Nella notte tra il 22 ed il 23 giugno 2016, i Chicago Bulls, in seguito ad una stagione tutto sommato deludente chiusa con il mancato accesso ai playoffs, decidono di fare un qualcosa che non si sarebbero mai sognati di fare fino a qualche anno prima: scambiano Derrick Rose.
Si, lo stesso Rose che nel 2009 aveva rimesso sulla mappa “The Windy City” con la serie di playoff contro gli allora campioni in carica Celtics giocata in maniera magistrale; lo stesso Rose che nel 2011 ha vinto l’MVP della regular season dopo una stagione mostruosa per numeri e per impatto sulla squadra; lo stesso Rose che per via degli infortuni dal 2012 al 2014 ha vissuto un periodo di agonia mentale e fisica quasi devastante.
La decisione però, se analizzata nel dettaglio, era più che giustificata: qualcosa non funzionava più tra Rose e la sua Chicago, Jimmy Butler era in ascesa e man mano stava conquistando i tifosi che fino a quel momento prima idolatravano l’ormai ex numero 1 ed il rapporto tra i due era tutt’altro che idilliaco per problemi di leadership nello spogliatoio. Il cambiamento era diventato ormai inevitabile. Ma quale franchigia si sarebbe fatta sotto per prendere un giocatore che ha si molto da dire, ma che viene da una serie di infortuni molto seri e che entra nel contract year con delle cifre altissime.
A farsi sotto, come di consueto quando si tratta di prendere ex all-star e grandi scommesse, sono i New York Knicks, che prendono insieme a Rose, Justin Holiday,, e una 2nd round pick che proprio i Knicks avevano dato ai Bulls qualche stagione prima. In cambio a Chicago vanno José Calderon, che verrà scambiato da li a poco con i Lakers, e Robin Lopez, che non sta facendo male con la casacca dei tori. Questa mossa ha fatto si che i Knicks, almeno sulla carta, avessero un duo di stelle, più l’astro nascente lettone col numero 6, per poter tornare a competere ad Est, mentre dall’altra parte avrebbe lasciato lo spogliatoio in mano a JB21.
Arrivati al training camp a New York l’attenzione su questi nuovi Knicks era spasmodica: Rose, Melo, Noah, Jennings, KP e il resto della compagnia pronti ad assalire l’Eastern Conference e a riportare New York al centro del mondo cestistico.
Ma soffermiamoci su Rose. Arrivato a NY il giocatore ha deciso di lasciarsi completamente alle spalle il passato, a partire dal numero; sceglie il 25, come a Memphis nell’anno del college, ed è molto restio nel parlare di come le cose sono degenerate ai Bulls. La sua stagione però non è male: fino ad oggi Rose ha collezionato 19.2 punti di media con 3.3 rimbalzi e 4.4 assist e viaggia a 2,4 palle perse di media (carrier high ma stonano un po’ con i pochi assist smazzati). Fino a qui tutto normale, se non fosse che l’altra notte, prima della gara coi Pelicans di Davis, Rose ha autonomamente deciso di non presentarsi lasciando i suoi compagni in balia di un AD devastante e coach e dirigenza basiti perché in conferenza stampa non sapevano cosa dire.
Dopo essere tornato nella Grande Mela, il giocatore ha avuto un colloquio col GM dei Knicks e sono uscite fuori due notizie: la prima vedeva un crollo emotivo che lo ha quasi spinto a lasciare temporaneamente il basket, la seconda che vedeva Rose tornato a Chicago per problemi familiari (rivelatasi poi la pista veritiera). Situazione grottesca che pare sembra essere subito tornata nella norma perché Rose è tornato subito a disposizione della squadra dopo aver pagato una multa.
Il giocatore dopo il colloquio, sembra essere nuovamente motivato e, anzi, avrebbe espresso la sua volontà per ottenere un’estensione al massimo salariale o per cercare comunque un max contract altrove. La conclusione del pezzo, almeno per quanto mi riguarda, sembra alquanto scontata: in una NBA in cui il gioco delle guardie si spinge sempre più verso il perimetro, può un giocatore come Rose, che tira col 30% da fuori e che è considerato “injury prone”, aspirare ad un contratto al massimo salariale? I Knicks o qualche altra franchigia punterà ancora al massimo sul ragazzo?
Di Alessandro Maritato

