Il passaggio di Dwyane Wade ai Cleveland Cavalers è stato uno dei colpi di mercato più rivelatori dell’estate. La reunion con LeBron James ha riportato alla mente i gloriosi anni di Miami, tra alley-oop, passaggi a tutto campo e vittorie a valanga. Eccezion fatta per l’ultima stagione a Chicago, Wade ha sempre vestito la casacca degli Heat, con cui si è consacrato come una delle migliori guardie della storia NBA; parliamo di un giocatore straordinario, soprannominato The Flash per la velocità e l’atletismo con il quale fulminava gli avversari e appoggiava al ferro.
L’avventura ai Cavs non inizia nel migliore dei modi: partito in quintetto al posto di uno stizzito JR Smith, realizza solo 17 punti nelle prime tre gare ufficiali. Gli anni passano per tutti e D-Wade non fa eccezione. Sembra poco prestante, il tiro non si decide ad entrare e la fase difensiva (fattore negativo negli ultimi playoff per Chicago) fa acqua da tutte le parti. Coach Lue decide così di fare retrofront e di escluderlo dal quintetto base. Wade non si è mai trovato a subentrare dalla panchina in oltre 14 anni di carriera e il cambio di ruolo non lo rende infatti particolarmente felice.
Poi, la svolta: dopo l’infortunio di Derrick Rose, Flash indossa le vesti del playmaker e diventa il leader della second unit, mai cosi convincente come quest’anno. Quando LeBron non è in campo, la panchina mantiene il vantaggio e talvolta aumente il divario con gli aversari. Il secondo quintetto (Dwayne Wade, Iman Shumpert, Kyle Korver, Jeff Green e Channing Frye) è una delle chiavi del successo di questi Cavs.
“Ho soltanto fatto ciò che era meglio per il team. Per avere successo qui e dare il giusto contributo mi sembrava opportuno partire dalla panchina”.
Queste le parole rilasciate dal numero 9 in una recente intervista. E la risposta non si è fatta attendere nemmeno sul campo: 12 punti, 4.8 rimbalzi, 3.9 assist, 1.3 rubate e 0.9 stoppate in quasi 24 minuti di gioco. Niente male per un ragazzino che a gennaio compirà 36 anni. Flash ha ritrovato la condizione fisica e psicologica.
Ha ripreso fiducia al tiro (36% da tre, dato più alto in carriera), mentre il fadeaway e il gioco in post risultano ancora efficaci. Le sue prestazioni offensive hanno alti e bassi (4 punti mercoledi a Sacramento, 15 qualche giorno dopo contro Philly) ma non manca di carisma e leadership, aspetti che soprattutto nei playoff potrebbero rivelarsi fondamentali per le sorti della
squadra; e questo LeBron lo sa bene. Continuando su questo andazzo sarà impossibile escludere Wade dalla lista dei candidati alla vittoria del prossimo Sixth Man of The Year.

