Ci voleva la morte di Kobe Bryant per portare un po’ di competitività alla partita delle stelle? No perché se è così ditelo. Quello che si è giocato è probabilmente l’All-Star Game più interessante e più combattuto degli ultimi anni. Chi scrive è troppo giovane e disinteressato per seguire ai tempi gli scontri dei famigerati anni 2000, mi sono ritrovato nell’ultimo decennio ad assistere a partite imbarazzanti portate a termine faticosamente da giocatori e pubblico.

Quest’anno, complice il rinnovato regolamento, qualcosa è cambiato e da metà terzo quarto in poi si è assistito ad un netto cambio di marcia con due squadre disposte a giocare in clima playoffs per aggiudicarsi la supremazia sul proprio avversario. Giannis Antetokounmpo, Lebron James, Kawhi Leonard e Chris Paul sono solo alcuni dei nomi che vorrei menzionare per averci regalato uno spettacolo che, come detto, non si viveva da tempo immemore.
Un cambio di marcia inaspettato per l’All-Star Game
Un caso estemporaneo dovuto veramente alla tragedia vissuta meno di un mese fa? Un cambio di marcia accaduto grazie all’avvento di stelle più affamate delle precedenti? Un ultimo lampo da parte di futuri hall of famer infastiditi dalle suddette affamate stelline? Sinceramente facciamo fatica a trovare una risposta univoca e riteniamo che, per una volta, non sbilanciarsi sia la soluzione migliore. Vogliamo pensare che l’antidoto ad un soporifero weekend di festa sia da trovarsi in tutte queste motivazioni. Quello che è lampante è che il cambio di marcia nell’All-Star Game ci sia stato e che, probabilmente, non si fermerà qui estendendosi, come vedremo, a macchia d’olio su tutte le componenti attualmente problematiche che caratterizzano la lega.
Di chiacchiere ne sono state fatte, spesso in modo impulsivo ed affrettato. Parlare di crisi di competitività del sistema NBA è un’assurdità, cominciare a ripensare a come preservare per l’ennesima volta il suo valore intrinseco non lo è affatto.
Una costante riforma del sistema
La riforma dell’All-Star Game può far infatti riflettere anche su temi di portata più generale.
Come il calo della competitività della partita delle stelle ha portato la lega a provare una serie di riforme, con lo scopo di ricreare l’atmosfera da partita di playoffs che ne ha da sempre caratterizzato l’ultimo quarto, una combinazione di rating in calo e partite a punteggi sempre più alti ha spinto Adam Silver a proporre una possibile riforma sia della regular season che dei playoffs.

Ma come mai questo malessere, da sempre presente tra appassionati e analyst, è finalmente diventato la posizione di maggioranza tra l’esecutivo della lega? Fino a due anni fa, la NBA era una lega in forte crescita, chiaramente in procinto di affermarsi come il campionato sportivo per eccellenza nel mondo americano, complici gli scandali e la cattiva gestione NFL ed il declino esistenziale del baseball. La NBA nel 2020 è ben lontana dall’essere in difficoltà, però i segnali stanno chiaramente facendo preoccupare le alte sfere a New York.
Star infortunate o centellinate nel corso del campionato, un divario sempre più ampio tra mercati grandi e piccoli, l’incapacità manifesta delle squadre da lottery di costruire attorno ai loro giovani talenti. L’aumento esponenziale blowouts nelle partite di cartello e playoffs ne è la diretta conseguenza. Sotto tutte queste problematiche, un sentimento sempre più diffuso, la regular season non conta assolutamente nulla nell’ottica del basket. Inevitabilmente, la lotta per l’ottavo posto diventa decisamente meno entusiasmante quando poi quella squadra verrá ripetutamente spazzata via al primo turno dei playoffs.
La soluzione di Silver
Questi problemi, che apparivano ben distanti negli anni scorsi, sono improvvisamente emersi nel corso di questa stagione con la notizia del preoccupante calo nei ratings televisivi. La reazione di Silver è stata pronta, con la proposta di cambiamenti drastici sia alla regular che ai playoffs. In particolare, La regular season si accorcerebbe a 78 partite rispetto alle 82 attuali, e includerebbe un torneo di metà stagione e un torneo a fine stagione per determinare gli ultimi 4 posti per i playoffs. Per incentivare ulteriormente i giocatori ci sarebbero poi dei ricchi premi per i vincitori del torneo midseason. Basterà però una proposta del genere ad affrontare i problemi descritti sopra?

Adam Silver, Commissioner NBA
La risposta è che probabilmente sarà molto difficile che bastino questi cambiamenti che paiono abbastanza di facciata, ma non per questo è tutto da buttare. Prima quelle che paiono le limitazioni della proposta di Silver. Innanzitutto, la riduzione delle partite per disincentivare la gestione delle stelle è indirettamente minata dal torneo di fine stagione allargato fino alla decima squadra di ogni conference. Di fatto, le prime 20 squadre della lega si qualificheranno ai playoffs, e quindi c’è un incentivo ancor minore a spremere le proprie stelle, con la consapevolezza che le chance di arrivare in fondo dipendono dallo stato di forma ad aprile, e che perdendo più partite ci sono comunque ottime chance di accedere ai playoffs.
Anche il torneo di metà stagione sembra più un cambio cosmetico che una vera e propria riforma delle criticità del sistema. I ratings televisivi sarebbero sicuramente inflazionati con l’aggiunta di un paio di partite da dentro o fuori in diretta nazionale. Però, di fatto la percezione che la regular season in fondo conti poco per il resto rimarrebbe invariata.
Riforme positive o negative: per noi di NBA Sandbox cambia poco!
Non vogliamo però chiudere su una nota negativa. Se è vero che la NBA dovrebbe considerare con più attenzione le problematiche strutturali legate ad una regular season così lunga, dove ogni partita conti così poco sul risultato finale, è anche vero che ci stanno venendo offerti due tornei in più in cui le stelle della lega potranno sfidarsi colpo su colpo. E chissà, magari un torneo giocato a metà stagione potrà anche aiutare a rendere più attraenti mercati minori, che potranno dare tutto in quei primi mesi sapendo di poter così mettere in vetrina i propri giovani talenti e convincerli a restare.
David Stern ha lasciato una grande eredità. Adam Silver è stato in grado di raccogliere la torcia e provare ad innalzare ancora di più il livello della lega più importante e spettacolare del mondo. Che sia una riforma o l’altra di due cose noi di NBA Sandbox siamo sicuri. Alla lunga saranno scelte premianti e soprattutto, nel bene o nel male, noi saremo prontissimi a criticarle!
Ultimo episodio del Podcast: Oscar Edition
In questo episodio Pozz, Jokke e Ricky sono più caldi di Steph ai tempi d’oro. L’Oscar edition è solo il micro cosmo della loro essenza. Si passa da un premio all’altro non perdendo mai l’occasione di ridere di tutto il mondo NBA e non solo insultare e criticando chiunque si palesi davanti.
Si parla ovviamente di All Star Weekend mirando a intrattenervi come sempre, sperando di essere caldi come Hield anziché inutili e noiosi come il Rising Starts.
Dreik & Jokke per NBA Sandbox Podcast


