Ma davvero, come dice Messina, non è tutto da buttare quanto fatto dall’Olimpia Milano nel corso della peggiore stagione degli ultimi anni? Smaltita la delusione dell’eliminazione per mano della Virtus Bologna in semifinale LBA, cerchiamo di analizzare con freddezza e lucidità cosa non abbia proprio funzionato, cosa abbia realmente funzionato e soprattutto cosa sia da valutare bene prima di fare una scelta definitiva per l’anno prossimo, il compito più difficile che attende il coach milanese nel suo duplice ruolo, la proprietà ed il nuovo front office appena arrivato.
Cosa salvare nella stagione di Olimpia Milano?
Benché la tentazione sia quella di buttare tutto, il bambino con l’acqua sporca come si dice in linguaggio popolare, alcune cose hanno funzionato durante la stagione o durante larghi sprazzi di essa. Proviamo a farne una lista, purtroppo non lunghissima, ma comunque che serva da base per alcune scelte fondamentali per l’anno prossimo. A livello individuale la crescita durante la stagione di Armoni Brooks è apparsa lampante, su entrambi i lati del campo: più marcata in LBA, meno in Eurolega, dove il livello della competizione e della fisicità probabilmente necessita un ulteriore step. In previsione della prossima stagione sarebbe da confermare: non è e forse non diventerà Punter, ma potrebbe essere un giocatore fondamentale nelle rotazioni dell’anno prossimo.
Nonostante il calo nel finale di stagione sia in Eurolega che in campionato, il ritorno di Zach LeDay è stato molto positivo. Per una larga parte della stagione ha letteralmente trascinato la squadra in Europa e fatto il suo dovere in Italia, senza dimenticare il suo ruolo di leader emotivo della squadra, un ruolo vuoto dopo la partenza di grandi leader come Datome, Rodriguez e Melli, in una stagione complicata e piena di intoppi si sarebbe potuto perdere anche Mirotic. Invece l’ala di origine montenegrina ha risposto presente, portando a termine forse la sua migliore campagna di Eurolega della carriera, portando la croce anche in LBA e dando leadership alla squadra come mai prima d’ora. Un vero leader, che però con la sua scelta di unirsi al Monaco è stato forse il primo a non credere nel progetto Olimpia Milano per il futuro, convinto che per cercare il sacro graal dell’Eurolega si debba guardare altrove.
Sempre a livello individuale piace segnalare 2 giocatori. Il primo è Flaccadori, partito in fondo alla panchina dietro a Dimitrijevic e a Bolmaro (nella versione playmaker di inizio stagione che non è stata proprio un successo tecnico/tattico assoluto), passato a terza opzione in playmaking con l’arrivo di Mannion a metà stagione e finito a giocare da protagonista i playoffs, con in mano la squadra e persino alcuni tiri decisivi nelle serie con Trento e Bologna, dopo l’accantonamento del macedone ed il visibile calo del play italo-americano nella seconda parte della sua avventura milanese. Il secondo giocatore è Causeur, il 37enne bretone arrivato in sordina. Ha certamente finito la stagione sulle ginocchia, ma nei mesi centrali, quando la squadra era decimata da infortuni importanti in tutti i ruoli, ha trascinato l’Olimpia Milano con un’intelligenza cestistica e giocate di rara sapienza che i milanesi attendevano dall’abbandono del Chacho.
A livello collettivo è stata proprio la risposta della squadra e del gruppo, sia dal punto di vista dell’intensità che del gioco offerto, durante la fase centrale della stagione, con l’infermeria piena in ogni ruolo, ad essere l’elemento da salvare. Senza Nebo, con spesso fuori anche Shields e Bolmaro e persino gli italiani Diop e Tonut, Messina ha trovato la quadra con la squadra piccola, un flow offensivo finalmente piacevole ed efficace ed è stato durante questo periodo che sono arrivate le vittorie in serie che hanno riportato la squadra a vedere finalmente dopo 2 stagioni la possibilità di accedere alla post season di Eurolega. Forse da lì si potrebbe ripartire per immaginare la squadra, il roster e persino lo stile di basket della prossima stagione, anche perché quei 2 mesi hanno anche contribuito a recuperare il feeling con il pubblico milanese.
Cosa buttare sicuramente
Errare è umano, ma perseverare è diabolico e la prima cosa che viene in mente per iniziare questo paragrafo è l’ennesimo errore di casting per quanto riguarda il ruolo di playmaker. Dopo avere sbagliato 2 volte Pangos, persino il suo backup Mitrou-Long, avere dovuto gestire la telenovela “Se scappi ti riprendo” con Napier, non si doveva sbagliare quest’anno. Ed invece si è scelto di fare una scommessa su Dimitrijevic, partita anche benissimo con l’MVP di Supercoppa Italiana, ma finita malissimo, con l’esclusione dal roster ben prima della fine dell’Eurolega e dell’inizio dei playoffs italiani.
Si è cercato di porre rimedio a metà stagione con l’arrivo di Mannion, ma questo non ha fatto che accentuare le difficoltà di Dimitrijevic, che oltre ai limiti tecnici e fisici per reggere la grande competizione europea ha mostrato anche una certa debolezza caratteriale nell’affrontare la situazione, finendo estromesso dalle rotazioni e persino dalla squadra nel finale di stagione.
A errore di casting in playmaking si è aggiunto un doppio errore di casting nel ruolo di backup del centro titolare: sarebbe grave in sé, è diventato drammatico per gli equilibri della squadra quando il centro titolare, Josh Nebo, praticamente non lo hai mai avuto disponibile per tutta la stagione per un lungo infortunio alla spalla, con successiva ricaduta e poi un problema muscolare. Ed allora McCormack ed i suoi apparenti limiti nei movimenti laterali (questo abbiamo sentito al momento del taglio) ad inizio stagione è stata una meteora e Gillespie un palliativo nella fase centrale della stagione, salvo anche lui scomparire alla fine venendo escluso a favore di Causeur nei 6 stranieri per i playoffs italiani. L’errore sui due lunghi di riserva si è poi accentuato per lo scarso impatto avuto da Caruso e Diop sotto le plance: il primo ha fatto in LBA una stagione da comprimario ed ha fatto tutta la post season italiana seduto in panca a guardare, mentre il secondo, arrivato con le buone cose fatte vedere a Sassari, in realtà non è cresciuto nel corso dell’anno complice un infortunio che lo ha frenato nel momento migliore della sua stagione. Si è visto qualche sprazzo di Diop contro Trento e in alcune delle 4 partite con Bologna nel finale di stagione, ma non è probabilmente ciò che l’Olimpia Milano sperava di ottenere con la sua firma.
Più in generale si può dire che per la prima volta dopo anni il nucleo di giocatori italiani dell’Olimpia Milano non è stato un valore aggiunto tecnico per la squadra milanese, anche dopo l’addizione di Mannion. Caruso e Bortolani non han dato quasi nulla, di Flaccadori abbiamo parlato positivamente sopra per il carattere mostrato nel finale di stagione, Diop è andato a corrente alternata mentre Tonut resta un mistero. Solo Ricci, e Mannion in una piccola fascia della stagione, hanno portato cose qualitative al gioco dell’Olimpia Milano, troppo poco per una squadra abituata ad avere quasi il quintetto della nazionale nel sestetto italiano ai tempi di Datome, Melli, Tonut, Ricci. Per la prima volta nelle ultime stagione i 6/7 italiani di Milano non avrebbero probabilmente vinto facile contro nessuno dei sestetti italiani delle altre maggiori squadre ed in LBA si è visto, così come nelle rotazioni di Eurolega.
Anche qui terminiamo sul piano collettivo, perché, a parte come si diceva in una bella striscia di circa tre mesi nella fase centrale della stagione, il gioco dell’Olimpia Milano è apparso poco fluido, poco piacevole e poco efficace, con una circolazione della palla molto limitata, molte iniziative individuali al limite dei 24 secondi, ma senza probabilmente avere i giocatori giusti per farla o senza che questi fossero quelli del passato (leggasi Shields). Se nel calcio ci sono 56 milioni di allenatori della nazionale, a Milano, tolti i bambini e gli influencer invitati al Forum, ci sono comunque 5000/6000 allenatori/giocatori e questa è la principale accusa che il pubblico milanese fa al coach Messina.
Un gioco asfittico, poco fluido, con moltissime forzature individuali di giocatori che invece, magari uscendo semplicemente da dei blocchi, senza dovere mettere necessariamente di nuovo la palla per terra, potrebbero essere letali (Shields, Mirotic, Brooks, Causeur). Al netto degli errori di casting e di selezione che vengono imputati al Messina dirigente, quando una parte del pubblico milanese invoca un cambiamento in panchina lo fa per questa ragione e per qualche stranezza nelle rotazioni, a torto o a ragione che sia. Tanto conta zero, conterà solo il giudizio della proprietà e, di conseguenza, Ettore Messina sarà confermato anche la prossima stagione vista la grande fiducia che Giorgio Armani e, soprattutto, Leo Dell’Orco nutrono nei suoi confronti.
Le cose da valutare bene per il futuro
Questo è il paragrafo più delicato, non tanto per noi che scriviamo, ma per le risposte che la società e la guida tecnica daranno alle domande che si faranno. Perché se identificare le cose buone è abbastanza facile e identificare i disastri lo è altrettanto, è nella terra di mezzo che si nascondono le insidie per il futuro.
La prima domanda da porsi credo che sia: Nebo è un giocatore integro sul quale si può puntare per l’intera prossima stagione come centro titolare, capace di giocare tutta l’Eurolega e parte della LBA? Se la risposta è positiva allora sembrerebbe giusta la scelta della società di andare a cercare un backup di qualità come Milutinov, per costruire una coppia di lunghi oggettivamente con pochi eguali in Europa (a patto che il gioco li sappia innescare e valorizzare). Se esistessero dei dubbi, un Milutinov non basterebbe certo all’Olimpia per competere, anche perché nel frattempo vicino a canestro Milano ha perso anche Mirotic.
La seconda domanda è come si recuperano i punti ed i rimbalzi (per il carisma è comunque più complicato) che Mirotic ha offerto in queste due stagioni ad altissimo livello, sapendo anche in questo caso che solo LeDay da 4 non basta e che serve un uomo importante in ala grande, a meno di scenari diversi che vedano una squadra giocare più piccola?
La terza domanda da porsi, partendo dall’evidenza di questa stagione e del suo finale, è chi prendere nella posizione di playmaker, perché è apparso evidente a tutti che Mannion non possa essere il titolare di una squadra che punta al titolo italiano e contemporaneamente anche ad un posto nella post season di Eurolega. I suoi primi due mesi eccellenti sono purtroppo una splendida eccezione nel suo percorso, non la regola. Idem per quanto riguarda l’utilizzo di Bolmaro da playmaker puro: utilissimo in fase difensiva, ma i suoi ultimi passaggi in gara 4 al compagno che prende posizione in post basso lo avrebbero portato in panchina nei tempi antichi della vecchia generazione anche in un campionato allievi, sintomo che quella roba lì che serve per guidare una squadra non ce l’abbia nel suo DNA (ha infinite altre qualità ed un giocatore preziosissimo da sfruttare come arma tattica sui due lati del campo).
La quarta decisione da prendere riguarda il nucleo di italiani, perché dopo l’abbandono di Melli e Datome, il livello è sceso terribilmente e questo contribuisce a farti arrivare quinto in stagione regolare ed ha un impatto anche sull’Eurolega, perché per vincere nel fine settimana in Italia devi comunque spremere i tuoi top players internazionali, visto che con il nucleo degli italiani non riesci stabilmente a portare a casa le partite. Appurato che Caruso e Bortolani sembrano in uscita e che Ellis da Trento sia un’ottima presa dell’Olimpia e Ricci una certezza, servono uomini importanti nei 6 italiani ed in giro sembrano essercene pochi, peraltro alcuni già accasatisi altrove. I dubbi sono su Tonut e Diop, mentre qualche punticino secondo molti se lo sarebbe guadagnato Flaccadori con il suo finale di stagione. Anche dalla panchina di italiani passa il successo stagionale, come si è visto con Trento che aveva solo 5 stranieri, con la Virtus che ha dominato con Diouf e Akele sotto canestro e con Brescia in finale con una star come Della Valle.
Mentre appare improbabile, anche alla luce dell’arrivo di Ellis e Guduric, che rimanga spazio (ammesso che non smetta o non torni a casa dopo 15 anni) per Causeur, come sempre negli ultimi anni il domandone finale riguarda Shields. È ancora il go to guy su cui puntare capace di essere nel suo ruolo tra i top 5 di Eurolega o è entrato in parabola discendente su entrambi i lati del campo? Il suo stile offensivo, con la palla nelle sue mani per 10/12/15 secondi con tiri ed entrate avventurose che negli anni buoni hanno portato così tanti successi all’Olimpia pur condizionando pesantemente la fluidità dell’attacco milanese, è ancora una scelta vincente per la squadra di Messina, sapendo peraltro che è stato preso un giocatore come Guduric che ha caratteristiche simili, sebbene da miglior ball handler?
Lasciamo questi interrogativi alla società ed alla guida tecnica, che ripetiamo, siamo convinti continuerà ad essere Messina, nonostante la stagione fallimentare (una Supercoppa, un quinto posto in regular season LBA, una bruttissima sconfitta in finale di Coppa Italia, un 11° posto con 17/17 in Eurolega, unica squadra insieme ad Asvel e Berlino a non andare mai in post season negli ultimi 3 anni, ed una brutta eliminazione in semifinale contro una Virtus Bologna senza alcuni giocatori venuta a vincere 2 volte a Milano).
Qualche segnale di cambiamento arriva, con il nuovo Direttore Sportivo Daniele Baiesi proveniente dal Bayern, un po’ di ricambi negli assistenti, anche alla luce di una stagione che si annuncia epica, con una Eurolega da 38 partite di regular season frutto dell’espansione a 20 squadre. La certezza resta il progetto Armani: finché ci sarà lui ed il suo gruppo economico e dirigente dietro all’Olimpia, si potrà anche avere qualche passaggio a vuoto e qualche stagione tecnicamente deludente, ma l’eccellenza del progetto è garantita.

