Everett High School, Lasing, 1974. In una partita tranquilla, come le altre, un ragazzo longilineo di colore, abbastanza gioviale e leader in erba, impressiona gli spettatori con una brillante prestazione da 36 punti, 18 rimbalzi e 16 assist. Tra gli osservatori più attenti c’è Fred Stabley Jr., giornalista del Lansing State Journal, che rimane piacevolmente sorpreso da tale Earvin Johnson. Alla fine delle ostilità lo intercetta.
“Credo che tu debba avere un soprannome – gli disse – Stavo pensando di chiamarti ‘Dr. J’, ma è già utilizzato, così come “‘Big E’. Che ne pensi se ti chiamo ‘Magic’?”. Forse un po’ preso alla sprovvista o probabilmente per colpa della timidezza adolescenziale, quel pischello si trovò d’accordo, come se avesse risposto “d’accordo, puoi chiamarmi Magic”.
Il nickname fu quanto mai azzeccato: Stabley aveva dato inizio ad un culto che qualche anno più tardi avrebbe radunato milioni di seguaci nella NBA e nel mondo. Qualcosa di esoterico, qualcosa di rivoluzionario.

Magic Johnson con la casacca di Michigan State.
Earvin Johnson, chiamatelo Magic. Nato a Lasing il 14 agosto 1959, plasma le sue doti sui campi da basket grazie inizialmente all’apporto del padre, che gli insegna vari trucchi del mestiere: la difesa, il pick and roll, il gancio in corsa e il tiro con contatto. Affinati i fondamentali, Magic si diletta nei playground e ascolta i consigli di Jim Dart, che lo aiuta a sviluppare i movimenti da big man e il tagliafuori. George Fox, il suo coach del liceo, gli assegna il ruolo di playmaker perchè come passatore ci sa fare: è qui che inizia la storia. Prima la vittoria nel campionato statale, poi quella del titolo NCAA alla guida dei Michigan Spartans, che riescono a battere gli Indiana State Sycamores di un certo Larry Bird (ironia della sorte). E poi il salto nell’Olimpo.
I Los Angeles Lakers, nel draft 1979, se lo aggiudicano con la prima chiamata assoluta. Nella Città arriva subito una ventata di novità e freschezza che stravolge completamente i canoni della pallacanestro. Con i 206 centimetri di statura è il play più alto della storia della lega (lo è ancora ad oggi), un giocatore dotato di un‘assurda visione di gioco e di un eccellente ball handlig, capace di smistare assist spettacolari da dietro la schiena o in modalità no-look. Un discreto marcatore, uno che segnava nei momenti topici, un amante del gioco in post ed un buon difensore. Atipico, senza confini, versatile. Sì, soprattutto versatile: nel suo anno da rookie, a 20 anni, trascina i suoi alle NBA Finals disputando gara 6 contro i Philadelphia Sixers nelle vesti di centro, a causa dell’infortunio di Kareem Abdul – Jabbar. Risultato? 42 punti, 15 rimbalzi, 7 assist e 3 palle rubate, vittoria del titolo e ottenimento del premio come miglior giocatore delle Finals (fu la prima matricola in assoluta a riuscirci). Magic prende sempre più le redini della squadra anche grazie all’arrivo di Pat Riley in panchina: lo Showtime prese piede e fece scuola grazie alla frizzante e fantasiosa regia del numero 32 che riuscì a mettere in ritmo gente come Abdul-Jabbar, James Worthy e Bob McAdoo. Basket da palati fini, divertente, di qualità ed efficace.

Magic Johnson e Larry Bird.
Johnson, che aveva rotto gli schemi convenzionali dello sport che tanto amava, contribuì alla svolta della lega anche a livello mediatico, grazie alla rivalità con la bandiera dei Boston Celtics, quel Larry Bird che aveva fronteggiato nella finale NCAA. Due icone, due leggende, due amici-nemici che scrivono le pagine entusiasmanti di un duello che ha fatto gioire migliaia di devoti ed appassionati. A suon di colpi da maestro e giocate che sembravano provenire da un altro pianeta, Magic e Larry si son sfidati tre volte. Il primo confronto avvenne nel 1984 e andò ai verdi del Massachusetts, col playmaker gialloviola che in gara 7 non finalizzò le due occasioni per pareggiare a causa dei disimpegni difensivi di Dennis Johnson e Cedric Maxwell; nella stagione successiva arrivò il riscatto dei californiani in 6 partite, dopo aver perso la prima sfida con un sonoro 148-114 a Boston. Ma nelle finali del 1987 il dualismo raggiunse il suo zenit. La disputa senza esclusioni di colpi si concluse con un 4-2 a favore dei Lakers, con Magic (MVP della regular season e anche delle finali) assoluto protagonista in gara 4. Il numero 32 la decise all’ultimo secondo con il classico gancio-cielo (rinominato per l’occasione ‘junior skyhook‘) di Abdul-Jabbar eseguito in faccia a Bird, Robert Parish e Kevin McHale, che non riuscirono a stopparlo. Al termine della partita, Bird disse con un sorriso amaro: “Ti aspetti di perdere per un gancio cielo. Quello che non ti aspetti è che a farlo sia Magic”.
L’ultimo titolo arrivò nel 1988, qualche anno prima di scoprire di aver contratto il virus HIV. Nel 1991 decise di ritirarsi, prima di tornare nel 1992 partecipando all‘All Star Game e alle Olimpiadi di Barcellona con il famoso e leggendario Dream Team. Per lui la NBA istituì la ‘Magic Johnson Rule‘, che in pratica consiste nel far uscire dal campo un giocatore sanguinante per bloccare l’emorragia. Ma le chiacchiere di sottofondo (riguardo la questione sieropositività) erano troppo forti, così Johnson disse addio prima dell‘annata 1992/1993. Poi tornò ai Lakers come allenatore nel 1994 (racimolando un record di 5-11) e, successivamente, calcò il parquet NBA per l’ultima volta nel 1996, disputando 32 incontri nel ruolo di ala grande. Spese i suoi ultimi giorni da cestista prima in Svezia e poi in Danimarca.
L’impatto che ha avuto Earvin Johnson nel mondo NBA (e non solo) è stato senza dubbio devastante: è stato lui probabilmente ad enfatizzare al meglio la definizione di all-around grazie alle sue qualità che toccavano ogni aspetto del gioco. Aveva il fisico di un lungo ma aveva la visione di gioco e le capacità di passatore di un’agile point guard, giocava nel backcourt ma contemporaneamente sapeva rendersi utile sotto canestro. Era presente a rimbalzo, in attacco e in difesa. Insomma, il prototipo del giocatore totale che, attualmente, ogni coach cerca di aggiungere al proprio roster: basta pensare al fatto che alcuni elementi con determinate caratteristiche abbiano sviluppato altre peculiarità in modo tale da interpretare più ruoli.
La sua influenza ha contagiato tutti dando il via ad una progressiva rivoluzione che ha accantonato vecchi capisaldi e retrogradi punti fermi. Non è proprio eretico affermare che anche per mezzo suo i playmaker abbiano il repertorio offensivo di una guardia, che i centri sappiano passare il pallone come gli assistman più puri, eccetera. Il tutto nel segno della duttilità, di un’autentica rivoluzione copernicana che ha visto come capostipite un ragazzino (poi diventato uomo) che si fece chiamare Magic.

