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Detroit Pistons preview 2020/2021: cercasi cambio di marcia

di Luigi Ercolani
Pistons preview 2020/2021

Per dare un’idea del tempo che “fugge/e non s’arresta una hora”, come avrebbe detto Francesco Petrarca: nell’anno in cui Detroit ha vinto l’ultimo anello, Mark Zuckerberg ha inventato Facebook; nell’anno in cui Detroit è andata l’ultima volta in finale, Benedetto XVI è stato eletto papa; nell’anno in cui Detroit ha giocato l’ultima finale di Conference è fallita la Lehman Brothers e crollata l’economia globale.

Al di là degli incroci della storia, sembra proprio che nel Michigan le prospettive cestistiche siano abbastanza grame. Dal 2009 la squadra è andata ai playoffs solo tre volte, raccogliendo altrettanti rotondi 4-0. I Cleveland Cavaliers di LeBron James, tanto la versione 1.0 quanto quella 2.0, e i Milwaukee Bucks di Giannis Antetokounmpo hanno esteso la carestia post-stagionale di Detroit a un periodo non tollerabile, per una squadra che ha portato a casa tre anelli e giocato sette finali. I proprietari sono stati due, Karen Davidson e Tom Gores. I general manager quattro: Joe Dumars, Jeff Bower, Ed Stefanski, che ora è presidente, e ora Troy Weaver che ne ha preso il posto. Gli allenatori sette: Michael Curry, John Kuester, Lawrence Frank, Maurice Cheeks, John Loyer, Stan Van Gundy e ora Dwane Casey. Alcuni di questi erano veri carneadi, altri specialisti che non sono riusciti ad imprimere alla squadra il cambio di marcia.

Persino il palazzo dello sport è cambiato: da quell’Auburn Hills che subito fa venire in mente la rissa contro gli Indiana Pacers ci si è trasferiti alla Little Caesars Arena, nella zona sud-est della città. Solo la qualità dei risultati è rimasta identica: scadente, a essere generosi.

I movimenti nella off-season

Pistons preview 2020/2021

Killian Hayes.

Quella dei Pistons è stata una off-season dai due volti. Al draft la franchigia del Michigan ha fatto quello che doveva fare: con la scelta numero 7 è stata selezionata la point-guard Killian Hayes, a cui verranno affidate le chiavi della squadra, ottenendo poi l’ala Saddiq Bey poi tramite la trade a tre che ha visto Luke Kennard andare ai Los Angeles Clippers e Bruce Brown prendere la via dei Brooklyn Nets; sempre dal draft, via sign and trade con gli Houston Rockets che hanno acquisito Christian Wood, è giunto Isaiah Stewart, ala proveniente da Washington.

In free agency i Pistons si sono resi protagonisti di arrivi esponenziali di lunghi a roster che hanno lasciato un po’ tutti spiazzati: prima hanno acquisito Tony Bradley per poi tradarlo ai Philadelphia Sixers per Zhaire Smith (successivamente tagliato). Mason Plumlee è stato firmato con un triennale da 25 milioni di dollari, assieme ad un altro centro, Jahlil Okafor (biennale). A loro si è aggiunto Jerami Grant, il colpo più significativo, con un contratto da 60 milioni di dollari complessivi in tre anni nell’ambito di una sign and trade che ha visto coinvolti i Denver Nuggets.

Delon Wright è arrivato in uno scambio a tre assieme a Oklahoma City Thunder e Dallas Mavericks. Sono stati poi firmati Josh Jackson, Wayne Ellington e Deividas Sirvydis.

Pistons preview 2020/2021: il gioco

Finals 2011: LeBron James riconosce che gran parte del merito delle prove opache che ha offerto sono da ascrivere alla difesa dei Dallas Mavericks. Quella difesa è guidata dall’allora assistente Dwane Casey, un passato da allenatore dei Minnesota Timberwolves: il coach nativo di Indianapolis a Dallas ha imperniato la propria retroguardia sull’atletismo e la rapidità di movimenti di Tyson Chandler, che era arrivato in estate per sostituire il più plantigrado Erik Dampier.

Ora, da capo allenatore, Casey non deve più occuparsi solo degli aspetti legati alla schermatura del proprio canestro, ma il fatto che il training camp si sia incentrato molto sulla difesa rivela che quella sarà una chiave dei successi dei Pistons. Per quanto si è visto finora, il coach sta cercando di implementare diversi concetti: pressione al portatore di palla muovendosi in modo aggressivo; contatto fisico quando gli avversari guadagnano il post basso; contestazione dei tiri; show dei lunghi in punta e in ala, con recupero immediato della posizione; chiusura triplice nel caso di penetrazione centrale.

Proteggere il pitturato è la componente fondamentale della difesa dei Pistons.

Non essendo però il basket uno sport in cui si possa puntare a fare risultato non subendo canestri, ovviamente l’attacco sarà un aspetto non di poco conto. Dei dieci giocatori che l’anno passato sono andati in doppia cifra ne sono rimasti tre: Derrick Rose, Blake Griffin e Jordan McRae. Tradotto dall’nbaese suona più meno come “Essere il venticinquesimo attacco nella Lega con 107.2 punti fatti non ci ha molto soddisfatto, per cui facciamo piazza pulita”. D’altra parte, se vinci solo venti partite pur avendo una difesa che si piazza a metà della relativa graduatoria (110.8, quindicesima), è chiaro che il problema sia la produzione di punti.

Così, coach Casey e la dirigenza sono corsi subito ai ripari. Hanno mantenuto a roster le proprie due ex-stelle di prima grandezza e messo attorno un parco di giocatori che dovrebbero, nelle intenzioni, essere complementari. Il pallino sarà in mano a Killian Hayes, che potrebbe inaugurare una buona intesta a giocare il pick and roll centrale con Mason Plumlee e Isaiah Stewart, o il pick and pop con Griffin. In questo senso, sta venendo catechizzato a dovere da D-Rose, pronto a insegnarli diversi trucchi per rimanere al top nella lega con continuità.

Il pick and roll per trovare sbocchi offensivi, come questo.

Si punterà inoltre su movimento continuo e un utilizzo di Griffin come punto d’aggancio dalla media distanza per un isolamento o uno scarico fuori dal perimetro che porti a un tiro non contestato, o come bloccante per l’uscita di un esterno. Lo stesso prodotto di Oklahoma, inoltre, è parso in ottima forma nelle situazioni di contropiede, in cui la sua velocità di base e il suo fisico massiccio sono un mix da cui si possono trarre possibili vantaggi. Saà da vedere come Casey impiegherà Grant: l’ex Denver Nuggets potrebbe essere schierato da ala piccola, con compiti difensivi, anche se potrebbe venire utili in situazioni di catch and shoot, dove lo scorso hanno ha tirato col 39.3% dal campo (poco pià di un tentativo su quattro realizzato).  Numeri che potrebbero in qualche modo lievitare.

Un potenziale fattore: Mason Plumlee

Pistons preview 2020/2021

Mason Plumlee.

Se nell’estate del 2015 qualcuno avesse detto a un qualsiasi interlocutore interessato alla NBA che nel giro di cinque anni il panchinaro dei Nets e prodotto di Duke Mason Plumlee sarebbe stato titolare in luogo dell’allora rising star di Duke e suo successore Jahlil Okafor, presumibilmente per il soggetto in questione sarebbe stato invocato un ricovero immediato nella più vicina struttura di sostegno psicologico. Le promesse, però, si sa che possono anche non venire mantenute, e così il centro di origini nigeriane parte dietro di due posizioni rispetto al suo predecessore in maglia Blue Devils, scavalcato anche dall’ex-pugile e calciatore Stewart.

Così, accanto a Blake Griffin, che quando è sano resta sempre un signor giocatore, Mason Plumlee per i Pistons può rivelarsi davvero determinante nella corsa verso la redenzione. La sua capacità di leggere il gioco anche spalle a canestro, il suo atletismo sempre in controllo, la sua bravura nel prendere posizione per ricevere lo scarico sulle penetrazioni e la sua leadership possono dimostrarsi davvero cruciali per stabilire i termini con cui Detroit approccerà e affronterà la stagione che viene. A lui non si chiede di segnare, ma di mettere nelle condizioni di far segnare: un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. In carriera ha fatto più playoffs in campo (cinque volte) che a casa (tre), e questo è un’ulteriore esperienza a cui la sua squadra dovrà attingere, visto che ne necessita come poche.

Pistons preview 2020/2021: le aspettative stagionali

Non abusare ulteriormente della pazienza dei propri fan potrebbe essere un punto di partenza. Detroit al momento non ha altre prospettive se non dare di più e fare meglio della passata stagione, che sarebbe già di per sé un risultato non da poco.

La gestione accentratrice di Stan Van Gundy molto probabilmente ha riportato indietro l’orologio e costretto a un progetto di ricostruzione più lungo, ma non per questo i Pistons possono permettersi una stagione in cui il tanking sia mantra ineluttabile. Coach Casey e i suoi giocatori dovranno, viceversa, impegnarsi a restituire ai sostenitori (e, ça va sans dire, anche agli investitori della franchigia) quel gusto di basket che sembra essersi smarrito nella principale città del Michigan.

Il 20-46 della scorsa, pur funestata da tutto quello che sappiamo, è il peggior risultato fatto registrare dalla squadra nel corso di questa infausta decade e mezzo. È assolutamente necessario invertire la tendenza, per evitare di diventare una delle squadre-materasso per eccellenza delle NBA. La storia e le stelle passate dei Pistons non lo meriterebbero per alcuna ragione al mondo.

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