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Keep on fighting Pop: il sergente di una franchigia

di Marco Tarantino

C’è qualcosa di intrinsecamente statunitense in Gregg Popovich. Non è il destino manifesto, questo appartiene forse più a Steph Curry, figlio del sixth man of the year 1994, o a LeBron James, chosen one già da adolescente. Forse è l’amore viscerale per il proprio paese (sentimento molto comune negli Usa, la nazione del Pledge of Allegiance), emozione che trova varie declinazioni: servirlo sotto le armi per anni o, sempre in nome di questo nobile sentimento, criticare aspramente il commander in chief giudicandolo inadeguato. Probabilmente è l’inseguire pervicacemente un desiderio, avere un’idea, coltivarla, vederla crescere e trasformarla in azione: la materializzazione del sogno americano.

SERGENTE POP: ANIMARE UN SOGNO

Animare un sogno e a sua volta farsi animare da questo, senza badare a critiche, scoramenti, fallimenti momentanei. Perché Pop conosce benissimo il dolcissimo gusto della vittoria (prima di lui a San Antonio il nulla), ma, suo malgrado, sa quanto è amaro il sapore della sconfitta (quante finali di Conference ha perso?). Ne ha passate, in effetti, tantissime Popovich, a partire dall’inizio disastroso della sua prima stagione trionfante in NBA, quando sembrava addirittura ad un passo dal licenziamento, fino a giungere a questa sciagurata annata. Mai infatti nei ventidue anni di permanenza dell’allenatore originario dell’Indiana (che strano) gli Spurs erano scesi ad una percentuale di vittorie così bassa (.573) e solo in nove occasioni, nelle quarantuno partecipazioni in NBA, la franchigia texana aveva fatto peggio (nel 1991/1992 la percentuale era identica). Intendiamoci: non è una % di vittorie così disprezzabile (Miami, Milwaukee e Washington hanno numeri peggiori, e non c’è da stupirsi che siano tutte ad est), soprattutto se consideriamo che con lo stesso numero un anno fa la squadra sarebbe arrivata sesta, l’anno prima quinta. Ma è anche vero che con .573 nel 2013/2014 gli Spurs non avrebbero avuto accesso ai playoff. Il numero, freddo di per sé, piuttosto appare come un sintomo della decadenza della squadra. Gli Spurs sembrano, anche agli occhi più miopi, chiaramente da rifondare. Gli eroi (Ginobili, Parker e Gasol) sono pieni di vittorie ed anelli e non sono più né giovani, né belli.

 

SPURS: CHE SUCCEDERA NELLA FREE AGENCY?

Che ne sarà dei free agency? Ma il tema che soverchia su tutto e che regna sovrano è l’affaire Kawhi Leonard. Il californiano lascerà il Texas? Ha un senso scambiarlo in nome della ricostituzione della compagine o questa deve ripartire necessariamente da lui? E quanto le scelte future di LeBron potranno incidere sulla sorte e sulla volontà di Kawhi? Insomma: quale futuro per gli Spurs e quale futuro per Popovich? L’avvenire già incombe ed il coach sta affrontando un presente che definire drammatico (la scomparsa dell’amata moglie) sarebbe riduttivo. Parte della storia statunitense racconta di un intero popolo in espansione continua verso ovest, inseguendo la frontiera. La stessa frontiera a cui anelavano i protagonisti di “Furore” di Steinbeck in fuga dalla grande depressione. In uno dei suoi più celebri discorsi Kennedy disse: «Ci troviamo oggi alle soglie di una nuova frontiera […] Non è una frontiera che assicuri promesse, ma soltanto sfide, ricca di sconosciute occasioni, ma anche di pericoli, di incompiute speranze e di minacce». JFK si riferiva alle problematiche storico-politiche della sua epoca ma al contempo rilanciava un concetto cardine dell’epica statunitense.

Questa, l’ultima sfida che Popovich dovrà affrontare, la sua nuova frontiera: la ricostruzione, la restaurazione degli Spurs. Senza l’amore della sua vita e probabilmente senza alcuni di quei ragazzi che lo hanno ascoltato e seguito per anni. L’ennesima occasione per rimarcare il suo essere intrinsecamente statunitense vivendo un concetto fondamentale del mondo a stelle e strisce. Sarà l’ennesima favola da raccontare ai nipotini davanti al caminetto. Non metterà a repentaglio la sua leggenda il Pop, anzi la alimenterà. E noi vedendolo dietro una linea disegnata sul parquet ci sentiremo meno soli.

di Pierangelo Rubin

 

 

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