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Dwight Howard: da superman a normalizzatore

di Nicolo Marchese

L’inizio di stagione dei Los Angeles Lakers viaggia su binari che migliori non potrebbero essere. 22-3, primo posto nella Western Conference e un gioco a tratti più che convincente, costruito su due eccezionali pilastri come Anthony Davis e LeBron James, ma anche su una ‘ferocia’ difensiva che da troppo tempo non si vedeva sulla sponda giallo-viola di LA.

Ciò è dovuto ad un mercato estivo che è andato verso questa direzione, con gli innesti di specialisti in materia come Danny Green ed Avery Bradley. Ma ciò che più sta sorprendendo in positivo coach Vogel e probabilmente anche tutti i tifosi Lakers è il rendimento della scommessa per antonomasia, quel Dwight Howard alla sua seconda esperienza da queste parti, ma in un momento storico completamente diverso.

Dwight Howard: la sliding door verso il riscatto

Steve Nash, Metta World Peace, Bryant, Howard e Gasol nella stagione 2012/2013.

Il primo Howard arrivò ai Lakers da dominatore dell’area con la maglia degli Orlando Magic, uno dei perni di quella squadra allenata da Stan Van Gundy che arrivò alle finali del 2009, poi perse proprio contro LA. Difensore eccezionale, atleta indescrivibile, l’idea era che potesse andare a costituire, con Kobe Bryant, Pau Gasol e Steve Nash, un quintetto formidabile, al limite dell’imbattibile. La realtà, com’è risaputo, fu ben diversa.

Quella versione dei Lakers si qualificò a fatica ai playoffs, complici gli infortuni a Nash e Kobe, per poi uscire al primo turno, spazzati via dai San Antonio Spurs. Howard fu additato di avere poca etica del lavoro, di pensare più a sorridere e a scherzare piuttosto che invertire una rotta che conduceva verso acque tutt’altro che tranquille. Da quel momento in poi ‘Superman’ ha cambiato diverse squadre, da Houston a Charlotte, passando per Atlanta e Washington. Ma del giocatore ammirato ai Magic neanche l’ombra. Dwight voleva giocare come ad inizio carriera, con tanti possessi spalle a canestro, con tanti isolamenti. Solo che il fisico non glielo permetteva e l’evoluzione del basket moderno neanche. Lui è stato poco umile nell’accettare questo assunto e la sua carriera sembrava essere andata ‘a Sud’ definitivamente.

Ma la vita, così come la carriera sportiva, è fatta, spesso e volentieri, di ‘sliding doors’, porte girevoli che ne possono cambiare la direzione. E’ così che nell’estate appena trascorsa i Lakers mettono sotto contratto DeMarcus Cousins, per poi perderlo per diversi mesi causa infortunio. La dirigenza giallo-viola si interroga: come sostituirlo? Il ballottaggio vede di fronte Joakim Noah e proprio Dwight Howard. L’ormai ex ‘Superman’ coglie l’occasione al volo, si mostra convinto, voglioso, diverso rispetto al passato. LA si prende un rischio minimo mettendolo sotto contratto e si trovano per le mani un giocatore più che utile, un ‘normalizzatore’, umile da accettare il ruolo di comprimario e da dare tutto quello che il corpo gli permette in venti minuti di gioco a partita in uscita dalla panchina.

Un contributo oltre i numeri

Dwight Howard è un fattore in attacco per via della sua capacità di andare a rimbalzo offensivo.

Le cifre non raccontano minimamente l’impatto che Howard ha su questi Lakers. I 6.8 punti di media, con 7 rimbalzi o la stoppata e mezzo a gara danno un disegno solo limitato di quanto Dwight sappia incidere nelle pieghe delle partite, mostrando di avere le cosiddette ‘intangibles, caratteristiche che fanno vincere, ma che è impossibile catalogare sotto alcuna voce statistica. Con Howard in campo, ad esempio, raramente il rating difensivo dei Lakers va oltre i 110 punti subiti per 100 possessi. In più, è l’energia a stupire. Scorci di partite in cui Howard lotta come un leone sotto le plance, contesta ogni tiro, fa la scelta giusta, accetta di giocare da roller di un pick’n roll e rifiuta categoricamente un poco efficiente isolamento spalle a canestro.

 

Howard non ha perso consistenza difensiva: una sua stoppata riesce a lanciare LeBron in contropiede.

Insomma, Dwight Howard è uno dei ritratti che al meglio spiegano il 22-3 dei Lakers in questo avvio di stagione. La strada è parecchio lunga, i momenti di difficoltà arriveranno e sarà lì che si avrà la vera e propria cartina di tornasole della stagione sia dell’ex ‘Superman’ che di LA. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, questo Howard è esattamente ciò di cui Vogel, LeBron, Davis e compagnia bella avevano bisogno. Molto di più rispetto a quello già sbiadito di più di otto anni fa.

 

NB: le statistiche utilizzate nell’articolo fanno fede alla data di pubblicazione dello stesso.

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