Home NBA, National Basketball AssociationNBA Passion AppJordan, Kobe, LeBron: Tre mondi diversi. Tre epoche diverse

Jordan, Kobe, LeBron: Tre mondi diversi. Tre epoche diverse

di Niccolo Coveri

Ero a Londra, in uno di quei piccoli bazar in cui potresti trovare di tutto, anche la fede, e riuscirebbero comunque a fartela pagare 4-5 sterline: è lì che vidi per la prima volta la sua maglia numero 23, Jordan.
“Everybody wants to be like Mike”. Tutti vogliono essere come Mike. Questo è ciò che mi disse il tizio del negozio vedendomi ipnotizzato. O almeno, avendo io appena 7 anni e non capendo una parola di inglese, questo è ciò che mi raccontò mio padre dopo avermela comprata.

Aveva ragione. Avevano ragione.
La Gatorade aveva da poco fatto esplodere in tutto il mondo quella pubblicità indimenticabile e con essa la figura di Jordan si era espansa con la rapidità di una perdita di petrolio in mezzo al mare.
MJ, il terzo personaggio non divino più famoso del globo, non è mai stato petrolio, ma proprio come il petrolio nel mare la sua immagine è diventata rapidamente contaminante ed obnubilante.

Jordan è stato Jordan nel momento esatto in cui il singolo scopriva la pluralità. Nel momento in cui l’uomo comune scopriva il mondo.
Con le inevitabili conseguenze del caso.
Il mondo ha scoperto i media di massa con lui e grazie a lui. E viceversa.
Non c’è da stupirsi se i suoi 6 anelli e il suo predominio tecnico sul gioco sono tuttora metro di valutazione per tutti i tifosi.
MJ è stato l’anno zero della pallacanestro di tutti. Il Day One del gioco moderno. Della palla fruibile in tutto l’emisfero.

Oggi, che l’evoluzione ha aggiunto ulteriori tasselli al suo mosaico, che il gioco si è aggiornato in maniera spaventosa, che l’uomo è salito sull’ennesimo gradino sulla scala evolutiva, è inevitabile che ci siano dei paragoni.

L’America di per sè vive del proprio primato. Dell’idea di primato. Del primeggiare e per il primeggiare. Per loro non esistono sfumature. C’è solo l’eccellezza, la rincorsa del sogno a stelle e strisce.
Non c’è da stupirsi se questa tendenza è stata esportata in lungo e in largo nel globo. Se la rete da loro inventata, se i social da loro inventati, stanno lentamente globalizzando il pianeta, la gente e il loro modo di pensare.

Chiariamoci, non è solo questione di media, d’evoluzione, di semantica. MJ è MJ. E ci ha messo abbondantemente del suo per arrivare ad essere il metro di paragone dell’eccellenza. Una figura globale che trascende lo sport.

Non so quante volte ho visto la gara delle schiacciate del 1988. Non so quante volte ho visto quel cambio di mano volante contro i Lakers nelle Finals 1991. E non so quante volte avrei tanto voluto essere presente. Essere partecipe anche solo dal divano, come oggi.

Il pericolo è enorme. In ogni sport le leggende col tempo lasciano il passo ai nuovi idoli. Alle nuove leve. Ai nuovi “dei”. Nella pallacanestro, tutto sembra essersi fermato a Jordan.
Tutto sembra debba essere ricondotto a lui.

Quanti “nuovi Jordan” ricordate a memoria?
Hill, Stackhouse, Carter, Bryant e forse ne scordo qualcuno. Pensate a cosa sarebbe successo se ci fossimo fermati a Dr.J.

Jordan è e sarà sempre nell’Olimpo dei grandi.
Forse il più grande, per ciò che ha dato alla pallacanestro. Ma scrolliamoci di dosso il suo fantasma e cominciamo ad apprezzare il gioco ed i suoi nuovi interpreti.
Senza esagerazioni. Senza andare alla disperata spasmodica ricerca di un nuovo dio da venerare. Senza bisogno dei soliti paragoni.

Ai tempi di Chamberlain, Russell, Robertson e West non c’era la linea dei 3 punti. Ai tempi di MJ, Magic e Bird il gioco era di una fisicità unica. Nell’era di Bryant, Nowitzki, Duncan e James, si è affinato incredibilmente sotto ogni aspetto. Tecnico, tattico, per quanto riguarda lo scouting e lo studio delle statistiche.
Tre mondi diversi. Tre epoche. Tre modi di concepire la pallacanestro.

Ha davvero senso paragonare giocatori diversi, di ere diverse e spesso anche di ruoli diversi?
Quando Jordan si è ritirato definitivamente è come se avesse involontariamente posto un’asticella a cui ambire.
La rincorsa verso il suo status di onnipotenza cestistica è comprensibile se si è un giocatore. Meno se si parla da appassionato e l’unico modo di raggiungere tale asticella è ridurre tutto a una sorta di conteggio dei pro e dei contro.
il 6-0 di Jordan vale più del 3-4 di James?
gli anelli di Bryant valgono meno di quelli d MJ?
Horry ha vinto 7 anelli quindi deve essere reputato migliore di un Barkley o di un Malone che non hanno mai vinto niente?

Non lo so. Non direi. E non mi interessa. E non dovrebbe interessare nemmeno voi.
Dovreste solo ricordare come Jordan dominò la pallacanestro più fisica e spigolosa che si sia mai giocata con una classe e una leggiadria fuori dal comune.
Dovreste apprezzare Bryant per la sua work ethic, per il suo essere partito dal nulla ed essere arrivato ad essere colui che ha dimostrato di saper segnare come e quanto pochi altri nella storia.
Dovreste godere di quella macchina perfetta creata da madre natura che porta il nome di Lebron James, perchè è quanto di più perfetto e completo si potesse applicare alla pallacanestro moderna.

Il compianto Theodore Roosevelt disse: “Comparison is the thief of joy.”
Il confronto è il ladro della gioia.
Stop the Comparisons Guys. Enjoy the Game. Enjoy the Greatness.

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