Ci avviciniamo alla metà di maggio, ci avviciniamo alle finali di Conference di una postseason che non ha deluso le attese di addetti ai lavori e appassionati.
Da una parte vedremo i Milwaukee Bucks, con il miglior record dell’intera NBA mantenuto anche durante i playoff, sfidarsi contro i Toronto Raptors portati in fondo ad Est dal buzzer beater di un mostruoso Kawhi Leonard. Dall’altra invece, quella dove il sole sorge un po’ più tardi, ci sarà lo scontro fra i campioni in carica, i Golden State Warriors (e fin qui nessuna sorpresa) e i Portland Trail Blazers, una delle rivelazioni stagionali.
Arrivati a questo punto, dopo più di 90 partite disputate da ogni pretendente al Larry O’Brien Trophy rimasta ancora in gioco, ogni partita di entrambe le serie può essere decisa da un dettaglio, da un rimbalzo, o, come abbiamo recentemente avuto modo di notare, da un paio di carambole sul ferro che spediscono qualcuno in Paradiso e gli altri, in lacrime, all’Inferno.
Se ad est gli inevitabili, decisivi, possessi della serie saranno fra le mani di Leonard e di Antetokounmpo, ad ovest, complice anche l’assenza di KD almeno per i primi due confronti, saranno le due point guard ad indirizzare,più degli altri, la serie.
Damian Lillard torna a casa sua, Oakland, per sfidare il miglior tiratore del pianeta, Stephen Curry.
CURRY-LILLARD: IL CAMMINO NEI PLAYOFF
Il cammino dei duellanti verso queste Western Conference Finals è stato, ovviamente, diverso, rispecchiando ciò che è stato per le rispettive franchigie. Per un Curry che sta tirando malino dalla lunga distanza in questi playoff (37.1%) c’è un Lillard che, dopo i fuochi d’artificio nella serie contro OKC, ha visto le proprie medie abbassarsi arrivando molto vicino alla pg della Baia (37.5%).
Ma andando oltre le percentuali, non sono molti i punti, di squadra ed individuali, ad accomunare i protagonisti di queste righe.
Curry ha iniziato in sordina la serie contro i Los Angeles Clippers, ricevendo più critiche che elogi (questi ultimi sono andati a Kevin Durant, a grandi tratti immarcabile) tirando male, soprattutto da 3. Nelle prime 4 partite della serie contro gli Houston Rockets è rimasto sulla falsariga della serie precedente, con i suoi che dopo aver mantenuto il fattore campo alla Oracle Arena per le prime due partite, venivano sconfitti in gara 3 e 4 a Houston.
In gara 5, esattamente come era accaduto l’anno scorso per Chris Paul, tocca a Golden State accertare l’infortunio a una delle sue stelle, che destino vuole, sia proprio il miglior giocatore dei Warriors fino a quel momento: KD Nessun problema, Curry torna in modalità splash e prima la chiude con un tiro da 7 metri che dimostra a tutti quanto ghiaccio sia ancora presente nelle sue vene, poi si presenta a gara 6 a Houston dove nello spazio dedicato al riscaldamento individuale dei giocatori, viene raggiunto da Chris Paul che gli comunica di lasciare il parquet, in quanto dovesse essere ad uso esclusivo dei padroni di casa (almeno in quel momento) per prepararsi alla sfida decisiva.
Risultato? “Kick me off the court again” – 33 punti messi tutti nel 2° tempo, Warriors in finale di Conference.
Per Damian Lillard invece, questi playoff sono stati tutta un’altra storia.
Dopo aver eliminato OKC senza troppi patemi, con un buzzer beater che è già diventato già icona, la serie contro i Denver Nuggets è stata una maratona che, oltre alle 7 gare di cui una con 4 supplementari, ha forgiato la compattezza dei ragazzi di coach Terry Stotts, che di squadra hanno giocato e da squadra hanno vinto. Il numero 0, nativo proprio di Oakland, ha giocato una serie tenendo un buon rendimento offensivo, anche se lo strapotere in fase realizzativa dimostrato con Westbrook & Co. è venuto fuori solo a tratti nelle sfide contro i Nuggets, che si sono dovuti arrendere alla prestazione mostruosa dell’altro compagno di merende dell’Oregon, al secolo CJ McCollum, nella decisiva settima partita.
C’è un fattore chiave però, un fil rouge che lega tutta la storia NBA di Lillard: quando ci si aspetta qualcosa da lui, difficilmente manca l’appuntamento. Vi ricordate il rendimento il suo subito dopo l’esclusione dall’All Star game di due anni fa? Vi ricordate le discussioni del 2012/2013 su chi dovesse essere il Rookie Of The Year? O le critiche ricevute nel corso di questa stagione, riguardo a quanto il suo rapporto con i compagni per lui contasse di più rispetto ad una bacheca personale piena di trofei?
Ecco, l’All Star Damian Lillard, Rookie of the Year 2013, ha portato un gruppo di giocatori iper-legati fra loro alle finali di Conference, in barba a squadre che erano considerate più adatte ad un palcoscenico del genere. Attenzione, perché l’orologio che indica quando scatta il Dame Time, potrebbe suonare anche a Oakland.
LA SFIDA
Certo, anche solo pensare che Portland possa portare alla settima partita Golden State, che fino ad ora è stata portata alla sesta gara sia dai Clippers che dai Rockets, battuti entrambi a domicilio senza dover scomodare gli addetti della Oracle ad allestire per gara 7, è ancora appannaggio dei tifosi e di qualche romantico. È vero che la serie”dei precedenti stagionali dice 2-2, con una vittoria Portland per 110-109, sul parquet della Oracle, ottenuta proprio grazie ad una tripla nel finale di Lillard; ma è altrettanto vero che i playoff sono tutta un’altra storia.
Il duello fra due delle point guard più forti della lega, oltre che due dei più grandi tiratori di questa epoca, potrebbe regalarci uno spettacolo a ritmi e range di tiro elevatissimi. Che vengano da due postseason abbastanza differenti lo abbiamo detto, ma ci sono altri fattori che legano i protagonisti e che rendono questa sfida unica nel suo genere. Abbiamo a che fare con due giocatori che hanno imparato bene ciò che diceva Kipling quando teorizzava come la forza del lupo stesse nel branco, e la forza del branco fosse nel lupo. Golden State è un sistema cestistico fatto di giocatori estremamente consapevoli che si mettono al servizio l’uno dell’altro, nel quale l’emersione di Curry è dovuta, paradossalmente, alla sua capacità di mettersi al servizio dei compagni, di giocare, correre, bloccare per loro. È un sistema nel quale il paradosso viene accettato come risoluzione di situazioni particolari, come ad esempio può essere un tiro in corsa di Curry, dal palleggio, da 9 metri, ma che non porta benefici al suo attore principale (KD permettendo) grazie alle situazioni di isolamento che per lui vengono create, anzi, è passandosi il pallone come nessun altro nella NBA attuale (numeri alla mano) che Steph ne esce da protagonista. Questo perché la sua capacità di comprendere il sistema Warriors, di starci dentro e di farlo rendere, è unica. Esattamente come la possibilità di Golden State di trovare protagonisti sempre nuovi nel caso in cui i soliti noti abbiano le polveri bagnate.
Un po’ come Il lupo che ha la forza nel branco.
Contro Portland questi concetti dovranno però essere estremizzati, perché per non farsi cogliere impreparati dai ragazzi della Rip City, una delle chiavi sarà testare la tenuta difensiva del duo Lillard-McCollum, a maggior ragione col punto interrogativo che pende sulla presenza di Rodney Hood (un fattore contro Denver), che difensivamente ha permesso fino a qui qualche turno di riposo al già citato duo.
Curry è atteso quindi da una sfida nella sfida: attaccare Lillard, dal palleggio, lontano dalla palla, dal lato debole, ogni volta che può insomma. Il motivo è abbastanza evidente, bisogna togliere energie a Damian quando toccherà a lui avere la palla in mano, tenendo in considerazione quanto possa incidere sulla psiche di un giocatore vedere Curry fare quello che vuole in attacco, nonostante gli sforzi difensivi messi in atto.Un Curry che potrebbe fare meno affidamento sul tiro dal palleggio, che in questi playoff l’ha un po’ tradito, per cercare di attaccare col suo primo passo Lillard, cercando di affossarlo, oltre che psicologicamente o fisicamente, anche sul referto alla voce falli commessi.
Il ruolo di direttore d’orchestra per Golden State, ovviamente di Curry, in questa serie sarà un fattore determinante. Se i Warriors saranno in grado di attaccare ripetutamente Lillard, oltre che di ingabbiarlo con gli abituali cambi difensivi dei ragazzi di Steve Kerr, specie coi quintetti piccoli cui da quelle parti sono obbligati viste le assenze di DMC e KD, la serie potrebbe prendere la piega pronosticata da (quasi) tutti.
Non è scontato che le necessità di Portland sul series plan differiscano da quelle di GS. Per capirci, alzare il ritmo può essere una prerogativa anche per i ragazzi di coach Stotts, vista la capacità di Portland di reggere il ritmo alto e soprattutto vista l’inclinazione a rimbalzo offensivo di Enes Kanter, che ben posizionato potrebbe concedere diverse doppie chanches di realizzazione ai suoi, permettendo a Lillard e l’intero backcourt dei Trail Blazers di prendere più tiri in situazioni di transizione e semi transizione. Proprio Lillard avrà gli occhi addosso non solo della sua città natale e di quella che rappresenta, portata a questo punto nei playoff dopo 19 anni di lunga attesa, ma anche dell’intera lega. Sarà fondamentale la lucidità del numero 0 dell’Oregon nell’affrontare un giocatore che ha già dimostrato la sua capacità di giocare 2/3 partite all’interno della stessa gara, uscendone quasi sempre da vincitore.
Per Lillard la sfida è soprattutto difensiva, ma questo non significa che dovrà limitarsi a difendere, anzi. Ricordate la serie contro OKC, la quantità immane di scivolamenti difensivi per contenere quello che è probabilmente il primo passo più esplosivo del Mondo, quello di Westbrook? I risultati dietro arrivarono, ed in attacco, beh… chi ricordate come MVP di quella serie? In questa serie le possibilità di essere attaccato nei primi secondi dell’azione da un Curry che arriva a tutta velocità dal palleggio sono alte, ma questo apre anche a diversi ribaltamenti di fronte, se la transizione difensiva di Portland saprà essere di livello.
Difendere forte, ripartire subito e dare la palla in mano a Damian, che in attacco dovrà stare molto attento alle trappole di GS, ma che avrà una quantità di tiri (magari dal midrange, ambito in cui eccelle McCollum e nel quale lui è un po’ riluttante a prendersi dei tiri) adeguata per far capire alla Oracle che a uno splash guy Oakland aveva dato la luce il 15 luglio del 1990, ma che la palla a spicchi ha portato lontano, verso Nord Ovest.
Finalmente, le finali ad Ovest stanno per iniziare. Finalmente, avrà inizio anche il duello più atteso.



