Le Isole Vergini sono un posto meraviglioso, conosciuto per il mare, il sole e la natura.
Ce ne è una in particolare, la più grande, Saint-Croix, dove un ragazzetto molto timido comincia a nuotare. Una vecchia foto lo mostra all’angoletto della squadra di nuoto, chinato e volutamente seminascosto da una ragazza più bassa di lui. Dopo quella foto, una gara che avrebbe fatto rendere conto all’allenatore di quanto valesse il giovanissimo Tim: lo spekar, infatti, dice che Duncan, delle Isole Vergini, ha appena concluso la sua prestazione con un tempo che è top-16 negli U.S.A.
A motivarlo ci sono la competizione, i successi della sorella che vuole seguire a ruota e la madre, che dopo aver lavorato di notte rimane sveglia di giorno per tifare i figli. “Con una persona del genere accanto, non ci sono scuse”, parola di Tim Ducan.
Ma come dice sempre il suo allenatore, il livello dell’acqua si regola da solo, e il caso decide, anche se in maniera violenta, di indirizzare il Cruciano verso la strada migliore.
Il 10 settembre del 1989 cominciano a formarsi dei tempi di tempesta che se ne andranno completamente solamente 15 giorni dopo: è l’uragano Hugo, e sulle Isole Vergini distrugge quasi tutto, compresa la piscina in cui si allena. Tim Duncan per un po’ prova a nuotare nell’Oceano, ma c’è la corrente, ci sono gli squali e soprattutto non c’è la competizione: il ragazzo nuota sempre di meno, fin quando un nuovo evento, ancora più tragico, non interrompe del tutto la sua attività acquatica: la donna che gli ha dato la vita e che lo ha sempre sostenuto e tifato muore per un cancro al seno.
Tim è solo un ragazzo orfano di madre che non ha ancora compiuto i quattordici anni, ma troverà sulla sua strada le persone giuste, a cominciare da degli amici che gli staranno accanto evitando di parlare della madre e della sue terribile malattia, e che al tempo stesso saranno i suoi compagni di squadra nello sport che ha appena cominciato a praticare: la pallacanestro.
Tim Duncan sul campo è solamente un ragazzetto troppo alto che tocca palla per la prima volta, è lento e scoordinato, ma è sicuro che non nuoterà mai più, perchè era lo sport che praticava con la mamma, e lei non c’è più.
Al campetto vicino casa i canestri non sono all’altezza regolamentare e uno è piegato da un lato, dal momento che tutti quanti provano a schiacciarci per quanto è basso. Ma importa poco: Tim si presenta con i suoi amici e comincia a giocare in un playground che è sempre deserto. Le spinte che riceve dagli altri ragazzi, tutti più bassi di lui, possono soltanto spingere Duncan a migliorare, mentre il padre e il cognato gli insegnano le basi dei movimenti con cui dominerà l’NBA per quasi un ventennio. Ma è arrivato il momento di fare un altro passo in avanti, perchè il campetto vicino casa e il canestro che il padre costruisce a due passi dalla porta dell’abitazione di Tim non bastano più: il ragazzo promette bene, ed è opportuno che vada con la sua squadra nella periferia di Saint Croix, dove c’è il migliore playground e la migliore tradizione cestistica della zona. Duncan è di nuovo quello alto e timido da spingere, e uno dei migliori giocatori di quel campo lo motiva prima di ogni partita prendendolo in disparte e dicendogli di mostrare i muscoli e di giocare duro. Tim comincia a giocare bene e ad essere conosciuto in tutte le Isole Vergini, ma in America, dove ha davvero importanza essere seguito da qualche scout, nessuno ha la più pallida idea di chi sia questo ragazzone.
Ma è di nuovo il caso a intervenire nella vita di Tim Duncane a cambiarla: un giorno, uno dei suoi amici lo chiama e lo invita al campetto della periferia. Insiste tanto affinché il suo amico venga, perchè c’è gente da tutto il mondo, tra cui Alonzo Mourning.
La solita squadra va per l’ennesima volta al solito campetto, con la speranza di misurarsi contro qualche buon giocatore.
Le preghiere di Duncan vengono esaudite: non solo ha l’opportunità di giocare contro Mourning, ma gioca anche bene.
Ormai Timmy è sulla bocca di tante persone, sta vivendo un sogno che non avrebbe neanche potuto immaginare: ormai sono lontani i giorni in cui tornava tutto tremolante dalla piscina, in cui si nascondeva nelle foto, in cui si faceva spingere.
Arriva la chiamata di Wake Forest.
Il periodo del college parte davvero male: Duncan ha problemi con l’atletismo medio del resto della NCAA e nella sua prima partita non segna neanche un punto.
Ma ai Cruciani viene insegnata l’etica del lavoro e dello studio, perché bisogna sempre arrivare al massimo in ogni cosa che si decide di fare, e Tim Duncan non se la sarebbe dimenticata.
Arrivano i miglioramenti e le partite da fuoriclasse, e l’NBA è pronta ad accoglierlo dopo il secondo anno, ma c’è una promessa da mantenere: il padre, che nel frattempo è diventato una specie di studioso del gioco della pallacanestro per aiutare il figlio in tutti i modi possibili, ha garantito a sua moglie, prima che morisse, che i figli si sarebbero laureati.
Per i Cruciani un titolo di studio è fondamentale, anche se si stanno aprendo le porte di una carriera che frutterà milioni di dollari. In più, per Tim, il rispetto della madre è assoluto, e la sua parola legge: Duncan entrerà in lega con un titolo appeso alla parete.
Tim Duncan si mette in testa il tipico cappellino quadrato dei neolaureati, ma è pronto a toglierselo per mettersi quello della squadra che lo sceglierà al Draft.
Il 25 giugno 1997, a Charlotte, il suo nome è il primo ad essere pronunciato: i San Antonio Spurs spendono la prima scelta assoluta per arrivare ad un giocatore che non avrebbe mai pensato di arrivare fin lassù.
A sceglierlo è Gregg Popovich, un altro caso nella vita di Timmy: prima di Pop, infatti, c’era Bob Hill, un coach che aveva raccattato, in carriera e anche con la franchigia Texana, un più che discretissimo successo. Nella stagione 1995-96 San Antonio parte malissimo, grazie soprattutto agli infortuni dei due migliori giocatori, David Robinson e Sean Elliot: Hill viene quindi sostituito da Popovich, che da vice allenatore sale in cattedra e conduce fino alla fine una stagione da solamente 20 vittorie.
Gregg ha dei dubbi su chi selezionare con la prima scelta assoluta, ma alla fine va deciso sul Cruciano e lo inserisce subito al centro del progetto. Accanto a lui c’è David Robinson, top player della lega nonostante sia abbastanza vicino al ritiro, pronto a mettersi il rookie sotto la sua ala protettrice e a costituire con lui le “Twin Towers” di San Antonio.
Da lì in poi vittorie su vittorie, record su record, punti su punti e rimbalzi su rimbalzi fino all’undicesimo giorno del luglio 2016, in cui annuncia il ritiro, nel silenzio che lo ha sempre caratterizzato.
Viene ricordato da fin troppi compagni ed ex-compagni come il leader perfetto, giocatore e persona sublime sempre pronta a mettersi in discussione e a migliorarsi, proprio come insegnano a Saint-Croix. Il carattere enigmatico di Popovich si sposa perfettamente con quello competitivo e umile di Duncan: nasce uno dei rapporti più belli della NBA, forse di tutta la storia dello sport.
Si ritira un giocatore che è stato Rookie of The Year, 2 volte MVP, 3 volte MVP delle Finals, per 15 volte in uno degli All-NBA Team (10 volte nel primo quintetto), per 15 volte negli NBA All-Defensive Team (8 volte nel primo), che ha vinto per 5 volte l’NBA, che per 15 volte è stato convocato all’All Star Game, che ha giocato più minuti nei Playoffs di chiunque altro, che ha stoppato più di tutti nei Playoffs, che ha vinto più di mille partite.
Si chiude così una carriera fatta di gentilezza e di armonia negli spogliatoi, di fondamentali, di movimenti, di tiri alla tabella, di competitività, di sorrisetti a Joey Crawford, di sfide con Kevin Garnett, di trash talking ignorato (perchè il miglior disprezzo è la non curanza) e di fedeltà, avendo sempre vestito la numero 21 neroargento, nonostante ci siano state delle buone tentazioni per abbandonare gli Spurs, come quando nel 2000 bussarono alla porta gli Orlando Magic di Tracy McGrady e Grant Hill pronti con la loro offerta, mentre a San Antonio i giocatori più importanti erano ad un passo dal ritiro.
Anni dopo, Tim dichiara che è stato proprio Gregg Popovich uno dei motivi fondamentali per cui è rimasto nel Texas.
Ed è dopo 26 469 punti, 15 091 rimbalzi, 4 225 assist, 3 020 stoppate, 1392 partite giocate con la stessa maglia e un rapporto coach-giocatore del genere che capisci che parlare di caso è sbagliato.
È stato il destino che ti ha voluto così.
Grazie di tutto, Tim
Per NBA Passion,
Giuseppe Catone
di Passione NBA

