“Eh, si era scritto che Dallas valeva il quinto posto ad Ovest, ma chiaramente era inteso sulla carta”. Se il lettore si aspetta una marcia indietro abbozzata, un campionato mondiale di arrampicata sugli specchi degno seguace della stella polare della italica palla a spicchi, sappia che qui non ne troverà. Né troverà sinonimi come “virtualmente” o “teoricamente”, e nemmeno perifrasi che sanno di giustificazionismo come “senza infortuni” o “quando la fortuna inizierà a girare”.
Gli infortuni ci sono, la fortuna a volte non gira, ma da questo piccolo angolo la convinzione è ancora quella che Dallas valga il quinto posto e una semifinale occidentale, e se suona utopistico o illuso o sognatore, pace. Rick Carlisle sa quello che fa, Cuban finora ha dimostrato troppo rispetto per i supporter dei Mavericks e troppo orgoglio interiore per anche solo azzardarsi di pensare (semicitazione del grande Giuseppe Giacobazzi) alla pratica cavernicola del tanking. Quindi, l’impressione è che si andrà così, dritto per dritto, cercando di raccogliere il più possibile e tracciando il bilancio alla fine.
Certo, la convinzione (solo di chi scrive, a quanto pare) che Big D valga il quinto spot della classifica di Conference non toglie però dagli occhi le difficoltà attuali. Le più gravi riscontrate finora sono la difesa sul contropiede primario (e passi) e quella sul perimetro (e passi decisamente meno). Se l’esecuzione offensiva è a) efficace e b) bella da vedere, altrettanto non si può dire della protezione del proprio plexiglass. Chiudere il pitturato concedendo il tiro da fuori finora si è rivelata una scelta controproducente, in quanto gli avversari stanno trovando con continuità il tiro da fuori. Ok, può essere il momento, e di sicuro con l’andare della stagione non sarà sempre così agevole trovare il fondo della retina dei Mavs sparando da oltre l’arco, però la falla va tamponata as soon as possible prima di trovarsi pericolosamente indietro. Anche perché sul percorso a volte ti trovi squadre con cecchini dalla lunga distanza come Warriors o Celtics, ma anche come i Knicks che tramite blocchi e tagli e penetrazioni il modo di segnare da dentro l’area lo trova comunque, e allora cosa racconti poi? Anche perché la difesa è parsa, almeno in questa fase, tra lo svagato, il confuso e il morbido, peccato mortale che in NBA non ci si può mai e poi mai permettere, se si punta alla post season.
Poi chiaro, nell’ottica non del giustificazionismo di cui sopra ma di una sana analisi oggettiva, senza quattro quinti dell’assetto iniziale (e presumibilmente finale) che avevi pensato in prestagione è difficile costruire equilibri. Eppure i margini sempre ridotti (salvo al Madison) segnalano una squadra che resta lì, che si impegna, che non lascia andare la partita perché tanto chissene. Contro i Knicks, una squadra che attacca molto bene o molto male e alla voce “difesa” accompagna la dicitura “minimo sindacale”, Dallas è rimasta in partita fintanto che ha continuato a giocare in modo ordinato, intelligente, a basso ritmo mentre quando le iniziative si sono fatte più spasmodiche ha perso di incisività. È quindi palese che questa squadra dipenda in tutto e per tutto dall’ordine, dallo sfruttamento dei pregi di ogni singolo elemento cercando per quanto possibile di mascherarne i difetti.
Dallas, insomma, è ora come ora un brutto anatroccolo che auspica di trovare fattori e chiave per diventare un cigno. O se non i fattori e chiave, almeno una sana e corroborante botta di…

