Con le “partite” (virgolette d’obbligo) giocate nella notte tra Hawks e Nets, Knicks e Bulls, Jazz e Rockets, Raptors e Grizzlies e Celtics e Bucks, in questa stagione sono state ben 89 le gare di regular season terminate con uno scarto di 30 o più punti, il peggior dato di sempre nella storia della lega.
Il precedente primato negativo era di 81 partite con 30 punti di scarto o oltre e il primato era già stato ritoccato due giorni fa. Oggi però si sono raggiunte nuove vette con le… esibizioni di squadre come Memphis, Utah e Brooklyn che hanno alzato le mani dal manubrio della stagione da mesi e che da mesi giocano solo a perdere.
Numeri che mettono in prospettiva prestazioni anche convincenti di squadre come gli Atlanta Hawks, che passando anche sui cadaveri sportivi di Nets, Bucks, Mavs, Kings e Wizards hanno costruito una serie di 18 vittorie nelle ultime 20 partite e si stanno assicurando un posto tra le prime 6 posizioni a Est e i playoffs diretti. E che scattano una bella quanto impietosa fotografia di quanto anche… accessori come i play-in non siano assolutamente serviti a rendere più competitiva la regular season ma che anzi, hanno incentivato col tempo squadre tecnicamente attrezzate (Mavs, Grizzlies, Bulls, Jazz) a togliersi di mezzo ancora prima rispetto al passato, onde evitare anche solo il rischio remoto di vedersi costrette a una post-season indesiderata, se così la si può chiamare.
A proposito di play-in: a Ovest da dicembre sostanzialmente si sa che saranno Suns, Trail Blazers, Clippers e Warriors a giocarsi l’accesso ai playoffs. Gli Warriors (36-41) complici anche gli infortuni hanno perso 11 delle ultime 15 partite e sono lontani 6 partite dal sesto posto dei Suns. Mentre Clippers e Trail Blazers si stanno giocando da un mese abbondante l’ottavo posto, cosa che sarebbe successa comunque anche senza i play-in.
Anche a Est le acque si sono separate presto: i Milwaukee Bucks hanno avuto l’alibi degli infortuni di Antetokounmpo per autoaffondarsi già da gennaio, i Chicago Bulls si sono clamorosamente indeboliti alla trade deadline cedendo la qualunque, in cambio di un predicatore avventista precedentemente noto come Jaden Ivey. Sono rimaste in quattro (Heat, Magic, Hornets e una a rotazione tra Hawks e Raptors) a giocarsi le piazze tra settima e decima ma lo scarto tra queste è talmente ridotto che i play-in non hanno introdotto alcun incentivo. Anche con la vecchia formula delle semplici prime 8 classificate, Miami, Orlando, Charlotte e Toronto sarebbero in piena corsa ancora oggi.
Il fallimento è evidente se si guardano i risultati di marzo, proprio quel mese insidioso che i play-in avrebbero dovuto rivitalizzare. 145 partite si sono decise con 10 punti di scarto o più, 97 con più di 15 punti di scarto e 67 con più di 20 punti di scarto. E ancora, 42 (!) partite decise con almeno 25 punti di scarto e 24 con rovesci da 30 punti o più di differenza. Tutti record negativi ogni epoca per un mese intero di regular season NBA. Il tutto sempre in attesa che qualcuno spieghi perché 82 (ottantadue) partite di regular season a testa da ottobre a aprile non siano sufficienti a metterne 8 di qui e 8 di là per fare i playoffs.
Ma quanto incidono questi numeri, sul mercato interno negli Stati Uniti se si parla di TV e ascolti? La NBA, spezzettata su rete nazionale su tre piattaforme TV principali e su due piattaforme on demand (Prime Video e Peacock) oltre al League Pass, ha visto una crisi che ha coinvolto 13 squadre (su 30) e relative tv “regional” (locali) che trasmettono le loro partite.
Col fallimento di Main Street Sports Group, la NBA ha informato Thunder, Spurs, Pistons, Cavaliers, Clippers, Heat, Twolves, Magic, Hornets, Hawks, Pacers, Bucks e Grizzlies che è ora di cercare una nuova emittente locale per le partite nei mercati d’appartenenza. MSSG chiuderà infatti i battenti di FanDuel Sports Network che trasmetteva la NBA dal 12 aprile e questo significa che 10 squadre che faranno la post-season resteranno senza copertura TV regionale. E quel che è peggio, vista l’insolvenza del gruppo, le squadre sopracitate non hanno ricevuto la loro quota di diritti TV per la stagione come da contratto, una perdita di milioni di dollari che solo in parte la NBA potrà tamponare con la redistribuzione dei ricavi TV globali.
Alcune delle squadre a oggi tagliate fuori potrebbero rivolgersi a altre piattaforme streaming, come DAZN, YouTube TV e ESPN App. Una soluzione caldeggiata dalla NBA la cui politica, dalla ratifica del nuovo contratto di lavoro collettivo del 2024, è di fatto quella di migrare col tempo verso una fruizione pressoché totale in streaming e on demand del prodotto.
Questo per le “povere” TV locali. Se si parla però di grandi network e dirette TV nazionali? In questa stagione, la prima in cui il nuovo megacontratto sui diritti TV da 76 miliardi di dollari in 11 anni è in vigore, solo nel 32.7% delle partite trasmesse le due squadre si sono presentate in campo con tutti i giocatori con status di “star” come da regolamento NBA, su un totale di 220 partite a oggi). Infortuni e un calendario fitto, unito ai ritmi di gioco ormai forsennati, sono serviti da otturatore ottico di stelle se si passa l’analogia astronomica.
In totale, come riporta un’analisi di Tom Haberstroh per Yahoo Sports, i giocatori con status di “star” inquesta stagione sono stati a disposizione per il 60% delle partite totali, un crollo del 20% netto su base annua rispetto al 2024-25. In soldoni, equivale a dire che per ogni partita ci sarà il 40% di possibilità di non vedere un grande giocatore in campo, ma seduto in abiti civili in panchina.
