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From The Corner #22: l’oroscopo dei Cleveland Cavaliers

di Raffaele Camerini
reazioni dei tifosi-Free Agency 2018 LeBron James Cleveland Cavaliers

From The Corner #22: l’oroscopo dei Cleveland Cavaliers

Il micione è contrariato.
Siede da solo, in una poltroncina della panchina mentre mastica una vigorsol e guarda il vuoto abbastanza, permettetemelo, incazzato. Ne ha anche di ben donde, permettetemelo ancora. Ha appena piazzato, un paio di allacciate prima, un 57ello in faccia a Otto Porter e Oubre Jr., ma ora i suoi Cavaliers sono pesantemente sotto e nonostante il recupero nel quarto periodo, perderanno anche quella partita (Hawks, nella fattispecie).
Brucia come bruciano poche sconfitte. Ok perdere all’inizio di stagione contro i Nets, ok anche perdere contro dei folgoranti Magic, ma arrivare a perdere contro questi Hawks, per quei Cleveland Cavaliers, non è più tollerabile.

Poco importa che poi un monumentale Love, chiuderà a suo carico la pratica Bucks, nella partita conseguente. Certe sconfitte fanno rimanere solo lo strascico sconsolante. Piano, però, a parlare di LeBron James fuori dall’Ohio. La strada è lunga, gli ostacoli ci sono ed anche le scelte muteranno giorno dopo giorno.

O forse no.
Vittoria o non vittoria con i Bucks ed il loro personale Dio Greco (con la maiuscola), i problemi ci sono e si vedono. La soluzione? Forse mandare via Lue. Forse aspettare il rientro di TT, Tristan Thompson. Forse quello di Isaiah Thomas. Forse è buona idea prendere un altro lungo, per togliere pressione dalle spalle di Love e di Frye.

Le scelte ci sono, le idee pure, in fondo vengono remunerati con parecchi pezzi in verde per fare il loro lavoro, “e allora sotto!” (cit., Zohan).
Fatto sta che di problemi ce ne sono, eccome. L’area sembra il deserto nella scena finale de “L’ultima Crociata” di Indiana Jones, quando ‘Indy’ ed il suo padre se ne vanno in sella ai loro cavalli, verso l’orizzonte inesplorato. Solo che qui in fondo al deserto c’è un bel ferro ed una retina. Gli spostamenti laterali sono lenti e mal pensati e subire primi quarti da 35 punti in su, non ti mette nella condizione giusta per poter fare meglio nei tre quarti rimanenti.
Oddio, non è che poi in attacco le cose vadano poi così meglio. Ovvio che il talento offensivo è indubbio mentre scorriamo la lista degli atleti pagati da Dan Gilbert e soci. Magari andrebbe appuntato che D-Wade e D-Rose non sono più quelli di prima o nemmeno cugini di secondo grado, quindi certe attese possono essere soddisfatte o anche no. Jae Crowder è buono, deve solo adattarsi, ma è abituato a giocare con un lungo di peso accanto come lo era Horford e non un facilmente sormontabile Kevin Love, che comunque in attacco si prende le sue responsabilità.

Poi c’è lui, il Re. Che rimane sempre lui, alla fine della fiera. I canestri che ha messo a referto contro Washington sono indicativi del suo attuale stato mentale. Non tanto per il numero complessivo di punti (che 57 sono tanti) né per il record di 29.000 dobloni superato (più giovane di sempre a farlo), quanto per il modo. Sempre al ferro, post basso, penetrazioni, tiri aperti, una complessità dei modi di segnare che lascia basiti, magari non eleganti jordanescamente, ma di lebroniana efficacia. 
Doveva essere un segnale e così è stato, per recepirlo ed usarlo servirà certamente del tempo, mancano ancora circa 70 partite, resta da vedere con chi alla guida e con chi in campo.

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