Quella di Charlotte è la franchigia mediocre per eccellenza; forse la peggiore, in termini di risultati, dell’intera storia NBA. Dal 2002 a oggi, la squadra chiamata prima Hornets, poi Bobcats, quindi di nuovo Hornets ha collezionato la miseria di tre apparizioni ai playoffs, senza mai superare il primo turno.
È piuttosto difficile, quindi, trovare il loro quintetto ideale dal 2000 in avanti, più un sesto uomo e un allenatore. Proviamoci comunque!
Point guard: Kemba Walker
Dopo aver vinto il titolo NCAA e il premio di Most Outstanding Player delle Final Four, il prodotto di UConn viene scelto con la nona chiamata in uno dei draft più ricchi di sempre. Kemba capita nel peggior contesto possibile, ovvero i disastrati Charlotte Bobcats, e termina la sua prima stagione da professionista con il record più umiliante nella storia NBA: 7 vittorie e 59 sconfitte. Resta comunque l’unica nota liete di quel periodo, e la sua crescita costante lo porterà a disputare quattro All-Star Game, tre dei quali con la maglia di coloro che, nel 2014, sono tornati a chiamarsi Hornets. Nel 2019, dopo una stagione chiusa oltre i 25 punti di media e con l’inclusione nel terzo quintetto All-NBA, lascia il North Carolina da free agent, nonché da miglior giocatore nella storia della franchigia più disastrata d’America.
Guardia: Baron Davis
Il giocatore simbolo degli Hornets nei tumultuosi anni del passaggio da Charlotte a New Orleans, dove pr la franchigia inizierà una storia tutta nuova. Terza scelta assoluta al draft 1999, il Barone emerge presto come una delle giovani guardie più interessanti della lega, e trascina gli Hornets a tre apparizioni consecutive ai playoff, due delle quali terminate addirittura al secondo round. Nel 2002, Davis fa il suo esordio all’All-Star Game, prima di fare le valigie e trasferirsi insieme alla squadra in Louisiana. La sua esperienza Charlotte resterà negli annali anche per la bomba da 27 metri realizzata contro Milwaukee il 17 febbraio 2001, il canestro segnato da più lontano nella storia della NBA.
Ala piccola: Gerald Wallace
Nel 2004, dopo tre anni passati come riserva a Sacramento, Wallace viene selezionato nell’expansion draft con cui la NBA accoglie gli Charlotte Bobcats. Con tanto spazio a disposizione in un contesto senza pressioni o pretese, l’ala dell’Alabama fiorisce, rivelandosi fra le poche note liete del ritorno del basket professionistico nel North Carolina. Nella stagione 2005/06 guida la NBA per recuperi, poi una serie di infortuni, dovuti anche al suo stile di gioco impulsivo e spericolato, ne ostacola l’ascesa. Nel 2009/10, però, trova il modo di massimizzare il suo potenziale; chiude la regular season oltre i 18 punti e 10 rimbalzi di media, viene convocato all’All-Star Game e inserito nel primo quintetto All-Defensive. Grazie al suo apporto su entrambi i lati del campo, alla vena realizzativa di Stephen Jackson e a una concorrenza non proprio agguerrita, i Bobcats assaggiano per la prima volta i playoffs, ma vengono spazzati via al primo turno dagli Orlando Magic di Dwight Howard. A febbraio 2011, Wallace viene ceduto ai Portland Trail Blazers.
Ala grande: Jamal Mashburn
‘Monster Mash‘ arriva a Charlotte nella trade che porta Eddie Jones a Miami, nell’estate del 2000, e si impone subito come il miglior realizzatore della nuova squadra. Chiude la sua prima regular season a oltre 20 punti di media, che diventano quasi 25 ai playoffs. Mashburn è decisivo nella vittoria al primo turno contro i suoi ex-compagni, ed è l’ultimo ad arrendersi nella sconfitta al secondo round subita per mano dei Milwaukee Bucks di Ray Allen. Dopo un 2001/02 tormentato dagli infortuni, in cui Jamal disputa solo 40 partite viaggiando oltre i 21 punti a sera, la franchigia viene trasferita a New Orleans. In Louisiana, Mashburn giocherà altre due stagioni ad alti livelli, raggiungendo anche l’All-Star Game e il terzo quintetto All-NBA nel 2003, poi i continui problemi al ginocchio destro lo costringeranno a terminare anzitempo la sua carriera.
Centro: Al Jefferson
Per anni, Big Al è stato uno dei lunghi più sottovalutati della NBA. Ha pagato il fatto di giocare sempre in contesti perdenti, ovvero gli ultimi Celtics pre-Big Three, gli inconcludenti Timberwolves di fine anni Duemila e i Jazz del post-Deron Williams. Nel 2013 firma da free agent per i Bobcats, e si rende protagonista di un’ottima stagione d’esordio con la nuova maglia. I quasi 22 punti e 11 rimbalzi con cui chiude la regular season non gli valgono l’All-Star Game, ma gli permettono comunque l’inclusione nel terzo quintetto All-NBA, e sono indispensabili per far chiudere l’epopea dei Bobcats con una partecipazione ai playoffs. Complice un infortunio dello stesso Jefferson e la netta superiorità dei Miami Heat, la corsa termina subito con un pesante 0-4. Seppur con cifre in calo, Al rimane un pilastro dei redivivi Hornets anche nel biennio successivo, offrendo un solido contributo per riportarli ai playoffs nel 2016. Dopo la sconfitta in gara-7, sempre contro Miami, saluta il North Carolina e si trasferisce agli Indiana Pacers.
Sesto uomo: LaMelo Ball
Il più piccolo dei famigerati fratelli Ball viene escluso dal nostro quintetto ideale perché non ha ancora giocato un singolo minuto ai playoffs. Terza scelta assoluta al draft 2020, entra nella NBA accompagnato da un’attesa spasmodica, soprattutto per via della popolarità acquisita dallo stravagante padre LaVar. Nonostante la pressione, LaMelo prende subito il timone degli sciagurati Hornets. Nel 2021/22 li guida a un ottimo avvio di regular season, meritandosi la convocazione all’All-Star Game di Cleveland. Charlotte, però, non va oltre il torneo play-in, proprio come nella stagione precedente. Ball, incapace di elevare il suo gioco nelle pertite decisive, continua a collezionare statistiche altisonanti in una delle peggiori squadre della lega.
Allenatore: Steve Clifford
Clifford supera la concorrenza di Paul Silas, timoniere di Baron Davis e compagni a inizio millennio, per la sua longevità: il 2023/24 è infatti la settima stagione del coach sulla panchina di Charlotte. Come Silas e pochissimi altri nella storia della franchigia, Clifford può vantarsi di aver portato la squadra ai playoffs. Ci è riuscito nel 2014, con gli allora Bobcats, e nel 2016, quando gli Hornets si sono arresi in gara-7 contro i Miami Heat. Esonerato nel 2018, viene richiamato quattro anni più tardi, in seguito al rifiuto di Kenny Atkinson.

