“Essere o non essere (campioni, ndr), questo è il dilemma….” Ecco l’amletico problema che si pongono in casa Rockets.
Quest’estate a Houston si sono riuniti in conclave per settimane per stabilire a quale allenatore affidare la panchina per ripartire dopo la fallimentare stagione dello scorso anno. L’esonero di Kevin McHale e la promozione ad head coach di John Bickerstaff hanno peggiorato una situazione difficilmente peggiorabile. Eppure le ambizioni erano alte.
A luglio però, il GM Daryl Morey ha una intuizione che, allora, fece discutere non poco e cioè quella di chiamare in panchina Mike D’Antoni, reduce dalla stagione ai 76ers come vice di Brett Brown. (Già che uno come D’Antoni sia il VICE di Brett Brown pare una blasfemia totale…).
Proviamo ad analizzare le chiavi di questa rinascita dei Rockets.
ASPETTO PSICOLOGICO:
D’Antoni arriva e la il primo regalo che gli fanno è far partire Dwight Howard, in direzione Atlanta Hawks e dirgli, tra le righe – ma neanche troppo – “per quest’anno ci arrangiamo così.” In una litania che ricorda quasi il Galliani dei tempi peggiori. E Mike, che d’indole non si lamenta mai (o quasi) si arrangia.
Prende Beverly e gli fa quasi da padre adottivo e da psicanalista allo stesso tempo: gli fa capire di avere bisogno di lui anche e soprattutto nella fase di non possesso palla perché il gioco di coah-Mike si basa sul ritmo e sulla difesa, nella sua espressione più alta. Beverly, che riuscirebbe a far perdere la pazienza anche a Papa Francesco, anche caldamente invitato dal suo capitano a “dare di più” (per usare un eufemismo), letteralmente rinasce.
Il 2 di Huston è un soggetto da romanzo di John Grisham: nasce a Chicago da una famiglia operaia e per questo non ha nemmeno la possibilità di andare a studiare in un college troppo lontano da casa e finisce al John Marshall Metropolitan, nell’Illinois. Va a giocare negli Arkansas allenati da Stan Heat, l’unico probabilmente in grado di sopportarlo. Nel 2009 viene scelto dai Lakers ma non ne vestirà mai la maglia; girerà in Europa un bel po’ prima di finire ad Houston nel 2013. Perché – vi starete chiedendo – ci soffermiamo su Beverly? Beh, una delle più grandi conquiste ottenute quest’anno (e forse in carriera) da coach-Mike è stata sicuramente l’esplosione del 2. Fino allo scorso anno, pur figurando nel quintetto titolare, Beverly ha avuto un andamento quanto mai altalenante e troppo spesso il suo nome è stato accostato alla casella “cedibili” di casa Rockets. “Magic Mike” lo ha letteralmente rigenerato e, per gli amanti di NBA2K17 sarà facile ricordare la sua valutazione al videogame nelle ultime 3 edizioni e vedere quanto invece sia cresciuto il suo valore attuale. Con D’Antoni ha imparato anche a conoscere un aspetto di sé che pensava non esistesse: il self-control. Lo scorso anno lo abbiamo visto litigare con mezza NBA mentre in questa stagione ci è apparso un giocatore più sorridente, brillante e dedito al sacrificio. Chapeau.
Un altro fattore determinante nei risultati brillanti dei Rockets di Mike D’Antoni è il fattore-Harden. Il rapporto tra i due è saldissimo, ricorda (con le dovute proporzioni) quello che c’era tra Greg Popovich e Tim Duncan. Harden ha speso parole al miele per il suo allenatore e l’ultima volta che lo aveva fatto era stato per…ah no, non era mai successo. Vorrà pur dire qualcosa.
MIGLIORAMENTI TATTICI:
“Move the ball, easy shot” Muovere la palla e prendere tiri facili. Banale, vero? No. Niente è banale quando hai “solo” un fuoriclasse in rosa e quando ti ritrovi Capela al posto di Howard come centro ed un Trevor Ariza da rigenerare. Certo, quando hai Harden puoi limitarti a basare il tuo gioco facendo passare tutto da lui ma Mike è lontano anni luce dal concetto di “play with the Star”. Harden crea, gli altri finalizzano. Concetto calcistico applicato al basket. Detto delle esplosioni di Beverly ed Anderson (Anderson, sì, proprio lui) a Mike D’Antoni rimaneva “solo” da sistemare la difesa e dare ritmo al contropiede. Ha meticolosamente costruito ogni singola dinamica offensiva e non è un caso se i Rockets sono una delle migliori squadre nel rapporto attacco-difesa di tutta la Lega. Cosa significa? Hanno migliorato entrambi i reparti rispetto alle passate stagioni e difatti stanno lottando per i primi tre posti della division.
Chi lo avrebbe detto, ad inizio stagione, che i Rockets si sarebbero trovati, a marzo, così in alto? Mike D’Antoni ha reso le sue due ali, Anderson ed Ariza due insostituibili e Capela una “macchina da rimbalzi”. E poi c’è Harden, giocatore che D’Antoni porterebbe anche in viaggio di nozze…
I DIFETTI
Houston sa di essere forte: forte nella testa, forte come gruppo ma spesso pecca di leziosità e si specchia nella sua stessa bellezza. Il cosiddetto sesto-uomo, fondamentale in questo sport, ci sarebbe e si chiama Eric Gordon ma, ahilui, gioca come guardia e a Houston significa che giochi quanto Lucas Vazquez al Real Madrid…
Houston ha una panchina corta, o meglio, manca di alternative all’altezza: problema evidenziato in precedenti articoli per Boston e Atlanta. Ma tant’è. Per fare il definitivo salto di qualità servirebbe un centro di livello ed un sesto uomo in un ruolo che non sia quello della guardia. Il sogno di creare un big-three è però una ipotesi poco percorribile. Seppur vero che in estate diventeranno free agent giocatori come Chris Paul, Paul Millsap, Kyle Lowry, sembra difficile che Houston possa convincere un Top ad accasarsi in Texas, soprattutto per un discorso di salary cap.
Se però Mike D’Antoni riuscisse a migliorare l’eccessiva supponenza dei suoi nella gestione di alcune partite e a convincere la proprietà a portargli un Big in estate, allora i Rockets sarebbero veramente da titolo.

