Kyrie Irving ha compiuto la sua scelta, e in attesa di sapere se la star dei Brooklyn Nets intenderà rendere pubbliche le sue intenzioni per il futuro (non è tenuto a farlo, ovviamente), queste sono affidate ai report in arrivo dai media USA.
Secondo Shams Charania di The Athletic, anche a seguito della decisione dei Nets di fermare il giocatore finché questi non sarà di nuovo in grado di essere in campo senza limitazioni, Kyrie Irving non avrebbe alcuna intenzione di vaccinarsi contro il Covid. Di “cedere” alle pressioni, insomma.
“Diverse fonti vicine a Irving ci hanno riferito” scrive Charania “Che Kyrie non è un novax, e che la sua è una presa di posizione contro una decisione (l’obbligo vaccinale a New York, ndr) che sta provocando la perdita di posti di lavoro. Posizione che Irving ha spiegato ai compagni di squadra. Per lui, si tratta di una battaglia più importante di quelle che è abituato a giocare in campo, la sua intenzione è sfidare un sistema che a suo dire tende al controllo della società e dello stile di vita delle persone (…) si tratta di una decisione che Kyrie sente di poter prendere in questo momento della sua vita. Vuole essere una voce per chi non ha una voce“.
Kyrie Irving, la star NBA con un piede in due scarpe
Kyrie Irving, atleta da anni impegnato in tante iniziative di beneficenza e meritorie, anche in tempo di pandemia. si era speso nel 2020 contro la ripresa del campionato NBA nella ormai famosa “bolla” di Orlando, in un clima aggravato negli Stati Uniti, oltre che dal Covid, dalle tensioni sociali scatenate dalle uccisioni di George Floyd a Minneapolis e di Breonna Taylor in Georgia, cittadini afroamericani uccisi dalla polizia durante due operazioni di fermo.
A seguito della morte di Floyd, Kyrie Irving aveva regalato ai suoi famigliari una nuova abitazione, e quando anche la WNBA aveva deciso di giocare la stagione 2020 in Florida, seguendo l’esempio della NBA, Irving aveva finanziato con un milione e mezzo di dollari un fondo destinato alle giocatrici che avessero scelto, per motivi personali o di salute, di non partecipare. Irving è inoltre dal 2017 un membro della Nazione Sioux, grazie alle origini Lakota della madre Elizabeth, scomparsa quando Kyrie aveva solo 4 anni, e attivista per i diritti civili delle First Nations native americane, anche contro la costruzione del gasdotto Dakota Access Pipeline che attraverserà il territorio natio e sacro per le genti Lakota Sioux.
Negli ultimi anni, Kyrie Irving ha fatto notizia anche per alcune dichiarazioni anti scientifiche, riguardo alla teoria della Terra piatta, e in appoggio di vecchie teorie del complotto. Nel settembre 2021, un articolo apparso su Rolling Stone aveva riportato che Irving avesse interagito via social con alcuni profili, poi chiusi, che rilanciavano teorie complottiste sui vaccini anti Covid “strumento di Satana”, contro la comunità nera americana.
Nei circoli NBA, Kyrie Irving è genuinamente rispettato per la sua filantropia disinteressata. I Brooklyn Nets si sono dimostrati pazienti con lui anche quando nel gennaio 2020, Irving si prese due settimane di “pausa” a stagione in corso, infrangendo peraltro il protocollo anti Covid adottato dalla NBA lo scorso anno, e rimediando una multa. L’ordinanza sanitaria adottata a New York (e a San Francisco e Los Angeles), che richiede ai residenti maggiori di 12 anni la vaccinazione per frequentare luoghi pubblici, uffici e luoghi di lavoro (come le arene NBA), ha messo i Nets con le spalle al muro. Senza vaccino, Kyrie Irving non avrebbe potuto giocare le partite casalinghe e in trasferta al Madison Square Garden, e quando la squadra ha preso atto delle intenzioni del suo giocatore, non ha potuto far altro che sospenderlo, in attesa di sviluppi.
Kyrie Iving è una delle star NBA più pagate, e brand ambassador di punta di Nike che ha creato per lui una linea di sneakers di successo. Laddove la sua generosità sia lodevole e concreta (e lo è), è pur vero che Irving negli ultimi anni ha sottratto del tempo alla sua attività lavorativa, il giocatore professionista, e recato grattacapi, se non danni, ai sui datori di lavoro che – detta in parole povere – gli pagano lo stipendio e quindi anche parecchie delle sue attività benefiche. Essere atleta a tempo pieno e filantropo è possibile, il mondo dello sport professionistico è pieno di esempi virtuosi. In questo momento, Irving non riesce a essere entrambe le cose. Il risultato è un atleta che non riesce (non vuole?) a svolgere al meglio delle sue possibilità il suo lavoro, e al tempo stesso non vuole decidere quale delle due strade prendere.
Una posizione ambigua, che suo malgrado getta la sua squadra e i suoi compagni in un clima di precarietà pressoché perenne. E una posizione forse inconsapevolmente egoista, come qualsiasi altro atteggiamento che mette chi ci stia accanto in una posizione di incertezza.
Kyrie Irving non verrà pagato per le partite che sarà costretto a saltare, rischia di lasciare sul tavolo anche la totalità dei circa 35 milioni di dollari del suo contratto per il 2021\22. Paradossalmente, ora per Irving arriva la prova più dura, quella in cui la forza delle sue convinzioni sarà messa a confronto con il danno economico che queste finiranno per arrecargli.
Un confronto che forse lo costringerà a fare una scelta definitiva sulla sua carriera. Quella che Irving sembra rimandare ancora e ancora.
