NBA Jersey Stories – Pure Magic

Alla fine degli Anni ’80, nella città di Disneyworld, nacque una squadra destinata ad entrare in brevissimo tempo nei cuori degli appassionati.

Con addosso una sorta di ‘pigiamone’ a righe diventato un cult, gli Orlando Magic furono protagonisti di una delle più rapide ed inarrestabili ascese al vertice della storia della NBA.

Nell’anno di grazia 1987 venne approvata l’espansione della lega professionistica americana a quattro nuove franchigie. Se su Minnesota Timberwolves e Charlotte Hornets non ci furono mai dubbi, l’idea iniziale era di creare soltanto una squadra in Florida, possibilmente in un grande mercato come Miami.

Il progetto della cordata di Orlando, però, convinse pienamente il commissioner David Stern, che diede il benestare per la nascita della prima franchigia professionistica della storia cittadina.

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Anche in questo caso, come visto ad esempio per i Toronto Raptors, venne indetto un sondaggio per scegliere il nome della neonata squadra. Tra le varie proposte uscì Heat, che come sappiamo verrà invece assegnato al team di Miami, ma alla fine l’ingombrante presenza dell’iconico parco di divertimenti, comprendente il celebre Magic Kingdom, prese il sopravvento.

 

La storia sportiva degli Orlando Magic ebbe inizio nel 1989. Nel corso dell’expansion draft (nel quale le nuove squadre potevano selezionare i giocatori non “protetti” delle altre formazioni) venne chiamato colui che oggi veste i panni di capo allenatore del club: Scott Skiles.

Skiles fu il primo leader della squadra ed ebbe una grande crescita rispetto agli anni trascorsi a fare panchina tra Milwaukee Bucks e Indiana Pacers, tanto che nel 1991 venne nominato Most Improved Player Of The Year.

Durante il regolare draft dello stesso anno (1989) la scelta ricadde su Nick Anderson, il quale sarebbe diventato presto uno dei pilastri del roster.

Come da consuetudine, i primi anni di vita di questo expansion team furono piuttosto avari di soddisfazioni: 18-64 il record della stagione inaugurale, 31-51 in quella successiva.

Nonostante le continue sconfitte, però, la risposta del pubblico di Orlando fu incredibile; nella stagione 1990/91 ci furono ben 40 sold out su 41 partite casalinghe disputate, mentre in quella seguente la Orlando Arena fu completamente gremita in ognuna delle 41 gare.

La pazienza e la passione dei fan fu ripagata alla draft lottery del 1992. Dopo una stagione funestata da numerosi infortuni (tra cui quelli di Anderson e di un altro giocatore di riferimento come Dennis Scott), i Magic pescarono la pallina che assegnava la prima scelta assoluta. Qualche settimana più tardi, da Louisiana State University, fu chiamato Shaquille O’Neal.

Shaq

“Shaq”, deluso per l’esclusione dal Dream Team che avrebbe dominato le olimpiadi di Barcellona (il posto riservato ad un giocatore universitario fu assegnato all’eroe del toreo NCAA Christian Laettner), entrò nella lega con l’obiettivo di sconvolgerla per sempre e mostrare al mondo la sua inaudita potenza.

Il suo impatto con la nuova realtà ebbe ben pochi eguali: fu nominato ‘giocatore della settimana’ al suo debutto assoluto tra i professionisti (l’unico altro giocatore a riuscirci sarà Michael Carter-Williams nel 2013) e Rookie Of The Year a fine stagione. Fu convocato all’All Star Game di Salt Lake City, partendo addirittura in quintetto (con buona pace di un indignato Patrick Ewing).

Per quanto riguarda la potenza, invece… Beh, durante una partita contro i Phoenix Suns una sua schiacciata fece piegare su se stesso il sostegno del canestro, mentre in una gara giocata ad aprile nel New Jersey (suo stato natale) contro i Nets, per vendicarsi di una schiacciata subita in precedenza per mano di Derrick Coleman, fece questo:

 

Malgrado la devastante stagione del loro nuovo centro, i Magic non riuscirono a raggiungere i playoff, sfumati a vantaggio degli Indiana Pacers per via degli scontri diretti.

Nel corso della successiva draft lottery, sebbene le probabilità fossero piuttosto esigue (1,52%), Orlando ebbe una delle più grandi (se non LA più grande) botte di fortuna (con la C maiuscola) nella storia della lotteria ed ottenne, per il secondo anno di fila, la prima scelta assoluta.

La sera del draft fu selezionato Chris Webber, il quale fu però scambiato immediatamente con Anfernee “Penny” Hardaway, scelto inizialmente dai Golden State Warriors. Decisiva, per quello scambio, fu la volontà di O’Neal, che insistette con la dirigenza per assicurarsi le prestazioni della guardia da Memphis State University (i due si erano conosciuti sul set del film Blue Chips).

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Guidati da Penny & Shaq, gli Orlando Magic spiccarono il volo, diventando ben presto un top team della Eastern Conference.

Nel 1994 i primi playoff nella storia della franchigia finirono presto (eliminati al primo turno con un netto 3-0 dai Pacers), ma la stagione successiva fu una cavalcata inarrestabile. Dopo aver sconfitto i Boston Celtics, la squadra di coach Brian Hill (subentrato in precedenza a Matt Guokas) riuscì a battere anche i Chicago Bulls di un rientrante Michael Jordan, che giocò quei playoff con un’inedita maglia numero 45.

Tra i grandi protagonisti della serie, Nick Anderson dichiarò, a proposito di MJ: “Questo numero 45 non è male, ma non sarà mai forte come il 23”.

Dopo aver superato anche l’ostacolo Pacers, Shaq e compagni raggiunsero le NBA Finals, dove ad attenderli c’erano gli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler.

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NBA Finals 1995: Shaquille O’Neal contro Hakeem Olajuwon

Quello che si preannunciava come uno scontro epico tra due centri che si spartivano il dominio della lega, si rivelò un’autentica disfatta per i Magic. I Rockets li spazzarono via 4-0 e bissarono il titolo conquistato l’anno prima.

La delusione fu enorme nella città di Disneyworld, ma il futuro, considerata la giovane età delle due stelle della squadra, appariva decisamente roseo.

Peccato (per Orlando, ovviamente) che gli anni successivi sarebbero stati dominati da una delle squadre più forti di sempre.

Jordan e i Bulls si ripresero con la forza il controllo della lega, senza fare alcun tipo di prigionieri. Tra le vittime ci furono anche i Magic, letteralmente annientati alle Eastern Conference Finals 1996.

Nel corso della stagione 1995/96, Penny Hardaway iniziò a discutere il rinnovo del contratto, chiedendo di diventare il giocatore più pagato della squadra. Ciò non piacque affatto a Shaq, il quale voleva essere sempre e comunque il ‘maschio alfa’ (un’esigenza che gli causerà non pochi problemi anche negli anni a venire).

Al termine della stagione il contratto di O’Neal giunse al termine, dando inizio ad una serie di insistenti voci che lo volevano in partenza dalla Florida.

Complici da un lato i numerosi dissapori creatisi tra il centro e la dirigenza, dall’altro le irresistibili sirene di Hollywood (Shaq ebbe una discreta carriera sia come rapper che come comparsa in alcuni film), alla fine Shaquille O’Neal disse di sì all’offerta dei Lakers di Jerry West, che portarono via ai Magic la loro stella più luminosa.

Hardaway ottenne così quello che voleva, diventando il leader incontrastato di una squadra che, però, non arrivò più alle vette raggiunte in quel glorioso 1995.

In quanto alle ormai mitiche divise a strisce, la fine del millennio fu fatale anche per loro (così come quelle con il dinosauro dei Raptors, ad esempio): nel 1998 la volontà di un deciso cambio di look ne causò l’abbandono.

Gli Anni 2000 portarono in Florida nuovi protagonisti (Tracy McGrady e Dwight Howard su tutti) e nuovi successi (le Finals del 2009 perse contro i Lakers), ma la magia di quella squadra e di quelle maglie avrà per sempre un posto d’onore nel cuore e nella memoria dei fan.

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Dennis Scott, Penny Hardaway, Shaquille O’Neal e Nick Anderson