Con la voce di Gigi Proietti, il Genio blu della lampada Disney ci ammonirebbe che da prassi ne avremmo diritto solo a 3 desideri, ma perdindirindina siamo tifosi Kings! Dopo tutto quello che abbiamo ingoiato in questi anni, cinque sono anche pochi!
Ergo sciorino con garbo 5 desideri che vorrei/vorremmo fossero compiuti nel corso della nuova stagione. Ovvio, non è che chiedo di “Vincere il titolo NBA!” magari battendo LA, Golden State e poi Boston in finale, anzi. Saranno 5 cose alla portata di tutti e capaci di rendere nel giro di questo e forse forse del prossimo campionato, una squadra giovane in una da PO fissi.
Dite troppo? Ed io vi ripeto che siamo tifosi Kings e che ce lo meritiamo ampiamente!
1. Marvin Bagley III Rookie dell’anno
“Perchè no?” mi chiedo io! Pensiamoci bene: si trova in un ruolo, quello del lungo (o da 4 o da 5), dove può giocare benissimo sia con Zach Randolph e riempire l’area in difesa, sia con Cauley-Stein dove può muoversi e fendere con il tiro lungo. Marvin è molto mobile sia in difesa che in attacco, la sua capacità di resistenza gli permette di stare per lunghi minuti in campo senza perdere troppe energie. Ovvio, il tutto è coadiuvato dal fisico snello e longilineo che quasi sicuramente cambierà nel corso degli anni. Guardando la concorrenza, ovvio che la faccenda si faccia più dura: almeno 3 dei primi 5 giocatori scelti all’ultimo Draft avranno un ruolo di punta nella nuova squadra: Young, Doncic ed Ayton. Il che sfavorirebbe il nostro ex Duke nella cosìdetta Rookie Ladder. E’ anche vero, però, che tutte le loro squadre di appartenenza non sono assolutamente in competizione per i Playoff rendendo la gara ancora più incerta ed equilibrata.
2. Bogdanovich primo realizzatore di squadra
E qui il desiderio potrebbe avere più chance di avverarsi rispetto al primo. Il tutto passerà
dalle mani sia del serbo che ovviamente dalla crescita di Buddy Hield e di De’Aaron Fox. E’ assolutamente innegabile però le mani dolci da liutaio del Double-Bogdan che unite alla sua grande intelligenza tattica potrebbero portarlo ad essere il primo realizzatore di squadra. La malinconia ci assalirebbe se pensiamo che forse abbiamo di nuovo un altro Stojakovic.
3. McLemore ancora verso altri lidi
Credetemi, non lo chiedo per disprezzo o che altro, anzi. Lo faccio proprio per lui. Non è il suo posto, non lo è mai stato e lo accetto solo se decide di fare la parte del comprimario. I posti a cui vorrebbe ambire in questo momento non ci sono, presi dai vari Fox, Hield e Bogdanovich. Laddove scegliesse di migrare il suo basket verso altre squadre, terrei in seria considerazione l’opzione di un buon play di riserva o un altro lungo migliore di Koufos.
4. Fox in vera versione Super Sayan
Se sei appena un rookie ma scagli triple urlando “KAMEHAMEHA!!”, hai ufficialmente tutto il mio rispetto. Velocità fenomenale congiunto ad un grande atletismo ne fanno di lui un play futuribile su cui puntare con la benda sugli occhi. Lo scorso anno si è trovato a sbattere contro il tremendo rookie wall, il muro con cui tutti i rookie prima o poi fanno i conti. Non importa, ci può stare, era solo il primo anno, ora si comincia a fare sul serio.
5. Confidence
Per ultimo ma non per importanza c’è la Confidence di squadra. Punto che deve rimanere fermo nella testa sia dei giocatori che dello staff: si vince tutti insieme, con l’aiuto dell’uno e dell’altro. L’aspetto sembra marginale ma non lo è affatto. Golden
State ha vinto 3 degli ultimi 4 titoli grazie al gioco di squadra (come se non avessero Durant, Curry, Thompson, green, Iguodala ecc, nds), così come il gioco meraviglioso dei Celtics nelle ultime tre stagioni. Bisogna imparare dai migliori e nonostante ci siano tanti rookie o sophomore a roster, coach Joerger deve infondere in loro la consapevolezza che o ci si fa tutti assieme o non ce la fa nessuno.

1. Marvin Bagley III Rookie dell’anno
I fatti: finalmente viene riconosciuto il lavoro immenso prodotto durante una quasi ventennale carriera, comprensivo di 2 anelli vinti, con l’introduzione nella Hall Of Fame. Se lo merita eccome, il Candy Man californiano. Proprio per via di quei dolciumi che ha distribuito in tutta la sua carriera, intese come triple, che lo portano ad ora al primo posto della storia NBA per tiri pesanti realizzati. Una e forse la più importante, quella in Gara 6 nelle finali NBA 2013, per sigillare il 95 pari a danno degli Spurs. Miami ha gustato il sapore dolce dolcissimo di quella caramella, ai Texani è appassita nel gargarozzo.


Ma a maggio, mentre i Playoff entravano nel vivo, da qualche parte a Chicago, un ragazzo stava piangendo mentre le sue mani tenevano con presa salda il trofeo più agognato di tutta la NBA. Aveva lo sguardo rivolto a sua madre, seduta in prima fila, e le stava dedicando quel trofeo. A lei che lo aveva ispirato. Derrick Rose ne aveva viste di cose nella sua vita. Padre assente, mamma che come per Isiah Thomas allontanava le gang col fucile e nonna ai fornelli a fargli il pollo per cena. Il southside di Chicago non teme nulla e nessuno, anzi. Per Derrick però le cose divennero presto diverse: stella splendente del firmamento a Simeon HS e poi si segue John Calipari a Memphis.
Ci si stupisce dell’impresa di Westbrook delle due triple doppia di fila, che se vogliamo ben guardare, vediamo anche quanto è favorito dai compagni, soprattutto a rimbalzo dove a volte fanno proprio finta di non andarci nemmeno. Ma quello che erano i Bulls in quegli anni rendeva Rose ancora più forte e lui era il motore irrefrenabile di Coach Tom Thibodeau. La velocità di movimenti, l’hang time, le scelte. Era spaziale, irriverente in certe frazioni di gara, i playmaker avversari il più delle volte lo vedevano prendere l’apertura, tempo di sbattere le palpebre ed era al ferro contro un lungo che nulla poteva fare per stopparlo. Non c’era storia con lui. Ed era una persona di statura “normale” che affrontava “cristoni grandi e grossi per 48 minuti”. Come Iverson.









