Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsLos Angeles LakersI Lakers e la rebuilding: perchè non tradare Russell e compagnia cantante

I Lakers e la rebuilding: perchè non tradare Russell e compagnia cantante

di Olivio Daniele Maggio

Si sa, i cicli in NBA vanno e vengono, e per risalire la china spesso ci vuole un bel periodo di ricostruzione, curato nei minimi dettagli. Per mettere in piedi una squadra vincente spesso i general manager pescano dal draft (e non solo) i giovani più talentuosi e adatti ai relativi progetti, per farli maturare e renderli dei campioni. A tal proposito ci vuole pazienza, tanta pazienza: la stessa che dovranno avere i tifosi e il front office dei Los Angeles Lakers per vedere risplendere la loro franchigia. Ma per quanto tempo l’avranno?

Julius Randle.

Julius Randle.

Si sa, la piazza gialloviola non è di certo abituata ad affidarsi spesso a questa pratica per rifarsi totalmente il look col fine di andare a lottare per il titolo. Questa strada, per forza di cose, si è dovuta intraprendere da qualche anno a questa parte: durante il draft 2014, Julius Randle è stato scelto con la settima chiamata assoluta (anche se poi ha esordito effettivamente in questa stagione dopo la frattura della tibia), mentre Jordan Clarkson è arrivato con la quarantaseiesima scelta tramite i Washington Wizards. Nello scorso draft invece i Lakers hanno usufruito della seconda chiamata per selezionare D’Angelo Russell proveniente da Ohio State.  I tre giovani rappresentano una delle basi per risollevare le sorti, anche se Colin Cowherd ha lanciato l’ipotesi che vorrebbe i talentini lacustri impiegati come pedine di scambio per arrivare ad una superstar nella prossima offseason.

Qui sorge più di qualche interrogativo: cedere questi prospetti accelererebbe il processo di rebuilding? Ci sarebbero squadre interessate a questo tipo di affare? Non è meglio aspettare ancora un po’ di tempo prima di tirare conclusioni su ogni singolo giocatore?

Già, non è detto che l’arrivo di un top player porterebbe avanti il compimento delle operazioni. Anzi, si rischierebbe di dover ricominciare da capo col progetto ma, soprattutto, difficilmente ci sarà qualcuno pronto a scambiare un elemento di spicco del proprio roster per qualche giovane che ancora deve crescere tanto. Crescere appunto, nel bene e nel male: in un contesto attuale come quello dei Lakers è davvero difficile giudicare appieno di che pasta siano fatti Russell e compagnia cantante. Sarebbe più utile testare le loro capacità in un sistema con le idee di gioco più chiare, mentendogli affianco un head coach adatto al caso che possa farli da tutor ( come hanno fatto i Boston Celtics con Brad Stevens e gli Orlando Magic con Scott Skiles). Byron Scott dovrebbe rimanere fino a fine stagione, ma il suo destino probabilmente sarà lontano dalla Città degli Angeli: finora non è riuscito a dare ai gialloviola una vera e propria anima e la gestione dei ragazzi (in particolare quella del play numero 1) è sempre tema di discussione. Mandare via dei potenziali campioni in maniera precoce potrebbe non essere del tutto costruttivo. Anche se si riuscisse ipoteticamente ad ottenere un pezzo grosso in cambio non è detto che possa convincere altri a sposare la causa, perchè per trionfare in NBA bisogna un piano convincente e dalle sane fondamenta.

La parola ricostruzione dunque, anche se in controtendenza alla corrente di pensiero che ha caratterizzato i losangelini, dovrà essere interpretata alla lettera perchè, salvo clamorosi colpi di genio, difficilmente i tempi verranno accorciati. Bisognerà solo avere fiducia in D’Angelo Russell, Julius e Jordan Clarkson (che comunque andrà rifirmato perchè diverrà free agent) e cercare di utilizzare in estate lo spazio salariale nella maniera più sapiente possibile. E un altro aiuto potrebbe arrivare dal draft 2016, se verrà mantenuta la top 3 protected pick

 

 

 

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