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“Uno straziante, eccitante, orribile, sorprendente vortice”: la storia di Lonzo Ball attraverso le parole di Andre Agassi

di Davide Lippolis

Un padre invadente, ossessionato dal desiderio di veder i propri figli primeggiare nello sport e nella vita, dei fratelli chiamati a recitare la parte degli attori non protagonisti, condividendo il peso di un destino apparentemente già scritto, senza necessariamente godere degli stessi privilegi, il fardello insostenibile della propria immagine da predestinato a cui, dopo i primi eclatanti insuccessi, nessuno sembra più voler credere, il momento del riscatto, da conquistare una vittoria alla volta convincendo anche il più diffidente tra gli scettici, ovvero se stessi, un futuro ancora tutto da scrivere, destinato ad essere unico e contraddittorio proprio per la sua indecifrabilità. “Open” è tutto questo e molto altro ancora: uno splendido autoritratto, in cui Andre Agassi ripercorre la sua storia, svelando coraggiosamente tutti i propri segreti e i propri conflitti interiori. “Uno straziante, eccitante, orribile, sorprendente vortice”, straordinariamente somigliante a quello in cui sembra esser stato catapultato il talentuoso e discusso playmaker dei Los Angeles Lakers, Lonzo Ball: non esistono difatti parole più incisive ed autentiche di quelle dell’estroso tennista Statunitense per poter tratteggiare il destino del numero 2 gialloviola.

La copertina di “Open”

Lonzo Ball, il predestinato
“Mia madre pensava che sarei diventato un predicatore. Però dice che papà aveva deciso molto prima che nascessi che sarei stato un tennista di professione. Quando avevo un anno gli ho dimostrato che aveva ragione. Seguendo una partita di ping-pong, muovevo soltanto gli occhi, non la testa. – Guarda – le aveva detto – vedi come muove soltanto gli occhi? Un talento naturale”

 

Lonzo Ball è un predestinato. Il suo debutto tra i professionisti, è la tutt’altro che casuale conclusione di un progetto studiato nei minimi dettagli da suo padre LaVar e messo in moto ancor prima che Zo nascesse: il mai banale patriarca della famiglia Ball sostiene difatti di aver pianificato il successo sportivo dei propri figli scegliendo prima di tutto una consorte, la moglie Tina, dotata di ottime doti atletiche. Garantito quindi un adeguato corredo genetico, LaVar ha gestito schematicamente l’infanzia dei suoi pargoli creando una routine in cui si alternavano scrupolosamente infinite sessioni di tiro, sfibranti cicli di flessioni e scatti e momenti dedicati, con altrettanto riguardo ed impegno, allo studio. Mentre Lonzo inizia come da programma, ad ottenere ottimi risultati scolastici e una serie di straordinari successi con la sua squadra liceale, la Chino Hills High School, LaVar continua ad organizzare il futuro del proprio primogenito, partecipando attivamente al suo reclutamento tra le fila dei Bruins di UCLA prima e dei Lakers poi e avviando un marchio, il Big Baller Brand, grazie al quale valorizzare e monetizzare le sue straordinarie abilità. Perchè, oltre all’insensata perseveranza che porta spesso ad accantonare del tutto le proprie aspirazioni e ad incrinare irrimediabilmente il rapporto con i propri figli pur di diventare i primi artefici dei loro trionfi, c’è un altro tratto comune che contraddistingue figure paterne come Mike Agassi o LaVar Ball: la più completa e a volte irrazionale fiducia nel talento e nelle capacità dei propri ragazzi.

Lonzo, LiAngelo, LaMelo
 “Allora – dice – Ti è arrivata una lettera dall’ATP. Vuoi conoscere la tua posizione in classifica? – Non lo so, dovrei? – Sei numero 610 – Davvero? – batto il palmo sulla parete della cabina telefonica e urlo di gioia. Dall’altra parte c’è silenzio. Poi, in una specie di sussurro, Philly domanda: Che effetto fa? – non riesco a credere di esser stato così egoista da gridare nell’orecchio di Philly mentre lui deve sentirsi amaramente deluso”.

 

Purtroppo credere fermamente nel talento altrui e programmare estenuanti sessioni di allenamento spesso non basta: è quello che sfortunatamente ha vissuto sulla sua pelle Philly, lo sventurato fratello di Agassi, costretto a confrontarsi per anni con la durezza degli esercizi imposti dal padre, senza mai essere in grado di emulare, nemmeno lontanamente, la trionfante carriera di Andre. Il futuro di LiAngelo e LaMelo Ball invece, è ancora tutto da scrivere: dopo una fugace e non brillantissima apparizione nel campionato Lituano, il loro obiettivo, nemmeno troppo nascosto, sembra esser diventato quello di ripetere i trionfi ottenuti al liceo con gli Huskies di Chino Hills, con la canotta giallo-viola dei Lakers. Un’ipotesi oggettivamente difficile da realizzare (LiAngelo secondo numerose testate giornalistiche Statunitensi non verrà quasi certamente scelto da nessuna squadra nel prossimo draft, mentre LaMelo, nonostante sia un prospetto sicuramente promettente, potrà dichiararsi eleggibile solo nel 2020 con la possibilità di essere selezionato, se ciò dovesse avvenire, anche da altre franchigie) che Lonzo tra l’altro, ha preferito non commentare. Quello che è certo però è il supporto incondizionato del primogenito dei Ball ai suoi fratelli: come dichiarato al sito web BasketNews.lt, Zo è “molto fiducioso” riguardo ad un prossimo futuro NBA per LiAngelo e LaMelo e spera che col tempo essi abbiano l’opportunità di “dimostrare quanto valgono”. Il loro legame d’altro canto, sembra essere qualcosa che va oltre l’assonanza dei loro nomi: un percorso comune immaginato allenandosi e giocando insieme sin da piccoli e in cui i tre vogliono, nonostante tutto, continuare a credere.

Fratelli Ball LiAngelo Ball

La divisa degli Huskies, un immancabile trofeo e tanti sorrisi: Lonzo Ball assieme ai suoi fratelli LaMelo e LiAngelo

Haters gonna hate
“- L’immagine è tutto – Da un momento all’altro quello slogan diventa un sinonimo di me. I critici sportivi lo accostano al mio carattere, al mio essere. Dicono che è la mia filosofia, la mia religione e predicono che sarà il mio epitaffio. Sostengono che non sono altro che apparenza, non ho sostanza perché non ho mai vinto uno slam” .
         

Le prime partite giocate da Lonzo Ball vestendo la casacca numero 2 dei Lakers sono state, senza ombra di dubbio, difficili da affrontare: le enormi aspettative riposte dalla squadra all’inizio della stagione, l’impatto mediatico causato dalle controverse dichiarazioni rilasciate da suo padre e da alcuni suoi colleghi e i suoi più che evidenti limiti nella meccanica di tiro hanno contribuito a creare un clima di diffidenza nei confronti del suo gioco. Coloro i quali prima apprezzavano e tessevano le lodi per la sua straordinaria abilità di strappare rimbalzi e condurre inarrestabili transizioni o di creare punti attraverso assist smarcanti e penetrazioni al ferro, adesso sembravano sovrastati dall’irruenza di un gruppo sempre più nutrito di haters, pronti a criticare Zo ad ogni hairball uscito dalle sue mani e ad ogni sconfitta subita dai Lakers. “L’immagine è tutto” è lo slogan pubblicitario che ha avuto come protagonista Agassi e che per anni l’ha perseguitato: per riuscire ad abituarsi al clamore e alle pressioni associate alla propria di immagine, anche Lonzo ha avuto necessariamente bisogno di un periodo di assestamento all’interno della Lega.

Vincere 
“La palla atterra ben oltre la riga di fondo. Alzo le braccia e la mia racchetta finisce sulla terra. Sono terrorizzato da quanto è bello. Vincere non dovrebbe essere così bello. Non dovrebbe mai importare così tanto. Ma è così, e non posso farci niente. Senza tutti gli alti e i bassi degli ultimi tempi, questo non sarebbe stato possibile. Riservo un po’ di gratitudine perfino a me stesso, per tutte le scelte buone e cattive che mi hanno portato qui”.

 

E poi arriva l’indimenticabile notte del 3 marzo al AT&T Center di San Antonio: Lonzo Ball è appena rientrato da un fastidioso infortunio al ginocchio che lo ha tenuto lontano dai parquet per 15 partite, ma da cui sembra essersi ripreso egregiamente. Nella striscia di vittorie contro Dallas, Atlanta e Miami infatti, il playmaker da Chino Hills mostra agli esigenti occhi del pubblico tutto il suo talento, intravisto fino a quel momento solo in alcune isolate, ma pur sempre storiche, occasioni (come ad esempio, nella sconfitta contro i Milwaukee Bucks in cui diventa, prima di essere sbalzato da Markelle Fultz, il giocatore più giovane nella storia della NBA a registrare una tripla doppia). Zo sembra aver finalmente recuperato perfino la sicurezza nel suo tiro, tanto da registrare contro gli Spurs un ottimo 6 su 10 da dietro l’arco dei tre punti. Una splendida prestazione che scaccia via ogni insicurezza e pressione (le sue, prima di tutto) e che si conclude con la tripla decisiva a quaranta secondi dal termine che regala un altro successo ai Lakers: è proprio vero, quanto può essere incomprensibilmente e insensatamente bello vincere.

Le sei triple sganciate da Lonzo Ball contro gli Spurs

il futuro di Lonzo Ball
“La vita è un incontro di tennis tra estremi polarmente opposti. Vincere e perdere, amare e odiare, aperto e chiuso. È utile riconoscere presto questo fatto penoso. Quindi riconoscete gli estremi contrapposti in voi e se non riuscite ad accettarli o a riconciliarvi con essi, almeno ammetteteli e tirate avanti. L’unica cosa che non potete fare è ignorarli”.

 

Un ragazzo mite cresciuto da un padre eccentrico e chiassoso. Un talento eccezionale spesso offuscato dalla viralità delle sue vicende famigliari. Un quoziente cestistico straordinario a cui si contrappone una tecnica di tiro difettosa. Una stagione fatta di alti memorabili e bassi inspiegabili. In un universo parallelo fatto di parrucche ossigenate, celebrità degli anni 90 e rovesci lungolinea, c’è già stato qualcuno in grado di affrontare contraddizioni simili: a Lonzo Ball non rimane altro che iniziare a capire come convivere con le proprie.

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