Credo, in tutta onestà, che questa sia la cosa più bella che io abbia mai fatto.
Non sono parole mie, per carità, in quanto indurrebbe a pensare che in fondo già qualcosa di bello ho realizzato e che “questa” sia solo una delle tante anche se la migliore. Era una frase che lessi in un libro tanto tempo fa e che mi ha continuato a frullare in testa, venendo a galla ogni tanto. Nonostante le mie assidue ricerche, col tentativo di sfamare la mia insaziabile curiosità, devo ammettere di aver ammainato bandiera bianca, non riuscendo nell’intento. La frase resta senza un padrone specifico ma ci permette di arrivare ad un termine usato ed abusato, spesso svilendolo dal suo originale significato: “Capolavoro”. Ed è proprio quello che sta pensando mamma Ann mentre tiene in braccio suo figlio appena nato, che piange e strepita, facendo un gran baccano. Allen è il capolavoro di Ann Iverson e solo lei sa che suo figlio è destinato a grandi cose.
Tornando un secondo alla nostra parola mi rendo conto che tale definizione esaminata non può essere e non deve essere espressa con oggettività. Venendo da un parere come la Bellezza, ogni cosa può essere un Capolavoro a suo modo. Non importa che si assista della perfezione, anzi, le cose migliori in questo mondo sono viziate dall’imperfezione, ne sono intrise in ogni cellula. Ma tutte le madri sono convinte, nel momento della prima coccola, che loro figlio farà grandi cose, che darà un senso a tutte le difficoltà e che nonostante tutto diventi un grande uomo amato e rispettato.

PAMELA McGEE BACIA SUO FIGLIO JAVALE
Ne sono certo, dicendolo senza remore, che l’amore di una madre è un capolavoro della natura, così come la rugiada dopo le freddi notti ed il profumo dei fiori.
Quell’affetto che si esprime in tutte le forme e direzioni investe ogni tipo di madre, anche quelle dei giocatori NBA. La madre di Javale McGee siede a bordo campo a tutte le partite di suo figlio, pretende il bacio sulla guancia prima del riscaldamento e non smette mai di fare il tifo. Così come la madre di Durant che ha cresciuto il piccolo Kevin ed il fratello praticamente da sola, nei sobborghi di Washington D.C. Ed anche lei siede a bordo campo, aspetta sempre suo figlio nel tunnel e lo bacia con dolcezza, vittoria o sconfitta che sia.

ANN IVERSON
Se dovessi continuare nella lunga litania di nomi, posso citare la freschissima signora Allen, madre del figlio Ray, che leggiadramente riesce ad affrontare la maratona New Yorkese, o la madre di Steph Curry che ha diritto a 100 dollari ogni volta che suo figlio perde tre o più palloni in campo. La madre resta sempre la madre ed il loro capolavoro, nonostante la durezza della NBA li obblighi ad indurirsi pure fuori dal campo, con loro resteranno sempre quei piccoli pargoli che chiedono il permesso di poter andare a giocare a basket ai giardini dietro casa.
Ma può essere che non sia solo loro figlio il Capolavoro, bensì tutto quello che ne ha conseguito, come i sacrifici per mettere del cibo in tavola, come le mani dolci ed ogni giorno sempre più stanche usate per asciugare le lacrime di dolore o sconforto? Può essere un capolavoro riuscire, nonostante tutto il mondo sia definito e creato purchè certe tipi di persone, considerate meno fortunate, non debbano riuscire in quello che fanno, a suscitare la forza ed il coraggio purchè quel sogno fantastico non si spenga mai? In fondo lo scetticismo è più che legittimo: donna, afroamericana, sola. Riuscire in queste condizioni ai bookmakers te la vendono ad una quota astronomica. Ma se la risposta alle domande precedenti è SI, allora il Capolavoro può anche non essere un singolo atto e tramutarsi in una costante, una susseguenza di giorni bui, percorsi con le braccia, finchè dopo tanti anni si comincia a vedere la luce alla fine del tunnel.

GLORIA JAMES
Così come hanno fatto mamma Ann e mamma Gloria, rispettivamente le madri di Allen Iverson e di LeBron James, le quali hanno tutt’e due delle analogie interessanti. Entrambe si sono ritrovate incinta da adolescenti, 15 la prima e 16 la seconda, ed entrambe hanno combattuto contro la povertà, la fame e la miseria per far crescere il proprio figlio nel migliore dei modi. Mamma Gloria ha fatto di tutto pur di proteggere il piccolo LeBron, addirittura arrivando a non rivelare mai il nome del vero padre, tutt’ora un mistero, su cui comunque è aperto un grande dibattito. Mamma Ann invece il padre sapeva benissimo chi fosse e lui, già capo di una Gang a 18 anni, non doveva avere nessun diritto di parlare col proprio figlio, avendolo, e qui torna d’attualità l’analogia tra le due donne, abbandonato ancora in fasce.
Pochi giorni fa Allen Iverson, durante una maestosa cerimonia, è entrato nella Hall Of Fame del basket e seduto con lui in prima fila era presente anche mamma Ann. Mamma Gloria è presente ad ogni partita del figlio e questi due individui divenuti uomini sono riusciti come le loro madri a sollevare il mondo e ribaltarlo spezzando le regole e le catene, vincendo una finale da tutti data per persa e diventando l’MVP di una lega che mal si paragonava col prodotto di Newport News.
Quella forza che ha spinto Iverson a sfidare “cristoni grandi e grossi tutte le sere” (Abdul Jabbar docet), conquistando cuori a palate, che ha spinto Il Prescelto a sovvertire il normale corso della storia che lo vedeva perdente in più occasioni, è la stessa forza di quella donna che loro chiamano candidamente ”Mamma”.
Forse per parlare di “Capolavoro” o anche, se vogliamo di “Miracolo”, non servono grandi poeti o scrittori, grandi artisti e pittori o non serve sfogliare libri sacri in cerca di una risposta mistica. Forse i veri miracoli sono quelli vicino a noi, quelli terreni, intrisi di difficoltà e speranza.
Come mi dissero una volta: “La storia non si fa con i ‘se’ o con i ‘ma’. La storia si fa con i ‘nonostante’”. Ed anche qui non ricordo chi me lo disse.
Chapeau.
A tutte voi.

