Home NBA, National Basketball AssociationRyan McDonough ed i Phoenix Suns: quale futuro in Arizona?

Ryan McDonough ed i Phoenix Suns: quale futuro in Arizona?

di Niccolo Coveri

In casa Phoenix Suns, tiene banco la questione futuro: tank estremo in queste ultime gare della stagione per arrivare alla lottery nel miglior modo possibile. Interessante è la questione relativa a tre giocatori della franchigia dell’Arizona.

Eric Bledsoe: 43,5 milioni in 3 anni.
Brandon Knight: 56 milioni in 4.
Tyson Chandler: 39 milioni in 3.
Se questi sono i giocatori che incidono di più sul tuo monte stipendi e, al momento, sono tutti fuori squadra per “management decision”, qualcosa non deve essere andato esattamente come avevi programmato. Agli ultimi due, accantonati dopo esser stati offerti senza fortuna a mezza NBA prima della deadline, si è aggiunto in questi giorni anche Bledsoe: Teoricamente la stella dei Suns. Ufficialmente infortunato. Praticamente uno troppo forte per una squadra che “deve perdere”.

Eric Bledsoe

Eric Bledsoe dovrà maturare insieme ai suoi compagni.

E dire che McDonough, tra i più giovani executive della lega e con un curriculum di tutto rispetto (chiedere info ai Celtics dei Big3 ), aveva cominciato alla grande il suo percorso, trasformando una squadra stra-perdente nei sorprendenti Suns del 2013/2014: +23 vittorie, a un passo dai playoff e con un super Dragic eletto MIP. Un fuoco di paglia, perché da quell’annata positiva le cose a livello tecnico e manageriale per i “soli” dell’Arizona sono andate decisamente a Sud.

Nonostante gli esiti positivi l’esperimento doppio playmaker non aveva sortito esattamente gli effetti sperati, anzi. “The Dragon”, alla miglior stagione della carriera e ad un passo dalla chiamata per il gran galà delle stelle, si era espresso al meglio proprio in corrispondenza dell’infortunio del compagno Bledsoe, presente in sole 43 delle 82 gare di Regular Season. Segnale non esattamente recepito, perché i Suns si misero in modalità “abbiamo fatto bene con due, faremo ancora meglio con tre” e nell’estate seguente siglarono una Sign&trade per arrivare a Isaiah Thomas (riuscendo ad accaparrarselo per una cifra ridicola).

Dragic, annusata un’altra convivenza infelice, espresse ben presto il suo dissenso e venne di li a poco dirottato agli Heat per una marea di prime scelte. Nel bailamme di firme cessioni e vattelapesca che confusero persino analyst e tifosi della prima ora, a Phoenix riuscirono comunque a mantenere una parvenza di decenza, oscillando sempre nella mediocrità e tenendosi lontani sia dai playoff sia dalle ultimissime posizioni, guadagnando così solo scelte in zona lottery-borderline.
L’unica Top5 racimolata, quella del 2013, i Suns la spesero per draftare il misterioso 7 piedi europeo Alex Len. Del corpaccione made in Ucraina in quattro stagioni si è potuto sinceramente apprezzare ben poco e in linea di massima a balzare all’occhio sono stati più i numerosi limiti, soprattutto dal punto di vista realizzativo, che i pregi. A sua parziale discolpa però, a non facilitare un’eventuale crescita ha contribuito indubbiamente la firma nell’estate 2015 di Tyson Chandler – sempre sia lodato – con il pluriennale a dir poco ancelottiano descritto sopra (immaginatevi il sopracciglio alzato perplesso).
Perché mai una squadra in rifondazione dovrebbe “committarsi” con un contratto così lungo e pesante verso un giocatore che, con enorme rispetto per una carriera splendida, pare ormai diretto verso il viale del tramonto?
Il motivo di quella firma semi-sconsiderata fu di fornire a LaMarcus Aldridge un incentivo per seguirlo in Arizona. Tentativo onesto visto il palo incredibile ricevuto da Love pochi mesi prima, ma altrettanto infruttuoso.

Non bastasse, per far posto a quel pluriennale, McDonough fu costretto preventivamente a snellire il roster e a regalare Marcus Morris ai Pistons, scatenando ovviamente le ire funeste del fratello gemello Markieff – anch’egli poi spedito nella capitale e ora uno dei 4 tattici più ambiti della lega.
Dulcis in fundo, Thomas e il suo contratto ridicolo (8×4) furono riciclati dopo appena 46 partite verso i bisognosi Boston Celtics, che ancora ringraziano calorosamente. Ora I.T. è “The King of the Fourth”, un Pluri-AllStar, l’idolo di Boston e tutto il resto. Quello preso per sostituirlo, Knight, al momento ha forse uno dei contratti più scomodi della lega e un RealPlusMinus che nemmeno voi al campetto da ubriachi.
Quel Brandon Knight che molti di voi ricorderanno più che altro per quella finta con cui Irving all’ASG dei rookie/sophomore lo mandò in un universo parallelo, e che è la dimostrazione vivente che i numeri a volte dicono tutto e il contrario di tutto. E che fare una stagione da 19+5+4 non significa essere necessariamente un giocatore utile/funzionale.

La dirigenza ha ammesso più volte di ispirarsi al modus operandi dell’Alamo e Coach Watson ha impostato sostanzialmente una pallacanestro in stile San Antonio. Se è vero che i Suns stanno disperatamente provando ad essere come gli Spurs, o a lavorare nello stesso modo, al momento sembra più realistico avvicinarli al modello Sixers, con un sacco di prospetti interessanti a roster che non sai come/se riusciranno a coesistere e un piccolo fondamentale miracolo: quello che a Phila chiamano “The Process” e in Arizona chiamano Devin Booker.

Il vanto di McDonough, e probabilmente l’unica cosa che al momento lo tiene ancora inchiodato a quella sedia, fu scelto nel Draft 2015 alla numero 13. Uno finito così in basso in quell’annata solo a causa della spaventosa profondità dei Wildcats di Calipari (7 dichiarati al draft, 6 scelti. Record assoluto in un singolo draft). Era la squadra di Towns, Lyles, Cauley-Stein e i fratelli Harrison; Booker era parso solo un efficientissimo spot-up shooter.
Ma dall’essere un futuro JJ Redick a quarantelleggiare il passo è stato breve. Per intenderci parliamo di uno che ma 21 (anni) non li ha ancora compiuti ma 21 (punti) li mette a referto regolarmente tutte le sere e ciò lo rende membro di un ristrettissimo club di cui han fatto parte in passato solo in cinque: LeBron James, Kevin Durant, Shaquille O’Neal, Kyrie Irving e Carmelo Anthony. Tutte scelte Top3. Tutti futuri HOF.

Se Booker ha tutta l’aria di essere un predestinato, a Phoenix ci sono altri giovani interessanti da tenere d’occhio. In primis il duo di Ali Forti Bender-Chriss, il primo scelto alla numero 4 ed il secondo acquisito in uno scambio fuffa con i Kings. Il 7 piedi ucraino è un vero e proprio lungo Porzingis-type con skills da esterno, range, buon ball handling e un QI cestistico elevato. Marqueese Chriss, il suo esatto alter-ego, è invece un 6-10 atletico ed esplosivo, letale in transizione ma ancora da sgrezzare in termini di comprensione del gioco. Occhio anche al piccolissimo, stavolta di statura (1,75 con le scarpe), Tyler Ulis, un altro della famiglia Wildcats e un altro capace di smistarla in maniera discreta come dimostra il “Bob Cousy Award” vinto ai tempi del college.

Ulis è stato il primo beneficiario del riposo forzato di Bledsoe, ma dal #2 dei Suns passa volente o nolente buona parte del destino dei soli.
Diamo a Cesare quel che è di Cesare, portarlo in Arizona fu una vera e propria magia di McD, che riuscì ad accaparrarselo dai Clippers per una seconda scelta e Dudley – poi ripreso la scorsa estate da free agent. L’ex Kentucky attualmente è forse nella miglior stagione della carriera:
21.1 Pts
4.9 Reb
6.3 Ast
49.3 EFG%

ma per quanto abbia affinato il proprio gioco offensivo, 93esimo percentile da portatore di palla nel pick’n’roll, Bledsoe ha gradualmente tralasciato quello difensivo e sembra inadatto per il tipo di gioco pensato da Coach Watson, in cui tutti devono essere capaci di essere efficaci con o senza palla (lo testimonia anche il 35% in situazioni di catch&shoot).
In sostanza uno “good but not great” che volente o nolente devi considerare anche come pedina di scambio futura. O che puoi esser costretto a panchinare per lasciare liberi i tuoi giovani di trarre il meglio da un’ennesima stagione fallimentare.
Come abbiamo visto nel corso degli ultimi anni a Phoenix hanno sbagliato (e tanto) ma hanno anche avuto la fortuna (o la bravura, scegliete voi) di mettersi in casa un crack e qualche potenziale buon giocatore.
Ora è il momento di metterli nelle condizioni migliori di crescere.

In questa parte del rebuilding comunemente chiamata “No Panic”, la prossima estate sembra avere un importanza fondamentale.
I Suns hanno spazio salariale e tutte le proprie prime scelte, comprese quelle ricevute dagli Heat nella trade Dragic (non protetta 2021 e top7Prot. nel 2018). Perdere e perderemo al momento deve essere l’imperativo, nella speranza che i giovani traggano il meglio dal peggio e la dirigenza si dimostri più lungimirante del previsto.
Per una franchigia che si appresta ad entrare nel cinquantesimo anno di vita e non ha mai assaporato il gusto della vittoria, le vie di mezzo non sono più un’opzione considerabile. Vincere o perdere. Tutto o niente. Per avere la speranza di veder fiorire qualcosa nel deserto dell’Arizona.

PS: Per gli amanti delle ricorrenze.
E’ la stagione 1992/1993 quando Barkley arriva da Philadelphia. La 2004/2005 quando Nash viene pescato nella free agency. Oggi, ad altri 12 anni di distanza, i Suns potrebbero aver posto le basi per un nuovo ciclo. E il loro terzo MVP, potrebbero averlo già in casa…

And One…

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