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Tim Duncan e Kevin Garnett, quel duello a colpi di trash talking

di Olivio Daniele Maggio

Fino ai primi anni 2000 la NBA è stata per molto tempo terreno fertile per i lunghi dominanti, capaci di fare la voce grossa nel pitturato e fare a sportellate con i pariruolo, fino a quando l’evoluzione del gioco non ha radicalmente cambiato la concezione dei ruoli in generale. Tra i più grandi esponenti, restringendo il campo allo spot di ala grande, troviamo due giocatori che nella lega hanno avuto un impatto considerevole: parliamo di Tim Duncan e Kevin Garnett, che non a caso verranno introdotti nella Hall of Fame nella primavera del 2021, dopo il rinvio della cerimonia fissata al prossimo 29 agosto a Springfield, assieme al compianto Kobe Bryant.

Duncan, classe 1976, è universalmente conosciuto come prototipo del quattro vecchio stampo. Un personaggio che non ha mai detto una parola fuori posto, facendo da guida silente ai suoi San Antonio Spurs a cui ha regalato prodezze e prestazioni solide: 5 gli anelli conquistati coi texani, con 3 MVP delle Finals annessi ( e 3 della regular season); KG invece ha rappresentato il primo passo verso la rivoluzione del suo ruolo mostrando di essere un giocatore dalle tante sfaccettature.  Capace di segnare in tanti modi, di impostare l’azione, di difendere forte su diversi avversari: l’estroso classe 1975 è stato leader tecnico e spirituale dei Minnesota Timberwolves (con cui ha vinto un MVP), prima di passare ai Boston Celtics dove, nel 2008, ha conquistato il Larry O’Brien Trophy. Poi la parentesi ai Brooklyn Nets e la stagione del ritiro vissuta a Minneapolis.

Nel corso della loro carriera Duncan e Garnett hanno duellato diverse volte, circa in 52 occasioni tra regular season e playoff. É The Big Fundamental ad avere un record positivo contro la propria controparte, fatto di 33 vittorie e 19 sconfitte. In campo non si sono mai risparmiati e, tra le tante battaglie, ne spunta una in particolare dove Garnett ha sfoggiato una delle doti che lo ha reso famoso, una pratica: il trash talking.

Tim Duncan e Kevin Garnett: la ricorrenza della festa della mamma

Tim Duncan e Kevin Garnett.

Siamo al 9 maggio 1999,  inizio del primo turno dei playoffs NBA. Di fronte, ad ovest, ci sono San Antonio Spurs e Minnesota Timberwolves nel classico accoppiamento tra la testa di serie della griglia e l‘ottava classificata. Lo scontro fra le due ali grandi è subito acceso: entrambi ci mettono tutta la loro fisicità e il loro carettere. In particolare The Big Ticket inizia a istigare l’avversario con dei piccoli gesti che però non intaccano la calma del prodotto di Wake Forest, che continuò a giocare la sua partita.

Ad un certo punto a Tim Duncan vengono assegnati due tiri liberi in seguito ad un fallo. Mentre si appresta ad eseguirli, Garnett gli si avvicina e gli rifila l’ennesima provocazione, stavolta andandoci giù pesante. Il giocatore dei Timberwolves sussurra: “Happy Mother’s Day, m**********r!” – ossia “Buona festa della mamma, figlio di p*****a!”                                                  Una frase beffarda, affilata come un coltello, perchè Duncan all’inizio della sua adolescenza aveva perso la madre a causa di una malattia. The Big Fundamental però non batté ciglio e  mise a segno entrambi i tentativi dalla linea della carità. Per la cronaca alla fine gli Spurs col risultato di 99-86: Duncan segnò 26 punti conditi da 12 rimbalzi e 4 assist; mentre The Revolution iscrisse sul tabellino 21 punti, 8 rimbalzi e un assist.

E questo sarebbe stato solo uno degli screzi che avrebbero generato una sorta di odio da parte di Duncan nei confronti della sua nemesi,  riuscita nel suo intento di scalfire una personalità così solida e carismatica. Sull’episodio però giace un alone di mistero: non c’è infatti una vera e propria conferma su quanto sia accaduto realmente, tantomeno dai protagonisti in ballo.

Solo rumors, voci, indiscrezioni. Che per molti però hanno un solido fondamento.

 

 

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1 Commenta

Arnaldo Arrigoni 31 Luglio 2020 - 20:56

Gli aneddoti del basket sono bellissimi. Federico Buffa ci ha abituato a racconti catalizzanti, conditi da sublimi finezze e curiosità. Ora in questo pezzo di giornalismo (senza dare definizioni post-moderne all’informazione che passa per via internautica) fa il suo, sanza infamia e senza lode, perché la forma è la sostanza restano due piani separati. Al di là della forma, però, l’informatore che informa deve studiare, ripassare e rileggere: Timmy D ha vinto 2 titoli mvp, consecutivamente. E se ci sta tanto da dire e approfondire sui suoi successi, su questi 2 titoli personali in particolare ci sarebbe tanto da raccontare. A seguire infatti KG ha vinto 1 titoli mvp, tanto per tenersi al passo con il suo rivale designato. Poi la forma è un’altra cosa, come già detto. E il basket americano è uno sport meraviglioso da raccontare.

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