Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiI quintetti del millennio: Utah Jazz

I quintetti del millennio: Utah Jazz

di Michele Gibin

Nello Utah, l’inizio del nuovo millennio è coinciso con il tramonto dell’era Stockton-Malone. Malgrado l’addio delle due leggende, i Jazz sono riusciti a mantenersi competitivi nel corso dei decenni successivi, prima con la squadra guidata da Deron Williams e Carlos Boozer, poi con quella capitanata da Donovan Mitchell e Rudy Gobert. Ecco il quintetto ideale degli Utah Jazz dal 2000 in avanti.

Point guard: Deron Williams

Terza scelta assoluta del draft 2005, “D-Will” prende presto il timone dei Jazz, ed emerge rapidamente tra le migliori point guard della lega. Fin dal suo debutto, Williams viene paragonato al compagno di draft Chris Paul. Inizialmente, quest’ultimo ottiene più riconoscimenti individuali, ma ha decisamente meno successo di Deron in termini di risultati di squadra. Già al secondo anno, infatti, Williams trascina i Jazz alle Western Conference Finals, perse contro i San Antonio Spurs. Nelle tre stagioni successive sono i Los Angeles Lakers a infrangere i sogni di gloria di Utah. Nel frattempo, D-Will è diventato uno dei nuovi volti della lega. Nel 2008 viene inserito nel secondo quintetto All-NBA, due anni più tardi debutta finalmente all’All-Star Game, che fino a quel momento gli è stato negato solo dall’eccessiva concorrenza, e viene confermato nell’All-NBA Second Team. L’ennesima eliminazione subita per mano dei gialloviola, la partenza di Carlos Boozer e i continui screzi con coach Jerry Sloan aumentano esponenzialmente la tensione, finché, a febbraio 2011, si arriva al punto di rottura. Due settimane dopo le dimissioni di Sloan, Williams viene ceduto ai New Jersey Nets, e Utah si prepara a ricostruire.

Guardia: Donovan Mitchell

Nel 2017, dopo due stagioni trascorse a Louisville, Mitchell viene selezionato a metà primo giro dai Denver Nuggets, i quali decidono di spedirlo subito ai Jazz in cambio di Tyler Lydon e Trey Lyles. mentre in Colorado accolgono una meteora e un mestierante, nello Utah arriva una nuova stella. La partenza di Gordon Hayward fa supporre che i Jazz siano condannati a un lungo rebuilding, ma il nuovo arrivato si dimostra subito in grado non solo di colmare il vuoto, ma di poter guidare la squadra a livelli altissimi. Al culmine di un’eccellente stagione da rookie, “Spida” è il migliore in campo nella serie vinta al primo turno contro i Thunder, poi è tra gli ultimi ad arrendersi ai favoritissimi Houston Rockets dell’MVP James Harden. Nel 2019, Mitchell sfiora i 24 punti di media e riporta i Jazz ai playoffs, dove ancora una volta soccombono ai Rockets. Come accadeva nel decennio precedente a Deron Williams, però, l’agguerrita concorrenza gli nega un posto all’All-Star Game.

La chiamata arriva l’anno seguente, e arriverà in tutte le stagioni a venire. Donovan inaugura i playoffs nella Bolla di Orlando con una prova da 57 punti, ovvero la terza miglior performance nella storia della post-season NBA. Utah, in vantaggio per 3-1, subisce però la rimonta dei Denver Nuggets, che vincono una serie segnata indelebilmente dallo stellare duello fra Mitchell e Jamal Murray. Nel 2021, Mitchell e Rudy Gobert guidano i Jazz alla miglior stagione di quel ciclo: Utah ottiene il miglior record della lega e travolge Memphis al primo turno, ma a un passo dalle finali di Conference viene sconfitta in rimonta dai Clippers, anche a causa di un infortunio alla caviglia che debilita Mitchell. Durante la stagione successiva, nello Utah si avverte sempre più la sensazione che più lontano di così non si possa arrivare. In seguito all’eliminazione subita al primo round contro Dallas, a Salt Lake City parte la ricostruzione: dopo coach Quin Snyder e Rudy Gobert, anche Mitchell lascia lo Utah; a settembre viene infatti ceduto ai Cleveland Cavaliers.

Ala piccola: Andrei Kirilenko

L’ala russa viene selezionata dai Jazz nel 1999, ma resta per due stagioni in patria prima di trasferirsi a Salt Lake City. AK47 diventa subito un pilastro della squadra. Nei primi due anni viene utilizzato come sesto uomo da coach Jerry Sloan, che dopo gli addii di John Stockton e Karl Malone gli affida un ruolo di primo piano. Kirilenko emerge come uno dei migliori two-way player della lega. Nelle tre stagioni successive fa presenza fissa nei quintetti All-Defensive, nel 2004 viene convocato all’All-Star Game e l’anno dopo guida addirittura la NBA per stoppate. Gli arrivi di Deron Williams e Carlos Boozer relegano Andrei a un ruolo più marginale, anche se il suo contributo nella metà campo difensiva è fondamentale per il successo di quei Jazz. Durante il lockout torna a giocare in Russia, e con la maglia del CSKA viene eletto MVP dell’Eurolega. Dopodiché, nell’estate del 2012, firma da free agent con i Minnesota Timberwolves. Menzioni d’onore per il centro turco Mehmet Okur, nominato All-Star nel 2007, per Lauri Markkanen, Most Improved Player of the Year nel 2023, Jordan Clarkson, Sesto Uomo dell’Anno nel 2021, e ovviamente per Karl Malone, che nel nuovo millennio, seppure fosse ormai sul viale del tramonto, ha disputato un paio di stagioni ad altissimo livello.

Ala grande: Carlos Boozer

Nelle due stagioni passate a Cleveland, il lungo da Duke ha mostrato un grande potenziale, tanto che i Cavs intendono concedergli una ricca estensione contrattuale nell’estate del 2004. Tra il giocatore e la franchigia dell’Ohio si inseriscono però i Jazz, che raddoppiano l’offerta e convincono Boozer a trasferirsi a Salt Lake City. I primi anni con la nuova maglia sono condizionati da un serie di infortuni, ma nel 2006/07 Carlos spicca definitivamente il volo. Gli oltre 20 punti e 11 rimbalzi di media gli valgono la prima convocazione all’All-Star Game, e danno una notevole spinta ai Jazz nella corsa alle Western Conference Finals. Nella stagione seguente arrivano un’altra chiamata fra le stelle e l’inclusione nel terzo quintetto All-NBA. Utah si ferma al secondo turno playoffs contro l’ostacolo Lakers, e da quel momento inizia una fase calante, anche a causa dei problemi fisici che tormentano nuovamente Boozer. Nell’estate del 2010, diventato free agent, Carlos saluta i Jazz e viene spedito tramite sign and trade ai Chicago Bulls.

Centro: Rudy Gobert

Come Donovan Mitchell qualche anno più tardi, anche il centro francese viene regalato ai Jazz dai Denver Nuggets, che nel 2013 sono smaniosi di acquisire i servigi della guardia Erick Green. Inizialmente, Gobert è chiuso nel ruolo di centro da Enes Kanter, ma nel 2014/15 la partenza del turco lo promuove stabilmente in quintetto. Rudy diventa un pilastro della squadra di Quin Snyder, ed emerge rapidamente tra i migliori lunghi difensivi del mondo. Nel 2017 guida la lega per stoppate, viene inserito nel primo quintetto All-Defensive e nel secondo All-NBA e aiuta i Jazz a raggiungere i playoffs. Nelle quattro stagioni successive guadagna altre tre inclusioni nei quintetti All-NBA e viene eletto tre volte Defensive Player of The Year. Con il tre volte All-Star a terrorizzare gli attaccanti avversari, i Jazz diventano una squadra di vertice nella Western Conference, facnedo presenza fissa ai playoffs dal 2017 al 2022. L’eliminazione contro i Mavs segna il capolinea per quel gruppo. A luglio, Gobert viene ceduto a un prezzo considerevole, in termini di giocatori e scelte future, ai Minnesota Timberwolves.

Sesto uomo: Gordon Hayward

Dopo aver perso in extremis la finale NCAA con Butler University, Hayward viene scelto dai Jazz con la nona chiamata del draft 2010. Arriva in una squadra dilaniata dalle tensioni fra la stella Deron Williams e l’allenatore Jerry Sloan, e nel suo anno da matricola gioca principalmente come riserva di Andrei Kirilenko. Il ritorno in patria del russo gli apre le porte del quintetto, ma per la sua definitiva esplosione bisogna attendere altre partenze: quelle di Al Jefferson e Paul Millsap nell’estate del 2013. Gordon diventa uno dei leader tecnici di un gruppo in ricostruzione, e i maggiori spazi gli permettono di crescere anno dopo anno. Nel 2017, Hayward sfiora i 22 punti di media, viene convocato al suo primo e unico All-Star game e, insieme a Rudy Gobert, riporta i Jazz ai playoffs dopo cinque anni. La sua ascesa si corona nel momento più delicato; dopo la prevedibile sconfitta contro Golden State, Hayward diventa free agent e sceglie di raggiungere il suo vecchio allenatore, Brad Stevens, ai Boston Celtics.

Allenatore: Jerry Sloan

Stella dei Bulls da giocatore, Sloan è arrivato sulla panchina dei Jazz come assistente nel lontano 1985, ed è entrato nella leggenda nel decennio successivo, quando ha guidato Utah a due finali NBA. Nel nuovo millennio, però, riesce a mantenere la squadra ad alti livelli nonostante le partenze dei due leader storici, John Stockton e Karl Malone. Il gruppo capitanato da Deron Williams e Carlos Boozer raggiunge le finali di Conference nel 2007 e si ferma al secondo turno in due delle tre stagioni successive. A febbraio 2011, i continui scontri con Williams e una crescente frustrazione portano a un clamoroso addio, che chiude di fatto un’epoca a Salt Lake City. L’altro candidato alla nostra panchina virtuale era Quin Snyder. Con lui al timone, Utah ha fatto presenza fissa ai playoffs tra il 2016 e il 2023, chiudendo la regular season 2020/21 con il miglior record NBA.

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