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NBA, i quintetti all-time per Yahoo!: Detroit Pistons

di Mauro Manca

Per la rubrica “Quintetti all-time di Yahoo!” ci occupiamo oggi dei Detroit Pistons, franchigia nata nel 1941 e capace nella sua storia di conquistare tre titoli NBA. Due portati nel Michigan a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 grazie allo storico gruppo dei “Bad boys”, e uno vinto nel 2004 ai danni dei Lakers dei fab four. Il giornalista americano di “Yahoo! Sport Kelly Dwyer ha ripercorso gli oltre settant’anni di storia dei Pistons per tracciare un quintetto all-time, impresa non facile che ha fruttato esclusioni eccellenti come quelle di Ben Wallace, Chauncey Billups e Richard Hamilton, protagonisti di incredibili annate in quel di Detroit compresa la cavalcata trionfale del 2004 che coincise con l’anello. Detto questo, ecco chi sono i cinque prescelti per quanto riguarda la franchigia di MotorCity:

  • Isiah Thomas
  • Dave Bing
  • Grant Hill
  • Rasheed Wallace
  • Bob Lanier

PG: ISIAH THOMAS

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Alto poco più di un metro e ottanta, Isiah Lord Thomas III fu una delle stelle più luminose del firmamento NBA. Scelto con la seconda chiamata al draft del 1981, in 13 stagioni si impose come leader tecnico e carismatico dei Pistons, guidandoli alla conquista dei titoli targati ’89 e ’90, inserendosi prepotentemente in un’epoca a forti tinte biancoverdi e gialloviola, gli anni in cui Lakers e Celtics dettavano legge e il mondo si stropicciava gli occhi ammirando le prodezze di Magic e Bird. Quei Pistons, di cui facevano parte elementi del calibro di Joe Dumars (MVP alle finali dell’89), Bill Laimbeer e Dennis Rodman, non solo vinsero due anelli consecutivi, ma per tre anni di seguito si presero il lusso di far fuori dai playoff i Bulls di un certo Michael Jordan. Thomas chiuse la carriera con 18822 punti messi a referto, un titolo di MVP delle finali e dodici apparizioni all’all star game, di cui si aggiudicò il premio di miglior giocatore in due occasioni (’82 e ’93). E’ leader all time dei Pistons non solo per punti realizzati, ma anche per assist (9061), palle rubate (1861) e partite giocate (979). L’unica ferita nella carriera di Isiah resta la mancata inclusione nel Dream Team del 1992. Una decisione presa da Chuck Daly e il suo staff dovuta, si racconta, ad un’antipatia di una parte del gruppo nei confronti del numero 11 dei Pistons, con Jordan e Magic particolarmente propensi a porre il veto su una sua convocazione.

SG: DAVE BING

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Questo afroamericano di 191 centimetri è stato capace di ergersi a simbolo di Detroit in due diversi momenti storici. Il primo, dal 1966 al 1975, quando per nove anni deliziò il pubblico dell’Olympia Stadium col suo talento e il suo killer istinct da attaccante vero, caratteristiche che gli permisero di congedarsi dai campi di gioco con 22,6 punti e 6 assist di media. Il secondo momento arrivò quando venne eletto sindaco della città, portando a termine un mandato che durò dal 2009 al 2013. Per quanto riguarda la parte giocata, l’irriverente capacità nell’andare a segno contraddistinse in maniera netta la sua carriera NBA, tanto che già al secondo anno divenne il miglior marcatore della lega con oltre 27 punti a serata. Il cammino di quei Pistons si interruppe in semifinale di Conference contro i Boston Celtics dell’allenatore-giocatore Bill Russell, che vinsero quella serie per 4-2  per poi aggiudicarsi il titolo contro i Lakers. Nonostante l’indiscusso talento, non gli è mai riuscita l’impresa di mettersi un anello al dito, anche se naturalmente questo toglie poco o nulla alla sua più che gloriosa militanza nel gotha del Gioco. Non è certo un caso che il suo nome sia scritto a chiare lettere nella Basketball Hall of Fame e che i Pistons abbiano deciso di ritirare il suo numero 21.
SF: GRANT HILL

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Signori, che giocatore. Classe e atletismo fuori dal comune per uno che nel corso della sua militanza con la franchigia del Michigan ha fatto vedere il meglio delle sue qualità, prima di vivere una difficile seconda parte di carriera tormentata dagli infortuni. Grant Hill viene scelto con la terza chiamata al draft del 1994, alle spalle di Glenn Robinson e Jason Kidd, uscendo da Duke a 22 anni e con un fisico già collaudato per fare la differenza anche al piano di sopra. E la differenza la fa eccome. 19,9 punti, 5 assist e 6,4 rimbalzi, numeri che gli valgono il titolo di Rookie of the year al pari di Jason Kidd e lo proiettano verso un luminoso cammino tra i giganti della palla a spicchi. Numeri a parte la sua forza si rivela nella completezza tecnica, mostrata specialmente nella sua metà campo dove si mette in mostra come uno dei migliori difensori 1 vs 1 della lega. I suoi anni in maglia Pistons si dividono tra luci e ombre, con le sue luminose prestazioni oscurate dagli scarsi risultati di un gruppo mai capace di andare oltre il primo turno di playoff. Nel 2000, dopo cinque apparizioni all’all star game e un inserimento nell’NBA first team, decide di partire per altri lidi accasandosi agli Orlando Magic di un giovane Tracy McGrady.

PF: RASHEED WALLACE

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Per raccontare Sheed, la sua carriera e il suo modo di stare al mondo ci vorrebbe un articolo a parte. Personaggio unico e inimitabile, la sua esuberanza era seconda solo al suo straripante talento e alla sua classe innata, qualità grazie alle quali ha rivoluzionato il ruolo stesso di ala forte. Un 2.11 capace di trattare la palla come nessuno, in grado di far canestro da 3 e costringere a difendere fuori dall’area il suo diretto marcatore, che puntualmente batteva sfoderando un enciclopedico arsenale di movimenti. La storia del suo approdo ai Pistons riserva una peculiarità. Nel febbraio del 2004, i Portland Trail Blazers decidono di dare il ben servito ai “cattivi ragazzi” presenti nel roster spedendolo agli Atlanta Hawks, all’epoca una delle peggiori squadre dell’Eastern Conference. Con la franchigia della Georgia, Sheed gioca una sola partita, (20 punti, 6 rimbalzi e 5 stoppate, mica male, ndr) prima di venire coinvolto in una trade a tre squadre che lo conduce alla corte di Larry Brown. In quei Pistons militavano già degli all star come Chauncey Billups, Rip Hamilton, Tayshaun Prince e Big Ben Wallace, ma l’approdo di Sheed sembrò aggiungere il tassello mancante ad una squadra che da quel momento cambiò definitivamente marcia. Il resto della storia è noto ai più: i blasonati Lakers di Kobe, Shaq, Payton e Malone presi letteralmente a pallonate da una squadra che semplicemente andava ad un altro ritmo e con un’intensità quasi rabbiosa, suggellata dall’arrivo di un Messia col 30 (in seguito 36) sulle spalle e tutta la voglia del mondo di portare a casa il suo primo Larry O’Brien. Detroit centrò la finale anche l’anno dopo, ma contro gli Spurs l’epilogo si rivelò amaro, con Tim Duncan e Tony Parker a far festa dopo una drammatica gara 7. Rasheed Wallace resterà comunque uno dei giocatori più amati della storia dei Pistons, così come il suo “Ball don’t lie!” riecheggerà per sempre nella mente di tutti gli appassionati di quel folle Gioco chiamato pallacanestro.

C: BOB LANIER

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Bob Lanier esordì in NBA nel 1970 con sulle spalle la fama di leggenda NCAA. Il centro di Saint Bonaventure nei suoi quattro anni universitari maturò cifre spaventose, guadagnandosi la prima chiamata assoluta del draft davanti a gente come Pistol “Pete” Maravich e Dave Cowens. Alla notevole prestanza fisica aggiungeva un pregevole uso dei fondamentali: il post basso era il suo regno, il semigancio la sua arma migliore. In coppia con Dave Bing fece sognare il pubblico di Detroit per diverse annate, ma la premiata ditta non riuscì mai a centrare il bersaglio più ambito, fermandosi spesso ad un passo dall’ultimo atto. Nel suo decennio in maglia Pistons, Lanier ha messo insieme delle statistiche da fuoriclasse, andando quasi sempre sopra i 20 a serata conditi da oltre 12 rimbalzi, meritandosi diverse candidature al titolo di MVP e la nomea di autentico signore del pitturato.

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