Detroit Pistons.

A Detroit, di motori ruggenti e funzionanti, ne hanno costruiti a bizzeffe. La città infatti ospita grandi case automobilistiche abili nel costruire bolidi di prima qualità, sia dal punto di vista estetico che meccanico. Roba da specialisti, insomma. Tra questi potremmo annoverare anche Stan Van Gundy, uno che non lavora di certo in fabbrica, anche se sa benissimo come far funzionare gli assetti e e gli ingranaggi di un’auto. Oltre a guidarla ovviamente. L’auto in questione è riconducibile ai Pistons, franchigia apparsa più solida rispetto a quelle che erano le premesse iniziali.

In estate non c’è stato un via e vai cospicuo: ad degli addii non altisonanti si sono sovrapposti innesti mirati, tra cui quello di Avery Bradley, uno dei migliori 3&D della lega, acquisito dai Boston Celtics in cambio di Marcus Morris. L’esperto head coach, dopo aver vagliato la situazione, si è messo al lavoro per trovare l’intelaiatura più consona alle caratteristiche del roster. Se dovessimo accostare i Pistons ad un veicolo, visto che siamo in tema, la scelta ricadrebbe su un fuoristrada: potente, rude, che percorre la strada con calma e allo stesso tempo con vigore. Senza eleganza, senza fronzoli. Tanta sostanza e tanto carattere. Peculiarità che prendono il largo nel sistema messo in piedi da Van Gundy.

In attacco Detroit preferisce temporeggiare, non correre troppo, in modo da evitare sprechi (il pace infatti è sotto la soglia del 100). L’asse portante è formato dal play Reggie Jackson e dal centro Andre Drummond, che grazie al loro semplice ed efficace pick and roll portano in dote una bella quantità di punti. La difesa avversaria in tal caso deve sapersi orientare bene, perchè l’ex OKC è un ottimo penetratore e e sa colpire coi suoi lob, mentre il numero 0 è un rollante fisico e travolgente. Proprio Drummond è libero di banchettare nel pitturato come piace a lui (in quella zona supera gli 8 tentavi a gara circa), sfruttando anche le cosiddette second chance sui rimbalzi e usufruendo di un’area lasciata sgombra appositamente dagli altri componenti del quintetto. Il classe 1993 è molto coinvolto nella manovra: spesso sta in punta e alimenta la circolazione, dialoga  coi compagni (curioso in tal senso l’incremento della media assist) o porta loro dei blocchi. Impossibile inoltre trascurare il miglioramento dalla lunetta (percentuale quasi raddoppiata rispetto alla scorsa annata) che allontana il pericolo del famigerato Hack-a-Shaq.
L’opzione scarichi è comunque proficua. Dopo un gioco a due si può mandare la palla sul perimetro, dove sono pronti i tiratori in versione spot up; è compresa la presenza di pick and pop, infatti gente come Tobias Harris ed Anthony Tolliver fa a al caso.

Il pick and roll è il principale crocevia offensivo dei Detroit Pistons.

L’ago della bilancia dell’attacco (e non solo) è Bradley, il giocatore che tanto serviva per equilibrare i congegni. Precisione chirurgica dall’arco e intelligenti movimenti senza palla: migliorato offensivamente da un pezzo, l’ex Boston Celtics ha dimestichezza nei backdoor utili ad aggredire il canestro e nei jumper, eseguiti in seguito ad un taglio o a un contropiede. A volte è lui ad iniziare l’azione e a servire assist all’uomo messo in condizioni migliori di concludere. Presente in ogni frangente.

Come vuole la tradizione, la difesa è intensa, preparata, arcigna. Lo scopo è quello di far da guardia al ferro restringendo il campo. Questo è possibile grazie agli azzeccati tempi d’aiuto e la sapienza nel raddoppiare quando serve l’avversario, che ad un tratto si vede sbarrata la via. C’è coordinazione e fluidità nell’effettuare i cambi per via delle caratteristiche dei giocatori singoli (Stanley Johnson e Harris) che della loro rapidità negli scivolamenti; grande attenzione viene riservata nello sporcare le spaziature, mettendoci la mano al momento opportuno. Vari scenari si presentano nella marcatura sui pick and roll. Di solito il lungo esce e cerca di contenere il portatore di palla, che è costretto poi a frenare. Entrano in scena pure degli asfissianti raddoppi, con conseguenti rotazioni che hanno lo scopo di non lasciar ragionare gli avversari. Sull’arco è Bradley quello a dover fare la voce grossa, senza contare che proprio la guardia prende in consegna l’esterno più pericoloso. Un mastino polifunzionale. Lo stesso Jackson, pur non essendo un gran difensore perimetrale, talvolta gioca d’anticipo e recupera qualche possesso.

La retroguardia dei Detroit Pistons è sempre pronta ad intervenire sui giochi a due avversari.

Carrozzeria lucidata a dovere, pieno fatto, marcia ingranata. Stan Van Gundy ha preso le redini dei Detroit Pistons e ha indicato la via da percorrere. Sperando sia quella della rifioritura definitiva.

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