La vita di Mark Cuban è un po’ come la sua personalità. Fascinosa. Lo charme è la leva del suo successo, ciò che gli ha permesso di poter raggiungere i suoi obiettivi ed accumulare un patrimonio che Forbes ha stimato essere intorno ai 3.3 miliardi di dollari. D’altronde se a 12 anni riesci a vendere sacchi della spazzatura in giro per il tuo quartiere a Pittsburgh per poterti comprare il paio di scarpe da basket più costoso sul mercato… Se non con il fascino, come ce la fai Mark?
E’ sempre stato un uomo d’affari. Anche a 16 anni quando, in seguito ad uno sciopero del Pittsburgh Post-Gazzette, corre fino alla vicina Cleveland per prendere un ammasso di giornali da rivendere in città. E’ un pescecane, dove vede un’opportunità vi si butta a capofitto. E’ fisiologicamente normale per un ragazzo cresciuto con pochissime chances da una famiglia della working class. Padre tappezziere di auto, madre che Cuban definisce una persona “con un lavoro diverso e diversi obiettivi di carriera ogni settimana”. In un mondo così se hai una minima possibilità cerchi di sfruttarla. Non è per niente semplice, però, trovare un’occasione. Occorre andarsela a cercare. Mark lo sa, ed è ciò che farà in ogni momento della sua vita aggiungendovi creatività e una buona dose di pazzia.

Tra tutti proprietari delle franchigie NBA, Cuban è probabilmente il più istrionico.
Il primo anno di liceo comincia a frequentare lezioni di psicologia all’Università di Pittsburgh. Salta poi il suo ultimo anno di High School iscrivendosi preventivamente nello stesso college, quello della sua città natia. In contemporanea agli studi lavora come barman, insegnante di ballo e organizzatore di eventi. Si crea un mondo tutto suo, pieno di possibili strade da intraprendere in qualsiasi momento. Ma Mark ha solo un obiettivo in testa: fare tanti soldi. Si iscrive perciò nell’unica università della top 10 delle migliori business school americane in cui può permettersi di pagare le tasse. Kelley School of Business a Bloomington, nel grosso ateneo degli Hoosiers dove si respira basket dalla mattina alla sera: Indiana University.
Dopo essersi laureato in Management si espone immediatamente al mondo del lavoro. Viene licenziato 3 volte di fila, passando da barman a venditore nel giro di poche settimane. E’ il momento di mettersi in proprio per Mark, di mettere in atto i suoi progetti congegnati dalla sua mente insana ma brillante. Siamo negli anni ’80 e per far passare i dati da un computer ad un altro occorrono dei compact disk (CD). Perché non rendere tutto più veloce con un sistema che permetta una connessione simultanea e diretta? Mark pensa e attua: fonda la MicroSolutions, azienda di integrazione di sistemi e rivendita di software. Trova fornitori, clienti e finanziatori per poi rivendere il tutto alla cifra di 6 milioni di dollari, di cui 1/3 finiranno nelle sue tasche.

Un giovanissimo Mark Cuban.
Come già detto Mark è un pescecane. Combinando la sua mente proliferante di idee con il ragguardevole capitale a disposizione, ne esce qualcosa che gli frutta 5.7 miliardi di dollari. Infatti, nel 1995 si trova in Texas e vuole vedere i suoi amati Hoosiers. Solo in Indiana il match è disponibile. Il servizio di video-streaming non esisteva. No problem, ci pensa Mark insieme all’amico Todd Wagner fondando AudioNet. Venderà la sua società, diventata Broadcast.com, all’inizio del nuovo millennio a Yahoo. Da niente a tutto nel giro di 10 anni. Adesso il giovane di Pittsburgh può realizzare i suoi sogni.
Da buon uomo d’affari, per evitare di sperperare facilmente il suo patrimonio, punta alla diversificazione del portafoglio. Non ha senso rischiare investendo in un solo settore. Crearsi una vasta gamma di occasioni è quello che Mark ha da sempre attuato nella sua quotidianità, senza tralasciare il divertimento e le passioni. Ecco perché nel 2000 acquista il pacchetto maggioritario dei Dallas Mavericks alla sonora cifra di 285 milioni di dollari. Il ventennio precedente all’arrivo di Cuban dettava 40% di match vinti e un record di 21-32 nei playoff. D’altro canto, la metropoli texana va matta per il football americano. I Mavericks non sono neanche vicini concorrenti dei Cowboys che vantano 5 SuperBowl.
“Sei un’idiota, i Mavs fanno schifo ed è stato il più grande prezzo pagato per una franchigia” – erano le parole che ripetevano in continuazione a Mark Cuban. Ma a lui ciò non importava, aveva realizzato un sogno: diventare il proprietario di una squadra NBA. Il suo entusiasmo coinvolse l’ambiente texano. La tradizione perdente del team, con la nuova proprietà, cominciò a svanire. In questo contesto, egli fu il capitano che invertì prepotentemente la rotta del vascello. Nel 2001 prese vita l’American Airlines Center. Nei suoi primi 10 anni di gestione i Mavs vinsero il 69% dei loro match giocati raggiungendo tutte le volte, eccetto una, la postseason. Ha plasmato la realtà in positivo a suo piacimento, ancora una volta.

Il miliardario di Pittsburgh durante un classico prepartita.
Non è il prototipo di proprietario NBA. Non si siede nello skybox privato con buffet e champagne, non è colui che mette i soldi e basta. Questo non è Mark Cuban. Lui ama sedersi a bordocampo indossando la maglietta con il logo del suo team e dare vita ad un vero e proprio show. Coinvolge il pubblico con smorfie buffe e imitazioni sarcastiche, salta sempre in aria ad ogni bella giocata di un suo giocatore e concede migliaia di batti-cinque ai Mavericks fans. Vizia costantemente i suoi giocatori con regali e assegni milionari. Per non parlare del jet privato extra-lusso con cui i giocatori di Dallas si spostano in giro per gli States. Leggende dicono che è il più bello tra tutte le squadre della Lega.
I circa 2 milioni di dollari di multe che è stato costretto a sborsare nei suoi anni di presidenza sono stati tutti devoluti ad associazioni benefiche. Terreno fertile per i media americani. Fa tutto parte del suo personaggio, perfettamente costruito, di atipico proprietario NBA che rilascia opinioni in merito ad arbitri, giocatori, commissioner e giustizia sportiva. Le sanzioni perpetue vanno a confermare quanto detto. Tra dichiarazioni critiche nei post partita, maledizioni a giocatori e arbitri durante i match (non ci si sorprende se a far partire i fischi o cori come “ref, you s**k!” è proprio il nostro Mark) la sua immagine sta diventando quella di uno showman.
Non si è mai riservato da nessun giudizio. Quando c’era da criticare gli arbitri per il sistema di privilegio utilizzato con le stelle come LeBron, Kobe, Shaq e co, Cuban era il primo a lamentarsi. Quando c’era da definire i Los Angeles Clippers una “franchigia ancora non degna di rispetto” per il mancato trasferimento di DeAndre Jordan alla sua corte, non si è protratto a questo tipo di dichiarazioni. Non si è arreso neppure quando Ed T. Rush, presidente degli arbitri della lega, lo ha sfidato nella gestione di un ristorante della sua catena di fast-food e gelati Dairy Queen dopo che Cuban lo aveva pubblicamente preso di mira dicendogli che non era capace di gestire la sua azienda. Detto fatto. Il giorno dopo Cuban era a servire coni gelato ai suoi fans.
Tanto orgoglio, tanta passione, molte critiche. Ma è sempre stato così. Considerato un pazzo dalle idee folli nell’industria dei computer, in quella dei sistemi di integrazione e così anche, con l’acquisizione dei Mavs, nello sport business. Come dare torto a costoro? I suoi progetti non sono frutto di una mente normale, né le sue parole si avvicinano al concetto di serietà o discrezione, ma il suo punto forte è proprio l’insania mentale. Senza di essa non avrebbe raggiunto questi traguardi, non si sarebbe elevato così tanto. Non se la sarebbe neanche potuta godere, come invece fa giorno dopo giorno all’American Airlines Center. A bordocampo, insieme alla working-class con cui è cresciuto e con cui condivide spirito e passione. Guardando i suoi Mavericks e il suo Dirk Nowitzki con cui ha stretto un rapporto indelebile. Il legame tra i due non è, infatti, prettamente economico: Cuban ha persino partecipato alla festa di laurea del tedesco e ha rifiutato di spedirlo a Los Angeles, sponda Lakers, in cambio di un certo Shaquille O’Neal.

Momento intimo di Mark Cuban la notte del trionfo dei Dallas Mavericks
Dopo il titolo vinto dal duo Shaq-Wade ai danni della franchigia texana nel 2006, nessun rimorso assaltò il nostro proprietario. Prima di vedere i risultati del suo progetto bisognava aspettare del tempo. Lo sapeva lo spilungone tedesco che guidò i Dallas Mavericks alla conquista di un titolo vendicativo nei confronti degli Heat 5 anni dopo. Ma lo sapeva soprattutto Mark Cuban. Colui che vendeva sacchi della spazzatura a 12 anni era cosciente del fatto che il basket era un business e che come ogni affare aveva bisogno di tempo per realizzarsi. L’imprenditore from Pennsylvania coronò il suo sogno nel 2011, assistendo alle Finals con un inconsueto silenzio. Nessun commento, nessuna sfida lanciata, nessuna provocazione. Solo i fatti, partoriti da una mente singolare e atipica. Quella di colui che sogna costantemente ad occhi aperti. Quella di Mark Cuban.


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