Siamo a poco più di un minuto dalla fine. Il punteggio è 69-68 per Arizona, quando Miles Simon, che vedremo in Italia a Livorno, Varese e Reggio Emilia, riceve palla completamente libero. Si invola verso il canestro, ma Jared Prickett di Kentucky lo ferma con le cattive.
Gli arbitri fischiano il fallo antisportivo, com’è normale che sia. I due giocatori si abbracciano, l’esterno di Arizona fa cenno di sì con la testa al suo improvvisato aguzzino.
A parti invertite, probabilmente, sa che avrebbe fatto anche lui la stessa scelta. Simon fa 1/2 dalla linea della carità.
Arizona avrebbe anche il possesso, ma lo butta via. Wayne Turner, che invece dalle nostre parti approderà a Imola per mezza stagione nel 2001, ha palla in mano e fa scorrere il cronometro.
Poi, quando sente che è il momento, parte in penetrazione a destra ed alza la parabola. Il tiro è brutto, l’esito si infrange sul tabellone e Mike Bibby recupera il pallone sul batti e ribatti nel pitturato. Fallo, si va dall’altra parte per altri due liberi.
Ora, parliamo di Mike Bibby. Secondo te, caro lettore, come va a finire? Ovviamente, entrambe le conclusioni si accomodano dolcemente nella apposita retina. È 72-68, ad un minuto dalla fine. Quasi fatta, dài.
Sì, ecco. Quasi. Perché Kentucky è una superpotenza, allenata da un super coach come Rick Pitino. Ed infatti, Ron Mercer esce dai blocchi e, con nonchalance, lascia partire un pulitissimo tiro da tre che va a bersaglio.
Non è finita. Arizona fa scorrere il tempo, poi Bibby regala un cioccolatino a Bennet Davison (sì, anche lui poi lo abbiamo visto in Italia), che non si fa pregare ed appoggia al ferro. Ora potrebbe essere davvero finita.
Sì, potrebbe, ma anche questa volta non è così. Perché Epps con una finta manda a farfalle Bibby e segna anche lui da tre punti.
Parità, a dodici secondi dalla fine. E tale rimarrà, fino al supplementare, perché Arizona sbaglia sia il tiro con Simon che la “Hail Mary” di Jason Terry dopo palla rubata.
La scena successiva offre un quadro di quello che sarà l’esito finale. Il coach di Arizona, Lute Olson beve tranquillo, mentre i giocatori avversari si abbandonano ad esultanza o stanchezza, prima dell’overtime.
Overtime che Arizona porterà a casa, grazie ai liberi di Terry e di Miles Simon. Anzi, in realtà, mentre UK troverà solo due canestri dal campo, tutti i punti del supplementare segnati dagli vincitori verranno dalla linea della carità.
È, quella del 1997, la prima vittoria dai Wildcats di Tucson. I quali, in quella memorabile finale di Indianapolis, superano per la terza volta una squadra con un seed #1.
Prima di Kentucky si erano infatti sbarazzati di Kansas nelle Sweet Sixteen. Poi, nella semifinale della Final Four, era toccato a North Carolina.
È probabile, invece, che per risparmiarsi il patema coach Tommy Lloyd prediliga, quest’anno, ottenere lui stesso un seed #1. E magari, rispetto al suo predecessore, vincere la March Madness in maniera meno scenografica, lui il cui viso ricorda un Kenneth Branagh un po’ più pasciuto.
Pietra angolare della stagione pare, al momento, Koa Peat. Nativo proprio dell’Arizona, il freshman si è caricato la squadra sulle (larghe) spalle.
A prima vista sembra un’ala forte verticale come tanti altri. Errore: il classe 2007 ha una discreta capacità di mettere palla per terra, movimenti fluidi fronte e spalle a canestro, porta blocchi efficaci ed è in grado di resistere bene ai contatti in area.
Solo un paio di note stonate, che forse potrebbero aprirgli le porte del basket FIBA ma precludergli quello della NBA. Oltre ad una media non altissima di rimbalzi presi, infatti, lascia perplessi la poca confidenza con il tiro da tre, che invece per i 4 oggi è una skill necessaria.
Tobe Awaka, lungo di ricambio, è ugualmente refrattario alla conclusione da fuori. In compenso, però, ha un fiuto incomparabile per le carambole.
Mastino d’area come pochi, il lungo newyorchese quando prende posizione nel pitturato è molto difficile da spostare. Non è solo abile a prendere posizione, ma anche a fare muro contro muro con i dirimpettai.
Nel ruolo di centro evoluisce invece Motiejus Krivas. Ovvero il prototipo per eccellenza del lungo lituano: alto, possente e mobile allo stesso tempo, eccellente spalle a canestro e con un cruciale bagaglio di ball handling, finte e piroette.
La front line è completata da Ivan Kharchenkov. A dispetto del nome, l’ala piccola è nata in Germania, è un freshman e viene dal settore giovanile del Bayern Monaco.
Non è altissimo, ma è compatto. Ovvero la condizione ideale per il suo modo di giocare, fatto di arrembanti blitz in area: non è una point forward come richiederebbe il gioco moderno, ma è più un 3 classico con una dose non indifferente di atletismo e spavalderia.
La stessa predisposizione che ha mostrato Jaden Bradley, il quale però rispetto al compagno tedesco, ha due differenze. In prima battuta è un senior, e poi, soprattutto, in aggiunta ha affinato un arresto-e-tiro che risulta affidabile.
Per dirla senza mezzi termini: Bradley non disdegna di avere spesso la palla in mano. Oltre ad essere uno scorer di tutto rispetto, che non guasta, Arizona riesce ad assorbire questa sua (comunque controllata) bulimia cestistica grazie ad una circolazione condivisa ed efficace.
Suo compagno di reparto è Brayden Burries, da San Bernardino. È lui il fromboliere designato per colpire da oltre l’arco, ma oltre a questa capacità il classe 2005 si segnala anche per il primo passo bruciante grazie al quale riesce a ferire anche quando si avventura in area.
Cambio degli esterni è l’australiano Anthony Dell’Orso. Anche lui finora si è messo in evidenza come cecchino dalla lunga distanza: la posizione del corpo è sempre ordinata, quella delle mani no ma la capacità dei grandi cannonieri è anche trovare la retina con una meccanica non ortodossa.
Tommy Floyd, dunque, può puntare al titolo con una squadra che è perfettamente competitiva per quello che è ancora (ma fino a quando?) il gioco della NCAA. Ovvero un gioco in cui il tiro da dentro l’area è ancora il fulcro della manovra offensiva.
Certo, non sarà facile, perché la concorrenza è agguerrita. Arizona ha però mantenuto, da inizio stagione, un rendimento continuo, e non ha affatto perso terreno come invece successo a qualcuna delle concorrenti.
I Wildcats sembrano aver trovato una loro chimica, e questo li rende per certo una mina vagante a cui prestare la dovuta attenzione quando arriverà la March Madness. E chissà se, dopo la Indianapolis del 1997, non se ne aggiunga una nel 2026.
