La NBA non è stata sempre un fenomeno così globale come appare ai nostri occhi. Nel tempo sono stati diversi i giocatori che hanno fatto fatica a farsi rispettare dall’altra parte dell’oceano, rendendo la vita un pò più facile a quelli che sono arrivati dopo. Volendo analizzare l’impatto che i giocatori non provenienti dagli Stati Uniti hanno avuto sulla evoluzione a livello mondiale della Lega sportiva più conosciuta al mondo, questa settimana parliamo di Arvydas Sabonis, ex-centro dei Portland Trail Blazers, e del complesso rapporto URSS – Lituania. Nel caso vogliate proporre un giocatore per le prossime puntate di questa rubrica, vi preghiamo di lasciare un commento.
1988, Olimpiadi di Seoul. Nessun evento ha mai influito di più su USA Basketball. La sconfitta nella finale per l’oro contro i colleghi “dilettanti” sovietici dell’URSS porterà, 4 anni dopo, alla formazione della squadra più devastante mai costruita prima, per cercare di cancellare l’onta di quella semifinale persa: il Dream Team del 1992. In quella nazionale sovietica che raggiunse una meritatissima medaglia d’oro, battendo la Yugoslavia di Drazen Petrovič in finale, quattro giocatori su cinque del quintetto iniziale erano lituani: Šarūnas Marčiulionis, Rimas Kurtinaitis, Valdemaras Chomičius e Arvydas Sabonis. Tutt’altro che sostenitori dell’Unione Sovietica, sapevano bene che l’URSS era la causa prima della fine della libertà in Lituania, il loro unico paese natale. Ciò nonostante, costretti a competere con la maglia rossa (fino al 1988 appunto) portarono a casa uno dei maggiori upset della storia cestistica mondiale, battendo 82-76 in semifinale la squadra americana guidata da Dan Majerle, Mitch Ritchmond e David Robinson.

I quattro lituani dell’URSS vincente nel 1988
I quattro lituani della nazionale vincente nel 1988 venivano tutti dalla stessa città, Kaunas, dove il basket non era mai stato un semplice sport, quanto un modo di vivere. Dopo le imprese di questi ragazzi il basket divenne definitivamente un simbolo dell’indipendenza nazionale, e oggi se ne vedono gli effetti. In Lituania il basket è diventato ormai una religione, non può essere nemmeno paragonato al modo in cui è vissuto negli altri paesi. “Il nostro amore verso il Gioco è nato nel 1939” secondo le parole dello stesso Sabonis, “quando la Lituania ospitò e vinse gli Europei di basket“. Bisogna a questo punto fermarsi un attimo e parlare di un uomo senza il quale la Lituania non sarebbe il paese che è oggi, Frank Lubin, nome lituano Pranas Jonas Lubinas.
Nato a Los Angeles da immigrati lituani, Frank si mise in viaggio nel 1937 per diventare il primo coach della nazionale di basket della nazione. Portò immediatamente la squadra alla vittoria degli Europei di Basket del 1937, chiamando in squadra altri ragazzi che, come lui, erano americani di origini lituane. Nel 1939 Lubin vinse da giocatore-allenatore della Lituania il secondo campionato europeo consecutivo. MVP indubbio della manifestazione, non fu possibile però consegnargli il premio per via di una regola che proibiva di premiare i giocatori oltre il metro e novanta. In realtà, secondo una regola per fortuna mai messa in pratica, la FIBA distingueva in due categorie: più alti o più bassi di 1.90 cm; le due categorie non avrebbero potuto giocare insieme, e a quei campionati europei i giocatori più alti rischiarono addirittura di non poter scendere in campo. Leggenda narra che, una notte prima dell’inizio del torneo, il comitato dirigente avrebbe escluso questa regola e dato il permesso a tutti di giocare. (I giocatori più alti di 1.90 cm erano incredibilmente solo due, Lubin e l’estone Ralf Viksten)
In ogni caso Lubin, anche senza essere premiato come MVP della manifestazione, era stato il principale catalizzatore di quell’exploit cestistico in Lituania, tanto da essere considerato il Padrino del basket lituano. Egli fu tra i molti lituani che scapparono dal proprio paese quando nel 1939 si avvicinava la minaccia dell’occupazione sovietica, avvenuta nel 1940. La Lituania – come la Polonia che aveva già subito l’invasione nazista – apparteneva a quella fascia di terre che dividevano la Russia sovietica dalla Germania nazista. Il popolo lituano ne fu sconvolto. Le famiglie rimaste a casa vennero brutalmente decimate, a causa delle massicce deportazioni in Siberia a partire dal 1941. È da qui che ci vengono delle interessantissime testimonianze sul ruolo del basket nella formazione dell’identità lituana. Juozas Butrimas, un sopravvissuto ai campi siberiani dice – in un’intervista per un documentario del 2012 dal nome “The other dream team” – che in Siberia i deportati riuscirono a costruirsi un campo regolamentare per giocare a basket. Questo li aiutò a preservare almeno un minimo di dignità, di umanità. Butrimas cita la pallacanestro come strumento di sopravvivenza in quel periodo terribile.

Sabonis contro l’allora centro del CSKA Mosca Vladimir Tkatchenko
Arvydas Sabonis, proveniente da una di queste tantissime famiglie martoriate, nasce cestisticamente sui campetti sparsi ovunque a Kaunas. Il debutto nel basket di livello avviene nel 1981 con lo Zalgiris Kaunas, squadra che che negli anni ’80 militava nella Lega Sovietica. Arvydas ha 17 anni, ma sin dal primo allenamento si accorgono tutti del suo talento. Vladas Garastas, il primo coach di Arvydas allo Zalgiris, lo definisce un combattente, uno che si allenava duramente, ma che all’inizio il suo fisico troppo longilineo gli impediva di sfruttare tutte le sue doti contro avversari più esperti e massicci. Stiamo comunque parlando di un ragazzo che era alto già 2.10, il suo fisico faticava comprensibilmente a tenere il passo. Per Sergejus Jovaisa, suo compagno, Sabonis è uno di quei giocatori che si divertiva maggiormente quando poteva fare un assist a un compagno piuttosto che un canestro.
Sabonis dal 1984 al 1987 guidò il suo Zalgiris a tre titoli consecutivi nella Lega dominata dal CSKA Mosca, la squadra del regime, la squadra che non poteva perdere. La rivalità tra le due squadre era evidente. Non si trattava di semplice basket, c’era in ballo l’intero movimento independentista lituano, di cui lo Zalgiris divenne portavoce atipico – perchè ovviamente non potevano ammetterlo apertamente. Sui campi di battaglia, quelli veri, non poteva esserci storia tra un paese che contava 200 milioni di abitanti e uno che ne contava a malapena 3, ma la sfida si spostò sul parquet. E in quel contesto i lituani fecero vedere a tutti di cosa erano capaci, divenendo per moltissimi lituani l’unica fonte di speranza rimasta.

Sempre con la testa alta, l’assist dal post basso era una delle caratteristiche principali di Sabonis
Nel frattempo, con l’ultima scelta al primo giro del Draft 1986, i Portland Trail Blazers sceglievano Arvydas Sabonis. Una scelta che, tra l’ironia chissà quanto innocente di David Stern e l’incredulità disgustata dei tifosi americani, solo in pochi riescono a comprendere. Ma se uno di quei pochi si chiama Red Auerbach, beh, è un bell’essere pochi. “Mi piacerebbe parlare di quel Sabonis, perchè quel ragazzo è al momento uno dei 3/4 centri più forti al mondo“, la sentenza della leggenda dei Boston Celtics. Per Sabonis questa scelta non significa un granchè, convinto che tutta questa storia dell’NBA potrebbe essere sì un sogno, ma molto difficile da raggiungere. A causa del clima di tensione fra le due superpotenze mondiali, infatti, il trasferimento in America sarebbe stato probabilmente vietato al campione del Baltico.
Potrebbe testimoniare lo stesso Šarūnas Marčiulionis, compagno di Sabonis in nazionale, che per ottenere il permesso di firmare con i Golden State Warriors dovrà affrontare una battaglia interminabile, nella quale il fattore politico gioca un ruolo determinante. Correva l’anno 1989, il caso Marčiulionis divenne l’ennesimo teatro delle schermaglie fra URSS e USA. Fu infine davvero impossibile impedire al giocatore di andare negli Stati Uniti e Marčiulionis firmò con i Warriors diventando un giocatore di Don Nelson, il quale contribuì attivamente alla riuscita positiva delle trattative. Il coach americano andò di persona in Lituania per aiutare il campione lituano a superare quel periodo, quando la pressione mediatica sul caso in questione aveva acquisito un notevole peso per il ragazzo. “Entrando in aeroporto avevo ancora il presentimento che potesse accadere qualcosa. Non mi sono sentito sicuro fino a quando non ero sull’aereo” dice lo stesso giocatore.
Per Sabonis invece l’arrivo in Nord America avverrà molto più tardi, nel 1995. Sabonis approderà ai Trail Blazers a 31 anni compiuti, dopo un paio di infortuni che ne avrebbero ridotto la mobilità. Il primo: la rottura del Tendine d’Achille nella primavera del 1986, pochi mesi prima di essere scelto da Portland al Draft. Il secondo: un cronico problema alle ginocchia che si trascinerà sin dall’inizio degli anni ’90. Dopo aver giocato a Valladolid e al Real Madrid e non più giovanissimo, quello che ormai era diventato noto come il “Principe del Baltico” mostrerà anche ai tifosi americani ciò che i dirigenti di Portland avevano visto in lui quella sera del 1986.

Sabonis oggi con il suo ex coach Vladas Garastas
Per due volte giunti sino alle Finali della Western Conference, Portland fu sconfitta in entrambe le occasioni dai futuri vincitori del titolo: i San Antonio Spurs nel 1999 e i Los Angeles Lakers nel 2000. Sabonis era uno dei pezzi fondanti di una squadra costruita per puntare al titolo. L’aggiunta di Scottie Pippen, Steve Smith, Damon Stoudamire e Rasheed Wallace non era però abbastanza per combattere quegli squadroni, e la fortuna non girò certamente dalla parte di Portland (vedi serie contro i Lakers).
Inserito nella Hall of Fame di Springfield nel 2011, durante lo stesso anno il campione lituano è anche votato nuovo presidente della Federazione Lituana di Basket, prendendo il posto del suo ex coach allo Zalgiris, Vladas Garastas, che teneva il posto dal 1991. Il mix creato dalle abilità di assistman di Sabonis e l’esplosività dei suoi nuovi colleghi NBA era un vero e proprio spettacolo, e tutti si sono sempre chiesti cosa sarebbe potuto essere se solo il fuoriclasse lituano fosse arrivato prima nella Lega. Per Dirk Nowitzki “era incredibile. Perchè era un lungo ma sapeva muoversi, sapeva tirare, sapeva passare“. Secondo Bill Walton era un “7-foot-3 Larry Bird” (Un Larry Bird di 2 metri e 20). Per tutti noi è semplicemente uno dei migliori giocatori di sempre.
Siamo sicuri che tutti quelli che nell’86 gridarono allo scandalo abbiano sotterrato da tempo l’ascia di guerra.
Per la maggior parte delle interviste riportate in questo articolo rimando a ©”The other dream team”.

