Per un rookie NBA l’ingresso nella piazza che conta non può che essere una sfida, fatta di alti e bassi ma nella quale sicuramente è fondamentale il primo passo. Dopo un’avventura discutibile a Minnesota con i Timberwolves, adesso a Chicago Kris Dunn si dice pronto a trascinare i Bulls ovunque gli venga richiesto da coach Hoiberg, con i Toronto Raptors all’orizzonte da affrontare nella sfida di stanotte.
La sopracitata sfida da rookie per Dunn, quinta scelta del draft 2016, è partita nella più totale confusione: “L’anno scorso non avrei saputo nemmeno dirti in che posizione giocassi – uno, due, tre. Ero semplicemente lì fuori a cercare di impressionare il coach [Thibodeau]”, dice per niente nostalgica la point guard a David Aldridge di NBA.com. “Si trattava solo di questo, e non riuscivo ad imparare davvero. Quest’anno sto imparando”. Per Dunn la difficoltà maggiore è stata la mancanza di punti di riferimento nel costruirsi una propria identità alla corte di Tom Thibodeau, che secondo il giocatore gli assegnava fin troppi ruoli da ricoprire.
Inoltre il classe ’94, nella transizione da Providence alla franchigia di Minneapolis, non aveva fatto i conti con il “muro” del minutaggio di Ricky Rubio a separarlo dal parquet. “Non sapevo come affrontare il problema all’inizio”, ammette Dunn, “Era la prima volta che dovevo partire dalla panchina, la prima volta che non sapevo cosa il coach volesse da me… Ho dovuto lavorare ancor più sodo dell’anno precedente”. Invece, a Chicago Kris Dunn si può dire pienamente soddisfatto del ruolo per lui definito, ed i numeri lo ripagano appieno.

I numeri delle prime due stagioni di Kris Dunn
Con Jimmy Butler spedito ai Timberwolves e il resto del backcourt dei Bulls sfoltito per infortuni o mercato, il nuovo playmaker ha avuto accesso diretto al campo in molte più gare che nella sua prima stagione, ed ha già reso e dimostrato ampiamente di più rispetto al suo primo anno nella lega. Nel frattempo, i Chicago Bulls sono a 5.5 gare di distanza da un posto ai Playoff, con 10 vittorie in 13 gare giocate. Forse non è prematuro azzardare la complicità di un “effetto Dunn”.

