La stesura di questo pezzo, pur non dissimile da altri realizzati per forma e contenuti, ha subito diverse interruzioni e blocchi creativi.
Perché? Per un motivo soltanto: l’argomento di conversazione.
In ogni articolo, questa introduzione è sempre stata realizzata attraverso un paragone (più o meno calzante) tra uno specifico argomento/personaggio e il giocatore raccontato.
Questa volta non è potuto essere così, perché il giocatore in questione è LeBron James.
Essendo a tutti gli effetti una delle figure più importanti della cultura popolare contemporanea, è dal pop che si cerca di attingere.
E allora ci proviamo.
Nel 1977 esce Star Wars, Guerre Stellari, un film e un’idea di George Lucas che stravolsero il mondo cinematografico per sempre. La serie ebbe un successo straordinario, anche grazie alla costruzione perfetta dei personaggi di contorno. Tra tutti, in Star Wars c’è la creazione del più grande villain della storia del cinema: Darth Vader, a.k.a. Anakin Skywalker.
Quando Lucas realizza alla fine degli anni ’90 la trilogia prequel dei film originali, si concentra proprio su questo personaggio, il vero protagonista di tutta la saga. Negli anni diventato talmente popolare da essere messo, ad esempio, sulla Cattedrale di San Pietro e Paolo a Washington D.C.
Le similitudini con LeBron sono evidenti: nato dalla Forza (più o meno), considerato il Prescelto da gente più grande di lui (ci siamo), passato al lato oscuro della Forza (qualcuno ha detto Miami?) fino ad arrivare alla sua redenzione e alla catarsi finale (“Cleveland… This is for you”).
È però in qualche modo sminuente, perché, come è giusto che sia, Anakin non si schioda di dosso il suo ruolo di cattivo, e per James non può essere così.
Nasce quindi il bisogno di continuare nella ricerca del paragone, con la paura di sfociare nell’esagerato (ho pensato anche a Gesù, poi mi sono fermato).
E allora sono arrivato al punto: LeBron James, con una storia personale ancora in definizione e che probabilmente regalerà altri colpi di scena, non è un subordinato della comparazione ma uno standard di definizione.
Questa è la storia, in breve e in 10 fatti più o meno cronologici, di LeBron James, il nativo di Akron che si è elevato dal contesto in cui nato e ha abbracciato la definizione di predestinato, in questo caso sportivo, fino a diventare di più.
Diventando More Than An Athlete.
The Child
Quando scrivi di LeBron Raymone James, c’è poi un altro grande problema.
Lasciando perdere il fatto di star parlando, probabilmente, del più chiacchierato e discusso atleta contemporaneo, la difficoltà nel raccontarlo è quella di essere in grado di trasmettere all’interlocutore il senso di grandezza, quasi mistica, che lo accompagna da praticamente poco prima l’ingresso nella high school.
E del resto non potrebbe essere altrimenti. Raccontando la sua storia ti accorgi che, praticamente, ogni step della sua vita è condizionato da qualcosa di particolare.
Fin dall’infanzia. Raccontata (non molto da lui) più e più volte, con il mistero del Padre-di-LeBron che sembra la versione reale (appunto) di Anakin. Per la cronaca, il più accreditato sulla questione pare sia Anthony McClelland, vecchia fiamma di mamma Gloria Marie e con una vita costellata, purtroppo, di tanti bassi e pochi alti.
Solo che se Anakin è nato dalla Forza, LeBron è una Forza, fin dall’infanzia. Più alto, più grosso e più dotato di tutti i suoi coetanei, con una struttura fisica che negli anni ha impressionato più di un suo allenatore, la quale, nei primi anni di carriera, “non era strettamente necessaria essere allenata in sala pesi”.
LeBron trascorre i primi anni sballottato qua e là per tutta Akron, in una delle (ahimè) classiche storie americane di madre troppo giovane (Gloria ebbe LeBron a 16 anni) e un background troppo difficile per condurre una vita normale.
Ma LeBron ha dalla sua, oltre che un ereditato carattere difficile, anche un talento naturale e sconfinato per lo sport. Il primo a notarlo davvero è un allenatore di football del quartiere, Bruce Kelker. “Non è possibile che quel ragazzo abbia soli 9 anni” è la prima reazione di Kelker quando lo incontra. E ha ragione. Dopo averlo visto vincere facilmente in una gara di corsa improvvisata, Kelker offre ospitalità, a casa sua, a LeBron e a Gloria. I due accettano.
“Sono solo un ragazzo di Akron”
LeBron James

