Rivoluzionario, combattente, vincente. Questo e tanto altro è stato Kevin Garnett. Uno degli interpreti più straordinari che la storia del gioco creato da James Naismith ricordi.
Bravo in entrambe le metà campo, eccelso nella gestione di un corpo all’apparenza complesso, il “figlio” di Greenville ha reinventato il concetto di ala, aprendo la strada ai terzi e quarti dell’attuale generazione di cestisti NBA. Lo stesso Garnett in un’intervista rilasciata alla celebre rivista Sports Illustrated, risalente al 2003, disse: “essere versatile è ciò che mi rende diverso. Non mi preoccupo di definire troppo la mia posizione”.
Contattato da Michael Pina, insider di GQ Sports, l’ex star dei Twolves si è aperto a un lungo confessionale nel quale sono emerse aspetti e sfumature davvero interessanti.
La carriera del prodotto della Farragut Academy ha sempre viaggiato su un filo conduttore ben preciso. L’indomabile fame agonistica. Garnett ha fatto di questa qualità mentale una delle armi più efficienti del suo esteso arsenale. Una caratteristica che cercava di imprimere anche ai suoi compagni di squadra.
Tuttavia, la perfezione impone l’esercizio anche in questi aspetti. Allorché era raro trovare “The Big Ticket” immerso in una preparazione psicologica pre-gara, quasi fosse un rito. Testate al muro, pugni sul petto e sputi erano una parte importante di tale processo.
“Quando sbattevo la testa sul retro della porta prima delle partite, si trattava solo di preparazione. Avete mai visto ‘Bones’ Jones combattere? Prima che Jones iniziava, si batteva diverse volte i pugni sul petto. Quella è l’attivazione muscolare. A volte le urla sono solo una liberazione (…9 Avevo così tanta f*****a energia che dovevo solo… a volte, bevevo il Gatorade e lo sputavo in aria, c***o”.
Iniziato l’incontro, il nativo della Carolina del Sud varcava le soglie di una dimensione estrinseca dall’ambiente, una stanza buia, così la descrive, in cui continuava a correre imperterrito, venendo perpetuamente a contatto con i corpi degli avversari.
“Avete presente la sensazione che si ha quando entri in una stanza buia e non riesci a vedere nulla? E stai usando i tuoi sensi e il tuo tocco per attraversarla con cautela? Beh, immaginate di correre a tutta velocità attraverso quel buio, e poi qualsiasi cosa tu colpisca, la colpisci”.
Kevin Garnett, trash talking e rimpianti: “Mi chiedo come sarebbe stato giocare con Kobe Bryant”
Garnett era solito giocare una partita nella partita. La prima sul fronte tecnico e fisico, la seconda improntata sull’avversario. Il fine era quello di prosciugare le condizioni mentali dell’avversario, servendosi di prese in giro e insulti a volte fin troppo cruenti. Ne sa qualcosa l’ex centro dei Detroit Pistons, Charlie Villanueva, il quale vittima di alopecia areata, fu oggetto di un commento poco composto dell’allora ala dei Boston Celtics. Egli fu paragonato a un malato di cancro, commento che lo spinse poi a denunciare il fatto sul proprio canale Twitter.
E che dire delle occasioni in cui portò alle lacrime la riserva Glen Davis, definì con aggettivi scurrili la moglie di Carmelo Anthony La La Vasquez e prese di mira uno dei suoi fan più accaniti, ai tempi centro dei Bulls, Joakim Noah. Incalzato sull’argomento “The Revolution”, ha provato a difendersi, spiegando che tale approccio era funzionale al suo stile di gioco.
Se avessi saputo che Noah era un mio grande fan, probabilmente non sarei andato così duro , ma sono in competizione […] Sono un drago.[…] Non ho mai detto niente sulla famiglia di nessuno. Non ho mai detto niente a Melo su sua moglie. Sono un uomo da Frosted Flakes. Non sono un tipo da Honey Nut Cheerios. Non ho mai saputo da dove venisse tale storia. Lasciatemi chiarire questo punto”
Una delle riflessioni più frequenti, che attanagliano gli addetti ai lavori NBA, riguarda la possibilità che Garnett lasciasse Minnesota prima di aver raggiunto la soglia dei trent’anni.
Lo stesso giocatore più volte si è chiesto cosa sarebbe accaduto se fosse approdato a Boston almeno un paio di anni prima. Infatti, il quindici volte all star, ha giocato ben 12 stagioni nel Minnesota, raccogliendo meno di quello forse avrebbe meritato.
Il punto più alto fu raggiunto nella stagione 2003\04, anno in cui vinse l’MVP, quando i lupi trascinati anche da profili come Sam Cassell, Tom Gugliotta e Wally Szczerbiak, raggiunsero le finali della Western Conference, prendendo poi con i Lakers del duo Shaq-Kobe.
Arrivata l’estate del 2007, la voglia di vincere era ormai incontenibile e lo stato in cui versavano i Wolves, non permetteva più di lottare per grandi obiettivi.
Garnett chiese lo scambio e le offerte non tardarono ad arrivare. Phoenix, Lakers e Celtics in testa. I Suns affidarono le loro speranze alla stella di allora Steve Nash, che chiamò il “bigliettone” dicendogli che per approdare in Arizona avrebbe dovuto tagliarsi lo stipendio e rinunciare ad alcune prerogative da lui fissate. Chiaramente la trattativa si arenò sul nascere. Nel mentre si faceva sempre più concreta l’ipotesi di approdare in giallo-viola.
La stella di Minnesota voleva avere un contatto diretto con Kobe Bryant, il quale però all’epoca era impegnato in un tour promozionale in Cina. I due si incrociarono solo a stagione avviata.
“Avevo bisogno di avere una conversazione con lui. Non potevo parlare con Phil Jackson, allora allenatore dei Lakers. Non sono un tipo da telefono, sapete cosa sto dicendo? Ma è Kobe, sapete cosa sto dicendo? Era solo un po’ di acqua sotto i ponti. Almeno mi è sembrato così”.”
Curioso fu lo scambio che coinvolse Bryant e Garnett, durante la sfida tra Lakers e Celtics, del 30 dicembre 2007. Il numero 24 memore del mancato approdo, non esitò a punzecchiare l’ala di Boston.
Bryant: ”Ehi amico, stavi cercando di metterti in contatto con me? “
Kg: “levati dalle palle “
Bryant: ”Nah nah sono serio, amico ho appreso questa m***a in ritardo, dannazione”
Kg: “’E’ tutto a posto”
Bryant: Nah non va bene, sei nel colore sbagliato, amico, che c***o. Tra tutti i luoghi sei andato proprio a Boston”
Kg: “Amico, nah, devi rilassarti.”
Nonostante tutto, il nativo della Carolina del Sud ammette:
“Mi è sempre piaciuto giocare contro Kobe. Ma, probabilmente sarebbe stato un livello diverso giocando con lui” (…) Come saremmo stati? Se giocare con Paul Pierce era stato incredibile allora giocare con Bryant come sarebbe stato?”
L’approdo a Boston e il confronto tra LeBron James e Michael Jordan
Accantonata l’ipotesi LA e scartata l’opzione Phoenix, l’unica squadra ancora in gioco erano i Boston Celtics. I biancoverdi erano reduci da stagioni deprimenti e il gm Danny Ainge era deciso a invertire la rotta, tentando di riportare in alto la franchigia del Massachussetts.
Attorniato da qualche iniziale dubbio Garnett, scelse di approdare al TD Garden, convinto da un ex stella di Boston, Antoine Walker, che nella medesima sessione estiva aveva già agevolato l’approdo a Causeway Street di Ray Allen.
Con il senno del poi la scelta si rivelò azzeccata dato che Garnett e compagni alzarono al cielo il Larry O’Brien Trophy al primo tentativo. Inoltre Garnett ebbe il merito di incarnare alla perfezione il famoso “Celtics pride”, diventando l’idolo indiscusso di tutti i tifosi. Nondimeno, in quegli anni non mancavano avversari ostili. Oltre ai Lakers, avversari in due occasioni nelle Nba Finals, l’autorità di Boston ai vertici dell’est, era fortemente minacciata dalla presenza di LeBron James.
Il re fu protagonista di battaglie a tratti cinematografiche, prima con la casacca dei Cavs e successivamente con quella degli Heat.
Garnett però riserva parole di stima l’attuale giocatore dei Los Angeles, mettendolo a confronto con un’altra leggenda oggetto di alcune sfide: Michael Jordan.
“Michael Jordan lo guardavo come un f*****o Dio. E pensavo che fosse la mia versione di come fosse il basket. E con LeBron, era più come un piccolo amico. Ecco il piccolo amico che cresce… il piccolo amico sta diventando migliore di tutti! Dannazione!… Nel corso degli anni ho sicuramente detto qualche c*****a a lui. Gli ho sicuramente detto delle s*******e pazzesche. Lui mi ha sicuramente risposto con delle s*******e incredibili”.
E ancora riferendosi alla longevità di LeBron nella lega….
“Devi avere questo dentro di te per essere in grado di avere quelle spalle per portarla. Nessun uomo è perfetto in questa m***a, e non c’è un libro rivelatore su come agire su questa m***a. Ha fatto un grande lavoro c***o. Mi sembrava giusto dargli questo rispetto”.

