sulla carta. I due potranno tranquillamente spartirsi i possessi, soprattutto a seconda della situazione che si presenterà in campo: grazie alla sua imprevedibilità e alla sua visione di gioco ad ampissimo raggio, l’ex Los Angeles Clippers si occuperà di scardinare le difese schierate; il Barba invece potrà pigiare il piede sull’acceleratore in contropiede. Il livello di playmaking sarà sempre eccelso, anche quando in panchina si accomoderà l’uno o l’altro. Per quel concerne la fase realizzativa, il numero 13 rispolvererà senz’altro le sue capacità di colpire off the ball, tagliando in continuazione grazie anche ai blocchi eseguiti dai compagni.

Harden è capace di saper colpire anche senza aver bisogno di aver per forza il pallone in mano.

 

Ma anche il buon Paul non scherza: in modalità catch and shooting, da tre, il prodotto di Wake Forest ha messo a referto un ottimo 49.3% dal campo. Per non parlare del fatto che lo stesso darà un cospicuo contributo dal midrange, con il suo proverbiale arresto e tiro.

I Rockets ovviamente faranno incetta di pick and roll, un’arma affilata utile ad aprire ulteriormente il campo e favorire eventuali penetrazioni. Clint Capela, protagonista di un significativo miglioramento nella passata a nozze, non può che continuare sulla strada intrapresa. Il centro svizzero, grazie alla sua verticalità e a delle straripanti doti atletiche, può seriamente mettere in difficoltà le retroguardie avversarie e banchettare agevolmente nel pitturato ( 69.6% al tiro, con 3.1 punti totalizzati in situazioni di giochi a due nell’annata 2016/2017). Specializzato nel portare a casa una buona quantità di second chance points, immaginiamo sfrutterà al meglio la miriade di lob che la coppia CP3-Harden smazzerà (sotto espressa richiesta) Il suo ricambio sarà ancora una volta Nene, pronto a proseguire il lavoro da mentore e a svolgere un ruolo importante per la protezione del ferro.  Come vuole la tradizione dantoniana, sul perimetro, in agguato, ci saranno i soliti tiratori pronti a colpire sugli scarichi dei compagni: i vari Trevor Ariza, Ryan Anderson ed Eric Gordon dovranno essere freddi ed efficienti.

Capela e Nene, nella passata stagione, hanno giocato una quantità significativa di pick and roll mettendo a referto numeri importanti: con l’arrivo di Paul, il trend continuerà. E in particolare il centro svizzero potrà continuare la sua crescita (non solo in termini di punti…)

L’attacco texano sarà in perpetuo movimento, con continui backdoor da parte dei giocatori pronti a sfruttare i blocchi per liberarsi dalle rispettive marcature. Insomma, non ci saranno grossi stravolgimenti al sistema di gioco che, oltre alle indicazioni del Baffo, continuerà a declamare la filosofia Moreyball,  riducendo gli sprechi offensivi e prendendo conclusioni ad alta produttività (penetrazioni e tentativi dall’arco). Ciò è permesso dalla fisionomia del roster, attrezzato al fine di schierare quintetti versatili e diversi fra loro. Lo small ball è d’obbligo, compreso quello estremizzato con Anderson schierato centro, in modo da aprire quanto più possibile il campo e potenziare le opzioni offensive (e, di conseguenza, agevolando gli extrapass). Ma non solo: tali schieramenti possono permettere, in difesa, di ruotare e di cambiare su chiunque e di affrontare al meglio i mismatch.

A tal proposito saranno molto utili P.J. Tucker e Luc Mbah a Moute, arrivati in estate. Entrambi estremamente duttili (rispettivamente uno swingman e un’ala), allungheranno le rotazioni dei Rockets portando in dote abilità non trascurabili soprattutto riguardanti le retrovie.  Se l’ex Toronto Raptors è un valido gregario che fa il lavoro sporco e ogni tanto attacca il canestro o si concede una tripla, il camerunense è un vero proprio specialista, un jolly da avere sempre nel proprio mazzo di carte. Mbah a Moute è l’uomo che fa al caso per alzare il livello della difesa dei Rockets: non perde mai di vista la propria controparte, sa chiudere gli spazi e impedire i tagli, è intelligente nei cambi e negli intercetti.  Un mastino come lui serve eccome, soprattutto ai Rockets che danno importanza all’attenzione sul perimetro.

D’Antoni non ama le rotazioni lunghe ma durante la regular season, per far rifiatare qualcuno, gente come Zhou Qi o Chinanu Onuaku potrebbero usufruire di spazio (per quanto esiguo possa essere).

I Rockets tendono a raddoppiare i giochi a due avversari per poi ruotare e cercare di spegnere le velleità.

Questa banda ribelle ha l’obbiettivo di correre più degli altri ed assicurarsi un posto in top 3 nel selvaggio Ovest, popolato da altri clan agguerriti e pericolosi. Dagli Oklahoma City Thunder del trio di frombolieri Westbrook-George-Anthony ai vecchi volponi dei San Antonio Spurs del silenzioso Kawhi Leonard. Passando per i giovani e affamati Minnesota Timberwolves e i rinnovati e ruvidi Los Angeles Clippers. Ma chi ha il controllo di tutto sono i terribili Warriors, probabili avversari di un eventuale finale di Conference, che alla fine dei conti sarebbe un traguardo più che dignitoso.

 

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